Kanye West – Donda | RECENSIONE

Recensione dell'ultimo attesissimo lavoro del rapper di Chicago

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Credits: Daniele Dalledonne (Flickr)
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Donda, Donda, Donda“.

Donda“: una voce ripete il nome della madre di Kanye West per ben sessanta volte e, quasi non sembra vero, ma l’attesissimo decimo lavoro in “studio” del rapper icona di Chicago è finalmente uscito. Rilasciato senza l’autorizzazione di West dalla stessa Universal, che ha sicuramente mandato a monte i piani dell’artista, che si vociferava volesse farlo uscire contemporaneamente all’album di Drake.

Chi avrebbe pensato che sarebbe stato rilasciato così precipitosamente dopo l’enorme campagna mediatica che Ye era riuscito a costruire, da solo, attorno a quest’unica uscita? Dal ritiro spirituale-musicale nel Mercedes-Benz Stadium di Atlanta – lo “studio” di cui sopra – ai visionari listening party.

Un’opera monumentale non solo nella sua effettiva essenza ma anche, e, forse, soprattutto, nell’anticipazione che è stata creata praticamente da zero ed ha catturato l’attenzione di tutto il mondo, tenendola in ostaggio per settimane.

This might be the return of The Throne” (“Questo potrebbe essere il ritorno del Trono“) annuncia Jay-Z, primo ospite del disco, nella seconda traccia, Jail, paragonandola alla precedente collaborazione del 2011 con l’autore del disco, Watch The Throne.

Solo uno dei tanti riferimenti ai lavori di Kanye nascosti un questa stupenda strofa, accompagnata dal canto in autotune di quest’ultimo. Una traccia che ricorda la magnifica Ultralight Beam per rime, arrangiamento e ambizione, ma che riprende chiaramente i suoni di Yeezus, in particolare, il comparto low-end distorto di tracce come On Sight o Black Skinhead.

Il beat salta improvvisamente e le atmosfere assumono un carattere più scuro e accelerato per collegarsi ed aprire la traccia seguente, God Breathed, ricavata dalle sessioni di Jesus Is King, ora penultimo album del rapper di Chicago.

Fall far too often, yeah, call God but don’t call enough / Fall down but don’t fall in love, I know God is all in us

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Screenshot dal videoclip ufficiale di “Follow God”

Dopo un’interessante e sontuosa sezione ritmica strumentale, le urla di Playboi Carti ci portano alla trap più pura in cui Kanye si sfoga dando effettiva dimostrazione della sua grande versatilità e capacità lirica, portandosi in notevole vantaggio nell’ipotetica (o forse non tanto) “corsa al trono” dell’hip-hop moderno con Drake.

Notevole anche la prestazione di Fivio Foreign, che si sbizzarrisce per un minuto buono sui saltellanti e “high-pitchati” 808. Un altro particolare approccio alla drill è Hurricane, che presenta ritornelli dell’acclamato The Weeknd e strofe di un ottimo Lil Baby.

I suoni riverberati delle prime tracce – presenti in realtà in tutto il disco – riflettono l’atmosfera dello stadio in cui l’autore si è auto-esiliato per realizzare la sua opera. Ancora 808 ed organi in Praise God, dove Travis Scott, Ye e Baby Keem si alternano con campionamenti di un discorso di Donda West (la madre di Kanye).

Le melodie alla Frank Ocean di Jonah scortano l’ascoltatore fino ad Ok Ok, in cui Kanye, insieme a Lil Yachty, Rooga e, ancora, Fivio Foreign, racconta il rapporto musicista-etichetta in modo del tutto personale.

Seconda apparizione per Carti, su degli organi per lui familiari (viene in mente King Vamp), in Junya, omaggio al fashion designer giapponese maggiormente noto per le sue collaborazioni con il brand Comme des Garçons. Believe What I Say campiona uno dei brani del classico dell’R&B di Lauryn Hill, The Miseducation of Lauryn Hill.

Insieme a 24, dedicata a Kobe Bryant, queste ultime tracce mostrano un Kanye decisamente lontano dall’hip-hop canonico, qui su una strofa melodica senza neanche autotune, quasi dal vivo, insieme ai cori del suo Sunday Service ed al cantante Vory, già presente in altri pezzi di Donda.

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Everything we did, how we live / All this smoke got a scent / All that smoke kept a scent / Everything I spoke, what I meant / Never disguise my intent, lines outside the event / Brought my life out the trench

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Credits: Rodrigo Ferrari (Flickr)

Originariamente insieme all’amico Kid Cudi, infine sostituito da Young Thug, in Remote Control Kanye fa satira sulla società moderna del consumismo e delle apparenze. La seguente Moon, però, riporta, fortunatamente, Cudi su dei cullanti versi che fanno, forse, riferimento alla sua storica saga Man On The Moon.

Ci pensa Heaven and Hell a spezzare nuovamente i toni e a riportare l’epicità, il pathos ed il sentimento dei primi momenti del disco, con una performance tutta in solitaria del nostro Yeezy. Nella nostalgica e malinconica title-track il rapper si fa forza spalleggiato dalle voci di Ariana Grande e del cugino Tony Williams, sulle parole del medesimo discorso della madre di cui sopra.

