Perché Strappare Lungo i Bordi ha avuto tanto successo?

Cerchiamo di capire insieme quali sono gli elementi che si celano dietro l'immenso successo di Strappare Lungo i Bordi, la serie Netflix di Zerocalcare

Strappare lungo i bordi
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Non è certo un mistero il fatto che Strappare Lungo i Bordi sia la serie del momento, l’argomento di cui tutti parlano e davanti al quale alcuni “cinefili” arricciano il naso, chiedendosi il motivo di un successo di tale portata.

Dopo una presentazione in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, la serie firmata da Zerocalcare è arrivata su Netflix e grazie ai suoi sei episodi è riuscita a scalare la classifica, al punto da incalzare un altro caso mediatico come quello di Squid Game.

Ma a cosa si deve, davvero, questo successo? A conti fatti Strappare Lungo i Bordi è una serie che racconta una storia abbastanza semplice e lineare che, pur pescando elementi dalla storia vera del suo autore, non racconta niente di trascendentale.

Al centro della vicenda, infatti, c’è un ultra-trentenne che fatica a trovare il proprio posto nel mondo e, mentre è impegnato a fare un viaggio in treno, affronta anche un viaggio all’interno delle tappe della sua esistenza, rendendosi conto che il senso di disagio, ansia e inettitudine lo accompagna da sempre.

Cerchiamo allora di capire insieme a cosa sia dovuto questo enorme successo di pubblica e critica, che fa sì che Strappare Lungo i Bordi sia uno di quei prodotti da non lasciarsi scappare.

Il successo di Strappare Lungo i Bordi grazie a Zerocalcare

Il primo punto da cui partire, ça va sans dire, è l’autore che si cela – ma poi neanche tanto – dietro la realizzazione della serie animata. In effetti non si può parlare del successo di Strappare Lungo I Bordi senza parlare anche di Michele Rech, in arte Zerocalcare.

Pubblicato dalla casa editrice BAO Publishing, Zerocalcare negli anni è riuscito a ritagliarsi una fetta di mercato e a “fidelizzare” un numero sempre crescente di lettori, che si sono appassionati allo stile dell’autore e alle storie raccontate.

Questo ha fatto sì che quando Strappare Lungo I Bordi ha fatto il suo debutto su Netflix c’era già un alto numero di spettatori pronti a farsi irretire da questa serie animata. Zerocalcare, in altre parole, ha potuto fare affidamento sulla lealtà dei fan che avevano già dimostrato di apprezzare la sua arte. Fan che avrebbero poi potuto dare il via al fenomeno senza il quale non ci sarebbe mai stato un tale successo.

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Proprio come era avvenuto con il fenomeno Squid Game a fare la differenza tra un buon risultato e il successo ottenuto è stato soprattutto il passaparola. Chi aveva già letto i lavori di Zerocalcare ha visto la serie e, alla fine, l’avrà consigliata agli amici, ai parenti, ai colleghi di lavoro, portando avanti un chiacchiericcio generale che poi si è esteso come una macchia d’olio.

Ma anche questo successo non è piovuto dal cielo, ma è legato al modo con cui Zerocalcare ha scelto di raccontare e raccontarsi. La sua onestà, la sua ironia e la scelta di raccontare la verità della sua generazione – nel bene e nel male – lo hanno reso universale e le sue opere estremamente empatiche.

Il suo successo, inoltre, è legato anche alla serie Rebibbia Quarantine, una serie di corti animati che Zerocalcare ha pubblicato sul suo account Instagram durante il primo lockdown che lo ha fatto arrivare a una fetta ancora più grande di pubblico. Quindi non sarebbe scorretto ammettere che il successo di Strappare Lungo I Bordi è dovuto soprattutto alla personalità del suo autore.

Il ritratto di una generazione

Un altro elemento di cui non si può non tenere conto quando si va alla ricerca di ciò che ha contribuito a rendere Strappare Lungo I Bordi un successo di tale portata è quello di cui parlavamo qualche riga più su: la sua universalità.

Zerocalcare, infatti, ha scelto di portare sul piccolo schermo la sua visione del mondo e della società in cui viviamo e così facendo ha offerto a moltissimi spettatori uno specchio attraverso il quale guardare se stessi.

Sebbene i riferimenti siano rivolti soprattutto a coloro che sono nati nel decennio degli anni ’80, i sentimenti che Zerocalcare mette in gioco sono quelli con cui i giovani d’oggi devono fare i conti: il senso di inettitudine, la paura per un futuro che sembra sempre più incerto, la sensazione di non riuscire a trovare un lavoro e di essere costretti a danzare sulla linea del precariato fin quando non potranno permettersi più nemmeno quello.

Zerocalcare parla con onestà a una generazione che è a pezzi, che fronteggia problemi mentali e attacchi d’ansia, che cerca di costruirsi un mondo destrutturando tutto quello che i nostri predecessori ci hanno insegnato ma che non sono disposti a lasciarci. E l’autore fa tutto questo senza mai salire in cattedra, senza mai spiegare.

Il tono di Strappare Lungo i Bordi non è quello di un saggio, né di un falsissimo andrà tutto bene: si tratta più che altro di una confessione. Zerocalcare ha imposto il tono di tutta la sua opera su quello di una conversazione, in cui racconta e si racconta e in cui chi guarda può altrettanto sentirsi raccontato.

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Dalla paura di raccontarsi alla depressione che assale scorrendo le foto sui social network e guardando le vite apparentemente perfette degli altri, passando per l’elaborazione del lutto e il timore di vivere davvero la vita fino alla depressione: sono tutti elementi che riflettono una generazione che, finalmente, non solo si sente capita ma, soprattutto, si sente rappresentata.

Strappare lungo i bordi: i riferimenti e Valerio Mastandrea

Proprio per questo suo carattere universale e condivisibile la serie di Zerocalcare è più che mai ricca a riferimenti alla cultura pop: da Game of Thrones alla Strage di Capaci, da Dawson’s Creek ai disordini del G8, Strappare lungo i bordi è una serie costantemente attenta a dare dei punti di riferimento storici, ma anche di immaginario collettivo.

Questo da una parte dimostra – ancora una volta – l’onestà con cui Zerocalcare si racconta, portando sullo schermo i suoi gusti e le sue ossessioni; ma dall’altro crea una sorta di spazio sicuro, un luogo dove gli spettatori possono riconoscere se stessi, il proprio passato e, in questo modo, sentirsi meno soli, meno “sfigati”. È come se trovassero un alleato in una battaglia che pensavano di aver già perso.

E questo universo così ricco e quasi post-moderno si arricchisce di un altro valore aggiunto, che è rappresentato dalla voce di Valerio Mastandrea a doppiare l’Armadillo, la coscienza di Zero e unica voce differente che gli spettatori sentono prima della svolta finale.

Grazie anche alla romanità – elemento su cui si sono concentrati alcuni detrattori dello show – dei due protagonisti si è creato un universo diegetico e narrativo in cui la battuta facile è spesso sostituita da un tono più rassegnato, ma forse mai davvero sconfitto. E la presenza di Mastandrea aiuta anche a creare questa dicotomia tra leggero e tragico, tra risate e pianti.