Venezia 76 – Wasp Network, la recensione

L'autore francese porta in mostra un film decisamente non all'altezza delle aspettative.

Wasp Network

Chiude la quinta giornata della Mostra il nuovo film di Oliver Assayas.

L’autore francese con Wasp Network bissa la sua presenza al Lido dopo l’ottimo Non-Fiction presentato l’anno scorso. Dopo lavori come Carlos e Personal Shopper, sembrava aver raggiunto la piena maturità artistica. La sceneggiatura di Non-Fiction è un gioiello della commedia brillante, un esempio praticamente perfetto della scrittura per il cinema. Talmente ben concepita da generare da sola tutte le forme della regia implicate nella frizzante e teatrale messa in scena.

Tutto ciò che, purtroppo, non è Wasp Network. Ancora sceneggiatore della sua pellicola, Ossayas si cimenta con un romanzo, The Last Soldiers of the Cold War, ispirato alla storia vera dei Cuban Five. Stendere uno sceneggiato di questo tipo pone ovviamente altri problemi rispetto ad un soggetto originale che l’autore sembra non essere stato in grado di affrontare, o aver addirittura aggirato. Così questo film su un gruppo di spionaggio pro-castrista della Cuba di fine secolo fa acqua da tutte le parti.

Più che un Network, un Wasp Puzzle.

Un puzzle di cui l’autore sembra aver smarrito qualche pezzo. Lo spettatore si troverà spaesato di fronte alla discontinua caratterizzazione dei personaggi, complicata ulteriormente dal perpetuo passaggio da una sotto-trama all’altra. I ripetuti scavallamenti di campo durante i dialoghi potrebbero quindi essere licenze poetiche, simboleggianti il continuo cambio del punto di vista. L’improvvisa e inspiegabile scomparsa di alcuni attori completa però un quadro, forse volutamente, confuso e frammentario. Così Wagner Moura liquida la vicenda con un’intervista televisiva alla metà del film, e Gael García Bernal ha sicuramente trovato più spazio per il suo talento nell’affascinante Ema, che raddoppia il suo red carpet.

Wasp Network

 

E anche se il tentativo di frammentare la narrazione dovesse essere una conscia sperimentazione, i risultati non sono certo encomiabili. In effetti le dissolvenze su black screen, a chiudere diverse sequenze narrative, fanno pensare a voluti sipari che calano sulla storia. Un esperimento quasi televisivo, sicuramente più adatto alle atmosfere soap-operistiche invocate a tratti dalla regia che ad una spy story di cui non riesce mai a definire un ritmo preciso. A tamponare il disordine una sequenza riassuntiva a metà film, che introduce una didascalica voce fuori campo a renderla l’unico momento in cui il Wasp Network è chiaro nella sua conformazione.

Wasp Network sembra un film mutilo.

Incompleto a tal punto da far quasi venire il dubbio che ci siano stati dei problemi durante la produzione. Troppi errori per un autore che aveva invece dimostrato inventiva e talento, equilibrio tra forma e contenuto. Invece ci troviamo di fronte ad una disorganizzata commistione di registri e stili, dalla telenovela al cinegiornale. Alla fine della proiezione non ci resta che aspettare che Assayas si faccia perdonare, confermando le capacità che aveva dimostrato con Non-Fiction, e che gli fanno sicuramente meritare una seconda opportunità.