Insieme ad alcuni giovani trapper in Keep My Spirit Alive, Ye racconta, tramite qualche interessante espediente stilistico, l’infanzia ed i sogni. Nei quasi nove minuti di Jesus Lord, West si mette completamente a nudo, raccontando in un monologo illuminante sé stesso, le sue paure, le sue esperienze, subito seguito da una passionevole strofa di Jay Electronica, in quella che è probabilmente la traccia migliore fino ad ora di questa ambiziosa e grandiosa opera discografica.

Le ipnotiche tastiere di New Again, schiacciate dal sidechain della grancassa, mettono Kanye in vesti del tutto nuove, dalle sfumature dance e synthwave. La voce roca e cavernosa di Pop Smoke introduce la traccia successiva, Tell The Vision (versione alternativa della canzone del defunto trapper), sulle note iterate e martellanti di un pianoforte.

La produzione è anni luce avanti e le barre suonano come se Ye fosse di nuovo al verde e bramoso di ottenere un contratto discografico

Screenshot dal video di “Closed on Sunday (Live at Jimmy Kimmel)”

Arriva il momento anche per Kim Kardashian, ormai ex-moglie dell’artista, che destruttura la loro complicata relazione in un questa sentita Lord I Need You. Sono due cantanti, invece, Roddy Rich e Shenseea, ad accompagnare Ye nella ventunesima traccia del disco, Pure Souls, nei suoi cinque minuti di durata.

Come to Life sovverte inaspettatamente, l’andamento ed i toni dell’album, proponendo una quasi acustica e appassionante traccia climax. Kanye, armato di autotune in una maniera che ricorda l’ultimo Justin Vernon/Bon Iver, racconta, ancora una volta, i suoi sentimenti. La contraddizione tra l’aulicità dei suoni e l’umiltà dei testi continua in No Child Left Behind in cui la fede in Dio domina i versi di Vory, oltre che quelli del rapper di The Life of Pablo.

Inizia, quindi, il terzo atto di Donda, costituito dalle “metà mancanti” di alcuni tra i primi brani dell’album, a partire da Jail pt 2, in cui Jay-Z lascia il microfono al discusso DaBaby. Ok Ok pt 2 presenta una strofa rappata dalla giamaicana Shenseea con l’accento tipico del patois, mentre la seconda parte di Junya è semplicemente una versione estesa da una strofa di Ty Dolla $ign.

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A chiudere il disco, la traccia più lunga, con i suoi oltre undici minuti: la seconda parte della già sorprendente Jesus Lord, presente dieci brani prima, qui in versione estesa con un apporto dello storico collettivo dei LOX.

Know you can’t find a place to rest / Know the Lord my bulletproof vest (Is on Earth) / When we survive, know that we blessed / Save my people through the music

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Credits: Corey Velazquez (Flickr)

Un’ora e quarantotto minuti di durata per questa decima portentosa opera discografica partorita dalla mente ora folle ora geniale di Kanye West. Un collage di ventisette brani – numero probabilmente non casuale visto che è il risultato di tre elevato tre, numero della Trinità – alcuni scritti anni prima, altri solo pochi giorni, tutti passati sotto le mani di numerosi e talentuosi produttori.

Un approccio in un certo senso astratto che può ricordare l’esperimento del collega Kendrick Lamar Untitled Unmastered (2016). La produzione, minimale ma dallo spazio e dai suoni ben definiti e coesi, fa da colla per tutti i pezzi di questo grande puzzle, pescando un po’ da ogni lavoro del rapper. Tuttavia, un riguardo maggiore durante la realizzazione è sicuramente andato ad 808s & Heartbreak, di cui la madre di West è tema portante.

This your movie ’cause no one can play you

Donda non è un disco normale, è un’opera fuori dagli schemi, com’è, d’altronde, classico per il suo autore. Si presenta con l’aspetto di un mixtape, un’opera collettiva, tuttavia ricompressa secondo la visione artistica di uno solo, il nostro Kanye, il quale riesce a realizzare un ponte tra il visual marketing e il prodotto effettivo attraverso una serie di allegorie, simbolismi e veri e propri simulacri.

Ricostruendo la casa della sua infanzia, così come ascoltando più e più volte rough mix dei pezzi insieme ad altre menti del mondo della musica e non, West ci introduce e ci accompagna dentro il suo mondo. Un mondo fatto di delusioni, di errori, ma anche, e soprattutto, di fede, di ambizioni e di sogni, e lo fa, dopo quasi vent’anni di carriera, con la stessa passione di The College Dropout.

Ed è questo che rende Donda davvero grande, il desiderio di Kanye di farci vedere cosa lui vede con i suoi occhi, di farci empatizzare con l’atto della creazione artistica e con l’uomo al di là del microfono, che, tolti il giubbotto antiproiettile e le scarpe senza lacci, è proprio come noi, fragile nella sua umanità.

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Kanye West – Donda / Anno di pubblicazione 2021 / Genere: Rap