Forse non è la felicità – Intervista ai Fast Animals and Slow Kids

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Intervista a Aimone Romizi dei Fast Animals and Slow Kids

Forse non è la felicità è l’ultimo energico album dei Fast Animals and Slow Kids.

Abbiamo intervistato Aimone Romizi, cantante e musicista della rock band di Perugia, per parlare del disco, del grande successo del tour appena concluso e dei progetti futuri del gruppo.

Una settimana fa A Cosa Ci Serve ha raggiunto il milione di ascolti in streaming, davvero non credevate potesse uscire dalla vostra sala prove?

Sì, ma non era per mancanza di fiducia nella canzone. Crediamo in tutte le nostre canzoni, facciamo musica che ci piace. Non credevamo però che potesse piacere così tanto anche agli altri. Se un pezzo piace a noi 4 allora va bene, questo è l’unico filtro che ci diamo. Il momento in cui inizieremo a comporre solo per piacere a qualcuno probabilmente sarà anche il momento della fine della nostra musica, quindi speriamo di non arrivarci mai.

Vedere che la gente ha ascoltato e fatto propria una nostra canzone è sempre uno shock. Arrivare al milione di ascolti e rendersi conto che il pezzo che avevamo scritto per noi ha un significato e muove anche altre persone ci ha colpito tantissimo.

Avete concluso a settembre il tour di Forse Non è la Felicità, quali sono le vostre impressioni dopo questo tour con numerose date sold-out?

L’ho detto mille volte e lo dico sempre che per noi ogni tour è bellissimo. Anche se ci sono 3 persone e il palco fa schifo tecnicamente, comunque per noi è bellissimo. Questo tour in particolare è stato veramente pazzesco, quasi inaspettato, abbiamo fatto sold-out in posti giganteschi e non è tanto la quantità della gente, quanto anche la risposta delle persone. Fin dal primo concerto il pubblico cantava le canzoni del disco nuovo. Quando si crea quella sorta di empatia i concerti rimangono impressi nella nostra memoria. Quindi non saprei dire nient’altro che questo tour è stato fantastico, sembra scontato e un po’ banale, però lo è stato davvero.

In Annabelle dici che “a suon di concerti ci hai preso la mano”. Ma hai ancora un po’ d’ansia prima di salire su un palco?

Ormai ho fatto una statistica: fino al terzo o quarto pezzo mi cago sotto, proprio sto malissimo. Nei primi pezzi mi sento un coglione, poi arriva qualcosa che non saprei definire, quel momento in cui semplicemente non pensiamo più a niente se non a far si che tutto sia più forte e intenso possibile. È tutto bianco e non pensiamo più. E quindi ogni volta è una novità, forse questa è un po’ una fortuna per noi, perché di concerti ne facciamo tanti, se non fosse così magari dopo un po’ ci romperemmo, però abbiamo questo trasporto emotivo così intenso che ci spinge a andare avanti.

In Tenera Età e Giovane emerge il tema del tempo che passa. Hai paura di invecchiare? Ti senti già vecchio?

Un po’ di entrambe. Mi sento un po’ vecchio e ho anche un po’ paura di invecchiare. Dietro a ciò ci sono tutte quelle piccole decisioni che chi raggiunge una certa soglia deve affrontare, la presa di coscienza della propria vita. Fino ai vent’anni sei libero e spensierato, poi inizi a pensare “Hey ma devo pagare una lavastoviglie! Ogni volta che accendo la luce sono euro sulla bolletta…”. Quando iniziano a esserci questi problemi prendi più coscienza di te stesso perché è la realtà che ti schiaccia.

Noi poi viviamo una condizione di incertezza suprema, siamo musicisti in Italia. È una condizione precaria, qualcuno ci ascolta e magari la settimana prossima non ci ascolterà più. Quindi il tempo lo sentiamo ancora più pesante. Ogni singolo istante che passa è da ricordare e vorremmo non finisse mai perché è un momento in cui viviamo la musica, la nostra passione e ragione di vita.

 

Forse Non è la Felicità è un titolo importante. Dove va, o forse non va, cercata la felicità secondo te?

Io credo che il punto sia che, buttandola veramente sul filosofico spicciolo, perdiamo più tempo a pensare a cosa sia la felicità, che a vivere l’istante stesso. Ci domandiamo “ma questa cosa a cosa ci servirà? ma questo è il momento più bello della nostra vita?” e perdiamo l’istante. Quindi la riflessione di base è vivere l’istante, vivere i momenti che stanno accadendo.

