Primo Maggio a Piazza San Giovanni: tradizione e innovazione che si intrecciano

Primo Maggio

Proseguendo la scia dell’edizione precedente, la line up è stata costruita ad hoc per unire classico e moderno.

La ventinovesima edizione del Concertone del primo maggio, che da quasi trentanni si svolge nella suggestiva location di piazza San Giovanni, ci ha regalato dei momenti splendidi. Altri un po’ meno. Eccovi di seguito le impressioni di noi ragazzi de La Scimmia sulle band o i cantanti che ci hanno colpito di più.

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I Pinguini cantan Battiato: si apre la diretta

Dopo circa un ora e mezza di presentazioni ed esibizioni non riprese, si da il via alla diretta televisiva con una cover di Battiato offerta dai Pinguini Tattici Nucleari. È Cerco un Centro di Gravità Permanente ad aprire le danze all’evento televisivo annesso allo spettacolo. Seguono i La Rua, Ylenia Lucisano, e i 3 vincitori del concorso 1MNEXT, atto a premiare i giovani musicisti emergenti. Dopo le tre esibizioni, è stato Massimo Bonelli (organizzatore del Concertone del Primo Maggio) a premiare I Tristi, una band coi piedi ben saldi nelle radici del cantautorato d’epoca nostrano. I vincitori assoluti del contest, fanno appena in tempo a ritirare il premio che devono subito lasciare il posto a Fulminacci, il quale chiude la parentesi emergente.

Accenni da Faber Nostrum e non solo.

A spezzare la vena cantautorale subentra l’hip hop di Eman, L’electro-pop dei Lemandorle, e addirittura la trap di Izi, giovane ragazzo genovese che si sbilancia con una sua personalissima cover di Dolcenera. Il trapper ci stupisce però sul finale con un monito sull’importanza di guardarsi negli occhi fregandosene dei cellulari.

Lo spirito di De André tornerà una ventina di minuti più tardi con Colapesce che chiude anch’egli l’esibizione con un suo estratto dal disco-cover Faber Nostrum: la canzone dell’amore perduto. Nulla a che vedere con la rilettura folle dei colleghi kuTso di qualche anno fa.

Eugenio In Via Di Gioia dal vivo al Primo Maggio Roma 2019

In quei venti minuti precedenti si susseguono abbastanza velocemente La rappresentante di Lista, Eugenio in Via di Gioia e Bianco, la cui esibizione è stata condivisa col già citato Colapesce.

Un notevole spazio per il rock (parte 1).

Se già coi La rappresentante di Lista si era aperto un certo spiraglio, verso le 17 (dopo Dutch Nazari) l’esibizione dei Fast Animals and Slow Kids,
con la presentazione di due nuovi brani, apre definitivamente l’evento a delle sonorità un po’ più aggressive. Queste proseguono anche a fine esibizione con un breve accenno del riff di My Sharona con la collaborazione del già conduttore Lodo Guenzi, che quasi si fa perdonare la dubbia cover di Bello Figo Gu portata l’anno scorso.

Dopo questo breve stacco e l’esibizione de La Municipal, tornano attesissimi i Pinguini Tattici Nucleari che scatenano la folla con la loro hit Irene. Purtroppo dopo solo due brani devono lasciare il palco ai Coma_Cose, e l’atmosfera si fa leggermente diversa.

Troppo spazio al duo milanese.

Addirittura 4 i brani suonati, in maniera anche piuttosto raffazzonata, con una prova non brillantissima. Comunque il duo viene abbondantemente acclamato dal pubblico.

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I Canova ”aprono il cielo” (come ci dice il cantante scherzando sulle condizioni atmosferiche) e smuovono la folla con Treesome, terzo brano della loro esibizione. Li segue a ruota Rancore, anche lui con tre brani. Sempre molto d’impatto Beep Beep, eseguita anche stavolta con due membri dell’orQuestra (la sua band d’accompagnamento) che gli porgono una bombola d’ossigeno.

