10 grandi fotografie di Vittorio Storaro, dall’Italia ad Hollywood [LISTA]

Vittorio Storaro è uno dei direttori della fotografia più importanti della storia del cinema. Ripercorriamo la sua carriera con 10 opere.

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5) Giordano Bruno – Giuliano Montaldo (1973)

Giordano Bruno, fotografia di Vittorio Storaro
Gian Maria Volonté nei panni di Giordano Bruno

Il film racconta gli ultimi 8 anni di vita di Giordano Bruno, dal 1592 al 1600, quando morì sul rogo con l’accusa di eresia. Giuliano Montaldo, talentuoso regista italiano di cui si parla poco, porta a termine così la sua trilogia sul potere (militare, politico e ora religioso). Un ottimo Gian Maria Volonté interpreta il protagonista.

Non si tratta di un’indagine sul pensiero di Bruno, ma sulla scelleratezza della Chiesa e dell’Inquisizione. Vittorio Storaro inquadra in campi lunghi gli alti funzionari ecclesiastici nei loro maestosi edifici per mostrare la contraddizione con l’insegnamento cristiano. Inoltre, il rosso, molto vivido, è il colore associato al clero, macchiatosi della morte di numerosi innocenti.

Le carrellate sui volti giudici dei membri della curia intenti ad ascoltare le apologie di Bruno ricordano molto Giovanna d’Arco di Dreyer (1928). Il film è inoltre colmo di campi lunghissimi per ricercare una ricostruzione storica accurata, per poi mostrare fino in fondo le torture inflitte a Bruno. Il realismo è il mantra cui tende Vittorio Storaro nell’opera in questione.

6) Novecento – Bernardo Bertolucci (1976)

Novecento, fotografia di Vittorio Storaro
Novecento di Bertolucci

Novecento è il film più lungo di Bertolucci, con una durata, considerando le due parti assieme, di 5 ore e 17 minuti circa. L’opera segue l’intera vita di un proprietario terriero e di un contadino, divenuti poi amici, dalla loro nascita fino alla loro anzianità. Il film è ambientato dal 1901 agli anni Ottanta, prevalentemente nelle campagne parmensi.

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Vittorio Storaro prosegue sulla strada del realismo, dipingendo il ritratto storico di un Paese lungo oltre mezzo secolo. Per mostrare le ambientazioni, molto care al regista, vengono realizzati diversi campi lunghi. I verdi campi appaiono molto vividi, rendendo l’ambiente quasi incontaminato se non fosse per il rapporto di servilismo cui i contadini sono costretti. Ecco che Storaro fotografa una piantagione come se fosse una prigione.

L’avvento del personaggio di Attila e del fascismo comporta un filtro grigiastro e malinconico nei drammatici momenti bellici. L’immagine è sporcata dal fango dei campi di battaglia martoriati. Nelle scene di vita quotidiana e festa, però, tornano i colori e le nitide geometrie degli spazi.

La parte della caduta del fascismo, invece, alterna colori spenti e primi piani per identificare i carnefici a campi lunghi e colori vividi della natura innocente dei contadini. Dopo, i campi lunghi che mostrano tutto il potere che il proprietario terriero è destinato a perdere con la rivolta partigiana. Infine, l’anzianità dei due amici di lunga data è avvolta da colori splendenti e campi medi: nonostante le vicende alterne, la loro amicizia non si è mai spenta.

7) Apocalypse Now – Francis Ford Coppola (1979)

Marlon Brando; Apocalypse Now; Francis Ford Coppola; Vittorio Storaro
La luce particolare usata da Storaro durante il monologo di Marlon Brando

Apocalypse Now è considerato uno dei migliori film di guerra di tutti i tempi, in quanto ogni suo elemento funziona alla perfezione. Dopo aver ammirato Il conformista, riprendendolo in Il padrino – parte II (1974), Coppola ha voluto collaborare con il direttore della fotografia. Il risultato è un film in cui immagini e musica creano una chimica perfetta, come già vi abbiamo detto qui.

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Il film è tratto dal suggestivo Cuore di tenebra di Joseph Conrad ma è ambientato nel Vietnam. La storia vede un capitano dell’esercito americano inviato nella foresta della Cambogia a scovare il pericoloso e disturbato colonnello Kurtz.

Celeberrime le riprese aeree del film, con soggettive dei soldati passeggeri, come anche le riprese degli stormi di elicotteri in volo. Vittorio Storaro sporca l’immagine con esplosioni, fumo e sterpaglia per alimentare il carattere antimilitaristico dell’opera. Il verde è il colore preponderante, sia per l’ambientazione sia per le uniformi militari e i vestiti dei Vietcong per mimetizzarsi con l’ambiente. Ma i continui attacchi e i campi lunghissimi suggeriscono molto di più un intento alienante e spersonalizzante: chi combatte non è più un individuo, ma carne da macello.

La scena del guado e dell’incontro con Kurtz è avvolta dall’ombra. Marlon Brando, in aumento costante di peso, chiese di essere ripreso in tale modo per non mostrare il suo fisico. E la scelta di raffigurarlo in penombra è forse il motivo principale per cui Vittorio Storaro guadagnò il suo primo Oscar nel 1980.