Nirvana: la tragica storia dietro alla canzone Polly [VIDEO]

Polly
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Polly: una delle canzoni più toccati e profonde dei Nirvana è anche una delle più traumatiche

Conosciamo tutti bene Polly: una delle poche canzoni dei Nirvana completamente acustiche, e perno centrale della tracklist del mitico album Nevermind. Come spesso accade per l’opera di Kurt Cobain, si tratta di un brano che, dietro le sonorità delicate con le quali si presenta, cela una storia tragica e, per certi versi, insospettabile.

La Polly del titolo non è infatti un personaggio inventato, ma si tratta di una persona reale alla quale è stato attribuito questo nome per parlare di una sua esperienza terribile. Senza troppi giri di parole: ci riferiamo ad uno stupro. La ragazza, quattordicenne, era stata rapita e violentata ripetutamente nell’agosto del 1987 da un maniaco di nome Gerald Friend.

Costui era già stato in prigione per vent’anni dopo aver commesso un primo stupro ai danni di una ragazza di 12 anni nel 1960. Uscito, sette anni dopo aveva rapito “Polly” offrendole un passaggio dopo un concerto rock. Intrappolata nel suo camper, l’aveva torturata e stuprata più volte tenendola legata ad una puleggia fissata al soffitto.

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Durante una sosta ad una stazione di rifornimento, la ragazza era infine riuscita a fuggire, allertando le autorità. Friend era stato poi fermato per un banale controllo stradale, ma tratto subito in arresto non appena i poliziotti avevano riconosciuto la descrizione dello stupratore alla macchia.

Si trova attualmente in prigione, dove sta scontando due condanne consecutive a 75 anni di carcere (alla prima delle quali, comminata nel 1960, vanno sottratti i primi vent’anni già scontati; ma tant’è). Letta la notizia del suo arresto, nel 1987, Cobain vi aveva tratto l’ispirazione per la canzone che tutti conosciamo.

La grottesca ironia delle liriche di Kurt Cobain

La ballad, già “terribile” nell’affrontare un argomento del genere su toni tanto dolci, sfrutta un espediente narrativo traumatico e geniale al tempo stesso. Cobain si mette infatti nei panni dello stupratore stesso, cercando di vedere la vicenda con i suoi occhi e costringendo quindi anche l’ascoltatore, suo malgrado, ad identificarvisi.

La scelta si sposa chiaramente con le visioni anti-sessiste del cantante, sempre polemico nei confronti di machismo e maschilismo e ovviamente lapidario su violentatori e uomini della risma. Definirà poi “sprechi di sperma” due stupratori che, nel 1991, commetteranno il medesimo delitto cantando, ovviamente mal interpretandola, le liriche della canzone.

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“Mi è difficile andare avanti sapendo che ci sono sacchi di plancton come questi nel nostro pubblico” decreterà Kurt, insofferente, come tutti i grandi artisti, a chi non sia in grado di cogliere le sottigliezze del suo messaggio. Ovviamente, l’intento di Polly è quello di presentare l’assurda semplicità di un atto deprecabile come quello dello stupro scavando nelle coscienze di tutti quanti.

Interpretando il brano in prima persona, infatti, Kurt rende lo stupratore protagonista con il volto di un uomo qualunque (cosa che, infatti, purtroppo spesso è). In altre parole: la banalità del male descritta da Hannah Arendt. Il “cattivo” raramente è un villain caricaturale come nei film o nei fumetti. Al contrario: può essere chiunque e questo lo rende ancora più pericoloso.

Purtroppo, il modo di scrivere di Cobain deve troppo alla sua intelligenza e alla sua sensibilità. Come nel caso di canzoni apparentemente simili ma in realtà distanti quali Rape Me (1993), il pubblico in gran parte manca di cogliere la grottesca ironia delle sue liriche, oggi come allora.

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Scrivo di musica, cultura, arte, spettacolo e cinema. Ho pubblicato su Cinergie, Digressioni, Radio Càos, Rock and Metal in My Blood.