Oldboy, la Spiegazione del Capolavoro di Park Chan-wook

Oldboy arriva al cinema in versione restaurata dal 9 giugno: quale miglior occasione per approfondire questo capolavoro senza tempo?

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Il cinema è un’arte dove la rivalutazione, così come la riabilitazione, sono pratiche all’ordine del giorno. In Italia ne abbiamo esempi infiniti, ma anche andando oltre i confini del Belpaese, gli esempi non mancano. Tra questi, spicca sicuramente il caso di Park Chan-wook, regista di un vero capolavoro come Oldboy, che arriva al cinema in versione restaurata a partire dal 9 giugno.

Era il 2002 e il giovane regista coreano ebbe carta bianca per girare quello che sarebbe stato l’incipit di una trilogia significativa per il cinema di genere e non solo. Parliamo di Mr. Vendetta, un revenge movie che non ebbe purtroppo fortuna né di pubblico né di critica.

Oldboy, Tarantino e la violenza

Due anni dopo, però, Quentin Tarantino diventa presidente del Festival di Cannes. Una certezza lo anima: vuole fortemente portare in rassegna un film di Park Chan-wook da cui è rimasto stregato.

L’opera prescelta è Oldboy, il film che avrebbe voluto girare lui stesso, come pubblicamente ammesso dal regista di Pulp Fiction. Da lì in poi, Park diventa storia del cinema. Esattamente come accaduto a Lucio Fulci, spesso sottovalutato da gran parte della critica nostrana, salvo poi trovare riabilitazione grazie al buon Quentin. 

Viene quasi spontaneo pensare ad un “grazie mille, Tarantino”, vista la bellezza dei film di Park Chan-wook, e in particolare di quel capolavoro assoluto che è Oldboy. Un film che racconta una storia di vendetta senza fine, tentacolare, che abbraccia ogni singolo personaggio messo in scena.

A tirare le redini del carro della rivalsa, Oh Dae-su, rapito e incarcerato in una stanza per quindici lunghi anni. Lo scorrere del tempo sfocia infine un nuovo sadico gioco: cinque giorni per capire chi lo ha incarcerato senza apparente motivo: è questo l’inizio di una ricerca negli abissi dell’atrocità.

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La spirale di violenza sarà infinita e destinata a culminare in un finale che non può che lasciare sconvolti.

Lo stile di Park porta ad un’estetizzazione della violenza di pregevole fattura, basta pensare al piano sequenza della rissa “tutti contro uno”, girato in tre giorni. Due minuti e quaranta, sedici ciak. Un carrello dal movimento orizzontale che segue una perfetta e armoniosa coreografia di violenza animalesca.

O ancora, la tortura inflitta al carceriere, in cui alla brutalità dei primi piani sui denti sfilati grazie al tirachiodi di un martello, si contrappone la bellezza dell’Inverno di Vivaldi. Questi momenti, che riprendono chiaramente il cinema estremo orientale di maestri come Miike o Sion Sono, vanno però ad inserirsi in un contesto preciso.

L’uso di un linguaggio filmico aulico per sequenze pregne di violenza manifesta chiaramente l’intento di raccontare la tragedia nell’accezione greco-shakesperiana del termine. 

Oldboy: le Origini e la Tragedia Greca

Oldboy nasce come manga, nel 1996, scritto da Garon Tsuchiya. Da qui, Park riadatterà la storia modificandola con le contaminazioni più variegate, che vanno a coprire secoli di letteratura: dalla tragedia sofoclea dell’Edipo Re fino all’Amleto di Shakespeare.

Due opere strettamente interconnesse tra loro, soprattutto nella figura del personaggio centrale. Così come la tragedia greco-latina, anche Oldboy inizia “in medias res”, con il prologo della sparizione e quindi la liberazione di Dae-Su.

In altre parole, Park spezza la linearità della narrazione, frammentandola con continui flashback sulla sopravvivenza in quella gabbia ben arredata. Un continuo tuffarsi nel passato che ci aiuta a delineare il presente.

Parallelamente, Dae-su incarnerà tutte le doti dell’eroe tragico, costretto su un cammino impervio e predeterminato delineato dall’antagonista.

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Quest’ultimo assume qui connotati simili a quelli delle divinità greche. Tale percezione è sottolineata anche a livello visivo grazie alle inquadrature dal basso che gli vengono dedicate. O ancora ai campi larghi dove la sua figura predomina e svetta senza eguali.

Egli, Lee Woo-Jin, è colui che traccia il cammino della disperazione e della violenza Dae-Su,  protagonista attanagliato dal rancore e dalla sete di vendetta, uniche forze propulsive di ogni sua azione.

L’antagonista tesse una tela da cui è impossibile districarsi, un percorso fatto di insidie da cui Dae-su tenta, inutilmente, di sviare. Siamo di fronte a uno scontro impari, un burattino che cerca di tagliare i propri fili.

La natura di eroe tragico di Dae-Su trova conferma anche nel suo essere principale responsabile del proprio fato e della sua crescita personale, trascinato da sensazioni di angoscia nonché solitudine.

Si potrebbe ampiamente azzardare un paragone con una specifica tragedia greca ma il rischio spoiler sarebbe troppo alto e non potremmo mai rovinarvi quello che è uno dei migliori finali a sorpresa della storia del cinema. Vi basti sapere che le analogie sono molte e rivisitate in una maniera ineccepibile. Ci sarà spazio più avanti per approfondire tale punto.

In ultima analisi, la forza di un film come Oldboy, oltre che nella regia meravigliosa di Park, risiede soprattutto nella sceneggiatura. Una scrittura post moderna, capace di unificare l’antico con il nuovo, la tragedia greca con il neo-noir, dove il percorso formativo dell’anti-eroe si incontra e scontra con il viaggio imposto dell’eroe, dando vita così ad un personaggio dalle molteplici sfaccettature. E ad un film come Oldboy, carico di significati ed ispirazioni, che lo rendono un vero e proprio capolavoro contemporaneo. 

Classe '89, laureato al DAMS di Roma e con una passione per tutto ciò che riguardi cinema, letteratura, musica e filosofia che provo a mettere nero su bianco ogni volta che posso. Provo a rendere la critica cinematografica accessibile a tutti, anche al "lattaio dell'Ohio".