Jak and Daxter | Recensione del gioco Naughty Dog

Un momento forse solo di passaggio per Naughty Dog, ma anche un gioco riuscitissimo

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“Fammi indovinare: ci sono… ragni nelle Grotte del Ragno, giusto?”

Abbiamo insomma un gioco di piattaforme molto intuitivo, con tanta azione e poche chiacchiere. Quelle rare interazioni consentite con altri NPC servono solo a dare avvio alle varie mini-quest, che comunque si concludono con il reperimento delle solite batterie. Niente di eclatante.

Quello che funziona davvero, in Jak and Daxter, è la varietà d’ambientazione e la coerenza interna che il gioco rispetta sempre. I “livelli” sono legati all’estetica comune del setting, per esempio dalla onnipresenza degli antichi e misteriosi manufatti Precursor, o dal carattere steampunk di tanti macchinari.

Naturalmente un altro elemento che funziona benissimo è quello dei “segreti”: gli oggetti nascosti, inizialmente inarrivabili e la cui conquista porta maggior soddisfazione dell’abbattimento di qualunque boss. Un altro classico motivo dei platform tradizionali calato in una realtà più complessa e matura.

“Ce l’avete fatta! Avete preso duecento chili di pesce!”

Molto con poco

La ragione per cui Jak and Daxter si può dire un gioco tanto riuscito è che riesce a fare molto relativamente con poco. Si tratta di un gioco equilibrato, che sfrutta con misura nello sviluppo tutti i mezzi a disposizione per creare una realtà ben tratteggiata e non invadente.

Tutto funziona al posto giusto, dai vivissimi e piacevoli colori alle piccole gag e battute, dalla musica al sistema di esplorazione degli ambienti. Le deviazioni, come le corse con l’hovercraft “Zoomer”, sono adeguatamente poche: arricchiscono l’esperienza di gioco senza corromperla.

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Anche il finale aperto, dopo la battaglia campale per la “salvezza del mondo” (o quel che sia) è adatto perché non preme troppo su una trama in fondo inessenziale e costruita, seppur con coerenza e intuito, solo per fare da impalcatura concettuale al piccolo universo di Jak and Daxter.

Un gameplay di Jak II

Ritorno al “futuro”: Jak II e 3

Le cose cambiano radicalmente con i due sequel del titolo, che arrivano nel 2003 e nel 2004, a stretto giro. Per farla breve: Jak e Daxter viaggiano nel tempo, ritrovandosi in un futuro che dallo steampunk ci porta al cyberpunk più calcato, alla Blade Runner o simili. Questione di gusti, ma la serie perde parecchio nel passaggio.

Trama: distopia, mercanti corrotti, un tiranno da sconfiggere e una resistenza da sostenere. Visto e rivisto e rivisto. Qui ci si muove in una direzione marcatamente più adulta, come prova la caratterizzazione più “guerresca” di Jak (che ora parla), l’utilizzo di armi e un chiara deviazione verso l’open world alla GTA.

Le ambientazioni sono caotiche, spesso fogne, fabbriche o anonime caserme o palazzi. Si compiono di continuo quest che coinvolgono sparatorie o l’abbattimento di nemici senza identità. Nel terzo capitolo le cose vanno leggermente meglio: si esplorano templi e territori perduti e la trama si risolve nello svelare l’origine e il destino dei Precursor. Ma niente come il primo titolo.

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Il criptico finale del primo gioco

Conclusione

Jak and Daxter, per quanto possa apparire un gioco ingenuo e poco approfondito se rivisto oggi alla luce delle successive produzioni Naughty Dog, conserva un’autenticità e una semplicità preziose che nei videogame sono in gran parte andate perse a favore di iper-produzioni complesse, intricate e ambiziose.

Il piacere di un gameplay semplice, immediato e scorrevole, che non cerchi di imitare qualche film ma che riassuma invece un ambiente che è la naturale evoluzione dell’estetica di Crash Bandicoot, è un qualcosa che si può ritrovare qui come non si ritrova altrove.

Un esperimento unico, un momento di passaggio che segna quel delicato attimo (il 2001, all’incirca) nel quale i videogiochi, soprattutto platform, iniziano a diventare “seri” ma non sono ancora così seri. Un titolo da riscoprire, per riabbracciare l’idea del videogioco come puro divertimento.

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