Loving Pablo – La recensione in anteprima del nuovo film su Escobar

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Il nome Pablo Escobar molto probabilmente non sarà un nome nuovo alle orecchie della maggior parte dei cinefili e non.

Il re del narcotraffico colombiano infatti è stato più volte descritto ed usato come soggetto nella produzione di film e serie tv. Basti citare la serie Narcos che ha spopolato negli ultimi anni su Netflix, con un Wagner Moura eccezionale per la sua interpretazione del criminale e uomo politico colombiano; a questa si aggiungono numerose altre mini-serie e pellicole, tra cui Escobar: Paradise Lost, diretta da Andrea Di Stefano in cui Benicio del Toro recita il ruolo principale, anche qui con un’ottima interpretazione del criminale colombiano.

L’ultima produzione in tema, frutto di Fernando Leon de Aranoa e tratto dal best-seller di Virginia Vallejo Loving Pablo, Hating Escobar, vedrà la luce nelle sale italiane il 19 aprile ed avrà come protagonisti Javier Bardem nei panni di Pablo Escobar e Penelope Cruz (moglie di Bardem nella vita quotidiana) in veste della giornalista Virginia Vallejo stessa, che diventerà la sua compagna nel periodo in cui la fama del criminale raggiunse l’apice.

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La prima intervista che fa conoscere i due

Il film nonostante tratti argomenti noti e già ampiamente descritti dalle precedenti pellicole, regala uno sguardo nuovo sulla persona di Escobar.

Prendendo distanza dalle precedenti visioni, narra le vicende nella loro interezza attraverso gli occhi della giornalista, sin dai primi incontri tra i due fino ad arrivare alle strette finali. La relazione con il “boss della cocaina” inizialmente le porterà prestigio e rispetto, salvo poi essere disprezzata e rifiutata da molti per la stessa relazione. Chi proviene dalla visione di Narcos troverà le orgini del re del narcotraffico poco dettagliate e mal spiegate; la sua scalata al trono colombiano fatto di panetti e la successiva espansione negli Stati Uniti risultano molto meno coinvolgenti.

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La narrazione prosegue coerente e lineare, seguendo le vicende che, in ordine cronologico, accompagnano Escobar nell’ascesa da capo del cartello di Medellìn fino a diventare uomo politico e membro della Camera dei Rappresentanti Colombiana. Il tutto grazie a mazzette e colpi di mitra, per poi declinare passando attraverso la sua incarcerazione ne La Catedral ed il periodo di latitanza.

La positività di questo film emerge dal tono femminile, raccontato dalla voce un po’ spagnoleggiante della Cruz che funge da narratore nel ruolo della Vallejo.

E’infatti una delle prime volte, oltre al romanzo della giornalista stessa, che viene raccontata la vicenda di Escobar da un punto di vista così vicino ma esterno. Il resto, purtroppo, penalizza la riuscita del film.

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Bardem e Cruz insieme come Escobar e Vallejo

L’interpretazione di  Javier Bardem è positiva; calato nel personaggio in ogni minimo dettaglio riesce nel trasformare l’Escobar che noi conosciamo in una macchietta. L’aspetto fisico è frutto di un lavoro certosino anche da parte dell’attore, e grazie alle sue origini spagnole (questo vale anche per la Cruz) la parlata risulta ancora più cucita attorno al personaggio.

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Nelle interviste Bardem ha dichiarato di aver aspettato a lungo per interpretare Pablo, e di aver studiato per molti anni la figura di questo importante personaggio. Come già detto per la sua notorietà e riuscita, un paragone spontaneo ed immediato è quello con Wagner Moura, che nonostante l’ottima performance di Bardem, nel confronto diretto riesce a colpire di più.

La Cruz è brava nel dar vita a Virginia Vallejo, senza però riuscire a far uscire il personaggio dalla bolla di perfezione in cui risulta rinchiuso. Spicca per il suo portamento, e il suo essere ispanica aiuta nell’interpretare una donna Colombiana. Considerando la meravigliosa coppia che si è soliti vedere sui red carpet ci si può addirittura meravigliare nel vedere la sconnessione che Cruz e Bardem hanno in certi tratti sullo schermo.

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Virginia Vallejo

Purtroppo anche il ritmo narrativo in più punti risulta scontato, a tratti banale ed il più delle volte sconnesso.

Il film non fa altro che riprendere i tratti cronologici della storia di Escobar, raccontando il tutto come se fosse una favola d’oro, senza aggiungere molti tratti intimi. Ciò non significa che il film non analizzi certe sfaccettature della loro vita privata, ma piuttosto che le mostri senza però far entrare realmente lo spettatore nella vicenda. Ben visibile rimane sempre solo una già citata patina.

Da spettatori, non si è aiutati nel coinvolgimento, poiché il film non è stato creato per far scegliere che parti prendere tra la DEA, la Vallejo e lo stesso Escobar. Si rimane combattuti fino all’ultimo, senza riuscire davvero a tifare per qualcuno.

Una nota particolarmente positiva va tuttavia alla sezione delle scenografie, che ricreano le situazioni dell’epoca e della sua vita in modo eccezionale.

Le riprese sono effettuate veramente nei luoghi in cui sono accaduti i fatti in Colombia, contribuendo nel creare un clima realistico non da poco, anche grazie agli interni delle ville del Patron e de La Catedral. Il tempo passato in Colombia ha sicuramente aiutato moltissimo gli attori nella costruzione di un accento il più autoctono possibile.

Per gli amanti del personaggio il film sarà certamente un must da non perdere, e anche per chi vuole conoscere questa figura ormai così riciclata; ma prima di iniziarlo sappiate che Bardem con questo Escobar non ha molto da aggiungere oltre a quelli che già prima di lui lo avevano interpretato.

Un peccato, soprattutto per un attore come lui che nella sua carriera ha commesso ben pochi passi falsi.

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