Sono ormai le 18, e sta per arrivare la prima vera botta di nostalgia. Ma prima si susseguono le esibizioni degli Ex-Otago e di Anastasio, che ci tiene a ricordare al pubblico della piazza e a quello a casa che questo giorno va festeggiato sopratutto per le manovalanze che si occupano dell’allestimento.

Nostalgia canaglia.

Eccoci quindi con le prime note nostalgiche: gli Zen Circus aprono il loro set con Andate Tutti Affanculo. Appino fa scendere una lacrima ricordando che sono passati ben dieci anni dalla prima volta su quel palco, con quella stessa canzone. La folla dei nostalgici si esalta, ma sono in netta minoranza: il popolo della piazza è un popolo giovane che forse ha sentito gli Zen solo a sanremo. Lo stesso accadrà ad Agnelli e Silvestri ma lo vedremo più avanti.

Sempre nell’ottica di alternare ”antico” e moderno, si prosegue con Ghemon. Dopo un paio di canzoni, chiude il proprio set con la canzone portata a Sanremo, scelta diametralmente opposta rispetto agli Zen e che chiaramente gli porta un’ottima audience. Il cantante avelinnese lascia il posto al vero veterano della serata: Omar Pedrini. L’ex cantante e chitarrista dei Timoria porta sul palco i 25 anni dal loro quarto disco. Succede però qualcosa…

Problemi con la diretta.

Chiaramente ci siamo accorti di questo inconveniente solo in seguito, dato che dalla piazza sembrava tutto normale: audio pessimo come al solito. Da casa invece, per favorire il collegamento col tg, gli spettatori si sono completamente persi l’esibizione del rocker, troncata senza ritegno nella sua interezza (due brani più Redemption Song). Pedrini avrebbe dovuto recuperare la sua esibizione qualche ora più tardi, tra Ghali e i Negrita, ma non se l’è sentita a causa della stanchezza e del ”senso della dignità ferito”, com’egli stesso ha poi chiarito.

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Dopo circa una mezz’oretta d’interruzione pubblicitaria sotto la pioggia, gli errori tecnici accennati poco fa arrivano al culmine intorno alle 20 e 30, quando l’arpista Micol Picchioni esegue Un Pescatore di De André e Bella Ciao senza che il pubblico della piazza se ne accorga minimamente. D’altronde eravamo lì per un altro motivo: Noel Gallagher, che con una puntualità disarmante inizia il suo spettacolo con ben 3 pezzi dal suo terzo disco. Ma è solo l’inizio.

Si prosegue con Wonderwall e Stop Crying Your Heart Out, e a quel punto la folla è in completo visibilio, nonostante qualche piccolo errore qua e là nell’esecuzione cui non si fa molto caso. Ma non è ancora finita. Il maggiore dei fratelli Gallagher conclude il suo set come tanto ama fare: con All you need is Love dei suoi idoli personali (con tanto di chicca finale proveniente da una parodia di quella stessa canzone scritta dai Rutles).

..perché?

Già. Viene proprio da chiederselo. Perché? Perché dopo la migliore e più attesa esibizione ascoltata finora bisognava concedere a Carl Brave lo stesso lasso di tempo concesso all’artista di punta? 5 le canzoni concesse al cantante romano. Lo stesso numero di Noel. Chiaramente il pubblico formato, come abbiamo già detto, da numerosi giovani lo ha acclamato a dismisura.

Un notevole spazio per il rock (parte 2)

Fortunatamente arriva la volta di Manuel Agnelli e si riparte con il rock. I problemi con l’audio impediscono alla folla di godere dello splendido discorso sulla ”rabbia e la frustrazione per tutta quella speranza che è stata tradita in venticinque anni (dalla morte di Cobain), che ci ha portati a retrocedere, ad andare indietro di cento anni rispetto ai diritti civili’‘. Discorso che ha preceduto uno sguaiato arrangiamento per chitarra acustica di You know You’re Right.

