Recensione album Metallica: 72 Seasons

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credits: Metallica/Instagram
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In questo nuovo album la band torna al sound del periodo d’oro anni 80, James Hetfield si mette a nudo come non mai e il risultato non è niente male.

Quando compiamo 18 anni ognuno di noi può dire di aver vissuto 72 stagioni. Ed è proprio in quella linea temporale che formiamo il nostro carattere e la nostra identità. Molte delle nostre esperienze da adulti saranno state, in parte, modellate da ciò che abbiamo vissuto in quegli anni. Ed è proprio da queste riflessioni sul passato che nasce l’ispirazione per 72 Seasons.

Questo è un album che andrà a catalogarsi come uno dei migliori, tra quelli più recenti, della band californiana. Arriva sette anni dopo Hardwire…Self Destruct, e come ogni disco uscito post Black Album, si prepara a incassare critiche e paragoni. Non sarebbe giusto aspettarsi sempre la nuova Master of Puppets, eppure, benchè sia impossibile ricreare quella magia, questi nuovi brani ne incarnano benissimo lo spirito.

Un album che riporta la band metal per eccellenza ad essere pienamente se stessa. Con i primi quattro dischi i Metallica hanno fatto innamorare un’intera generazione di metallari. Questo ritorno alle sonorità che li hanno resi celebri è la vera ciliegina sulla torta, dopo alcuni dischi un pò traballanti e dalle strane oscillazioni, finalmente possiamo assaporare di nuovo quel sound ruvido e muscoloso.

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Nel trio di apertura composto dalla title track poi da Shadows Fall e Screaming Suicide, sentiamo esplodere tutta la potenza di cui sono capaci e che poi prosegue, senza fermarsi, per tutti i 77 minuti della durata del disco. Solo alla fine, negli 11 minuti di Inamorata, riprendiamo un pò di fiato. L’ unico momento in cui possiamo ascoltare una chitarra pulita dal fraseggio blues che conclude e suggella perfettamente il disco. ( Inamorata è anche il brano più lungo mai scritto dai Metallica).

Sulla lunghezza dei brani si potrebbe dire che, probabilmente, non tutte le tracce necessitavano di sei,sette minuti. Spesso si ha la sensazione che il brano si dilunghi un pò troppo e diventi ridondante. Questo forse è l’unico difetto che possiamo menzionare di 72 Seasons.

In Crowned of Barbed Wire e If Darkeness Had a Son i testi tracciano un percorso oscuro che James Hetfield, attraverso i testi, percorre insieme all’ascoltatore. Con brani come Lux Æterna e Chasing Light invece, raccoglie frammenti di luce e speranza, segno che il suo percorso di riabilitazione, ancora in corso, sta portando i frutti sperati e ci auguriamo sia definitivo per la sua salute.

In tutti i testi si mette in risalto questa nuova fase della vita del cantante. Nelle interviste, durante la promozione del disco, ha parlato liberamente del suo periodo di dipendenza dall’alcool e della scelta di disintossicarsi, riprendendo in mano la sua vita personale e artistica. Si definisce una persona nuova e pronta a combattere per mantenere il suo nuovo stile di vita.

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Tornando al disco invece, altri momenti interessanti li troviamo nell’intro di basso di Sleepwalk my life away, nel punk di Too Far Gone? e nel grunge di You Must Burn. I Metallica dimostrano di sapere molto bene chi sono oggi. 72 Seasons è il singolo che incarna perfettamente quello che ci si aspetta oggi da un band di questo calibro. Riff enorme, ritornello ancora più grande e velocità. Incisivo e convincente.

Anzichè addolcirsi o scendere a compromessi, con l’età i Metallica hanno dimostrato di tener fede a quell’impegno preso proprio quando le loro 72 stagioni giungevano a compimento. La passione che li ha uniti per tutti questi anni, tra lutti, riabilitazioni e album più e meno riusciti, rimane la stessa. E si sente.

Per tutti i giovanissimi che hanno ascoltato, forse per la prima volta Master of Puppet, grazie alla serie tv Stranger Things, questo disco potrà essere una nuova droga di passaggio. Per tutti i fan storici invece è una carezza rassicurante che i nostri eroi del metal sanno ancora fare il loro mestiere molto bene.