Venezia 76: Ema, la recensione del tardo barocco di Larrain

Pablo Larrain interpreta a modo suo alcuni complessi sconvolgimenti sociali della nostra epoca.

Ema
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A Venezia Ema prosegue un filone che sta segnando una parte corposa del programma. Se infatti Kore’eda ci ha accompagnato tra le verità e le finzioni attraverso il metacinema, Martone e Baumbach hanno interpretato a loro modo il complesso rapporto tra cinema e teatro, Larrain porta in scena la danza. Questa riflessione sui linguaggi accompagna lo spettatore tra le diverse forme di espressione, giungendo con Ema al corpo nella sua più primordiale e lisergica potenza.

Il teatro-danza dipinto nelle meravigliose sequenze di apertura è infatti una dichiarazione programmatica di un fascino estetizzante e decadente per l’arte del movimento. Il dramma ruota tutto intorno al ballo, carico di importanti significati simbolici. Ne è ben consapevole Ema, la protagonista del film interpretata da una magnetica Mariana Di Girolamo, che decide di ribellarsi ai paradigmi di una società che le sta troppo stretta. Sfruttando un dramma famigliare, legato al suo figlio adottivo, ha il perfetto capro espiatorio per abbandonarsi all’esplorazione spregiudicata della sua identità.

La personalità di Ema si svelerà a poco a poco nel film.

Lasciare il suo ruolo di madre, e moglie di Gaston (Gael Garcia Bernal), significa anche poter lasciare la sua compagnia di danza folk. È proprio il marito infatti il coreografo di quelle danze misteriche e rituali, che strizzano l’occhio sicuramente al recente Suspiria. Abbandonati tutti gli obblighi famigliari, la sua progressiva liberazione dalle catene parte proprio dalla danza. Al teatro-danza chiaramente ispirato alle teorie di Rudolf Laban e Pina Bausch, la protagonista sostituisce la sua passione repressa per il reggaeton.

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Ema

Questa danza, ancora più corporale e sensuale, marca il passaggio all’esplorazione della libertà individuale. Chiamando in causa il fuoco come forza elementale, che arricchisce il già ampio repertorio simbolico del film, Larrain cerca di dipingere il licenzioso ardere di una stella. La libertà nella danza si trasforma in libertà sessuale, che porta Ema a legarsi a diversi amanti di entrambi i sessi. D’altronde, piuttosto didascalicamente, viene posta proprio questa equazione in una scena chiave del film: La danza è come un orgasmo.

Il film cede spesso il passo al cattivo gusto.

Il curatissimo impianto visivo, tenuto insieme da alcuni leimotiv cromatici, non salva però il film da una ridondanza quasi stucchevole. Larrain conferma il suo gusto per il cattivo gusto, ballando con Ema sull’orlo del fallimento cinematografico. Ema è un film sfrenato, ma ben lontano dalla potenza provocatoria del cinema anarchico di un Harmony Korine. Senza porre alcun controllo sulla forma, Ema si riduce spesso a mera video-arte. Il corpo e il movimento diventano quindi delle vere e proprie ossessioni visive, disperdendo la forza dell’impianto simbolico alla base del film, e perdendosi in un vacuo estetismo.

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Cerca di salvarsi nel plot twist finale, che arriva dopo un sovraccarico di immagini quasi al limite. Così, nella conclusione, Ema ricorda di essere due film in uno. Accanto all’ampia digressione artistica sembra voler rimanere infatti ancorato ad un family drama, collegato indissolubilmente al vortice di lussuria che attraversa il film.

Senza però alcuna consistenza narrativa, senza la forza di una commedia degli equivoci o la carica dissacrante di una denuncia sociale sulla famiglia disfunzionale contemporanea, il plot twist sembra solo un rifugio per un film che di consistente ha ben poco.

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