Azzardata quindi la scelta della scaletta che si conclude con una versione al piano di Perfect Day, forse un po’ fuori contesto. Il secondo big nostrano si mantiene sui 4-5 pezzi, esattamente come faranno i Subsonica e il successivo Daniele Silvestri, portatore della seconda vera botta di nostalgia dello spettacolo.

Un liberatorio ”Mortacci tua”

Il set assegnato a Silvestri è stato sicuramente tra quelli di maggiore intrattenimento. Pezzi nuovi, pezzi vecchi (Gino e l’alfetta ha scaldato i cuori dei suoi fan più accaniti) e collaborazioni dovute: cogliendo la palla al balzo infatti i già esibiti Rancore ed Agnelli tornano sul palco per eseguire Argento Vivo, la sesta classificata del festival della canzone italiana. Anche il pubblico più giovane a questo punto torna in visibilio.

Ma Silvestri ha ancora carte al suo mazzo e stupisce nuovamente i fan con la sua istrionica Testardo, che si conclude appunto con un bel ”Delimortacci tua”.

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Tre big di fila.

Finito Silvestri (anche se tornerà quasi subito per un breve feat.) tocca ai Subsonica, che si aggiudicano il maggior numero di collaborazioni, duettando prima col rapper piemontese Willy Peyote e poi appunto con Silvestri, col quale portano un pezzo di addirittura venti anni fa.

Tornano i problemi tecnici lasciati col set di Silvestri (del quale era stato impossibile distinguere la voce in Argento Vivo): la gente che si trovava in fondo alla piazza non si accorge dei duetti, e si infiamma solo con la hit Tutti i miei Sbagli che per fortuna si sente bene.

Il ”rock” dove non ci speravi.

Dopo l’esibizone di Gazzelle segue Achille Lauro, che stupisce con una formazione inusuale: il chitarrista è di Ligabue, il batterista dei Bluevertigo, e il bassista delle Vibrazioni. La sua esibizione stupisce anche chi prima non lo sopportava, risultando una delle esibizioni più infiammanti. Addirittura 5 pezzi per lui, compresa ovviamente Rolls Royce, penultima delle proposte sanremesi portate lì a San Giovanni. Sarà infatti Motta a concludere la mandata dopo Ghali, inserendo nel proprio set Dov’è L’italia.

Un finale indegno.

L’ultima grande botta di nostalgia è portata dai Negrita coi brani Rotolando verso Sud, Gioia Infinita e l’inossidabile Mama Maé, un altro brano del 1999. Purtroppo, in chiusura, la mente di molti (e sopratutto la nostra) è scivolata indietro di un anno, quando del tutto inaspettato uscì fuori Fatboy Slim col quarto d’ora più adrenalinico della serata. Veder affidata la chiusura dell’evento all’Orchestraccia e a Pasquale di Lillo & Greg non ha fatto certo lo stesso effetto. Anzi. Comunque nell’ottica di lasciar spazio ai tradizionalismi non è stata una scelta totalmente errata.

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Considerazioni finali di questo Concertone del Primo Maggio.

Tutto sommato un bell’evento, se si passa sopra gli onnipresenti problemi tecnici e qualche tonnellata di pioggia. I big hanno fatto il loro dovere nonostante qualche azzardo. Qualche nuova promessa ha stupito in positivo. Spiace che non si sia organizzata una versione live di Faber Nostrum nonostante ci fossero più di 3/4 dei partecipanti. Interessanti alcuni interventi parlati e l’inserimento della guest star a metà serata. Ci auguriamo che l’anno prossimo ce ne sia più di una, così da concludere in maniera degna uno spettacolo che vive della presenza del pubblico. Un pubblico di accaniti che passa anche 10 ore sotto il palco.

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