Attualmente la felicità per noi è entrare dentro una sala prove e poter pensare che le nostre canzoni muoveranno gli animi di un milione di persone, o magari non un milione, ma della gente che ci ascolta. Questo rendersi conto che la felicità è così vicina e tangibile è già un passo importante.

La natura è spesso presente nei testi delle canzoni. Qual è il vostro rapporto con la natura?

Questa è una tra le cose più personali, connesse a me, perché io sono appassionato di viaggi. Adesso sono a Berlino, sono andato da poco a Kathmandu e appunto giro tantissimo, cerco di viaggiare il più possibile. Quindi mi sono reso conto che la parte naturalistica del viaggio, stare di fronte a ampi spazi e soprattutto alla natura sconfinata che ti fa sentire piccolo è una cosa per me estremamente evocativa. Mi trovo lì e rifletto. Mi faccio le domande esistenziali e cerco di analizzare al tempo stesso perché mi piace proprio quella cosa. La natura è estremamente potente e evocativa soprattutto se viaggi da solo e sei solo tu davanti alla realtà.

Si può vedere il passaggio da Alaska a Forse Non è la Felicità come una trasformazione della rabbia in rassegnazione o addirittura in sollievo?

Entrambe le cose, perché questo disco è stato scritto nel corso di un anno e magari un giorno era rassegnazione e quello dopo era invece presa di coscienza nuda e cruda. Però sì questa è un po’ la differenza tra i 2 dischi, quest’ultimo è un’altra ricerca, è il sequel di Alaska, che era un macigno, la descrizione di un momento. Alcuni mesi di quella roba là che era proprio il profondo buco nero dell’esistenza. Invece in questo caso è il pensiero successivo, l’analisi di quello che è successo e del perché è successo. Esprime le modalità con cui ci possiamo rapportare ad un’oscurità che penso sia aspetto dell’essenza umana di chiunque.

Quali sono le principali influenze musicali presenti in questo disco?

Questa domanda sarebbe perfetta per Alessandro Guercini, il vero guru musicale della band è lui. È un disco con tante chitarre, abbiamo ascoltato molto i Replacements, li ascoltiamo da tanto e ci hanno spesso influenzato, ci sono anche aperture springsteeniane con arrangiamenti pesanti con tanti strumenti e suoni pieni. Noi siamo un gruppo che si fissa sulle cose, quando ascoltiamo una band la ascoltiamo tutti, magari in certi periodi senza neanche renderci conto stiamo plasmando la nostra musica in base alle influenze dei nostri ascolti del momento.

Come nascono i testi di questo disco? Prendi ispirazione dalle tue esperienze personali?

Sempre. Per noi la musica ha una funzione estremamente terapeutica. Siamo un po’ egocentrici, parliamo dei nostri stupidi problemi o semplicemente delle nostre riflessioni, ma questo è essenziale affinché possiamo suonarla dal vivo con la giusta intensità. Non sono mai stato in grado di interpretare qualcosa o semplicemente descrivere oggettivamente le cose. Mi viene molto bene parlare di come io vedo una cosa, così riesco a non prendere per il culo nessuno. Quello che ascolti dal vivo siamo noi che riusciamo a esternare i nostri pensieri.

Come prendete le decisioni come gruppo? Siete democratici? Litigate spesso?

È tutto diviso 4, ogni singola cosa viene decisa da tutti, fino a quando qualcosa non piace a tutti e 4 ci deve essere un’assemblea piena. Ci sono delle canzoni che non abbiamo portato avanti perché alcune cose piacevano solo a 3 su 4 di noi. Infatti per noi la canzone è un vero e proprio parto, con una burocrazia complicata. Grazie a ciò però alla fine di tutto nessuno è mai incazzato.

Quanto è stata ed è importante Perugia per i Fast Animals and Slow Kids?

Per noi la nostra città è una culla, un nido che ci ha protetto tantissimo. Nelle grandi città c’è sempre da sgomitare per far sentire la tua musica. A Perugia questa cosa non c’è. I proprietari dei locali dove suonare li incontri nei bar. È molto più protetto, non serve sgomitare per creare il giro giusto. Abbiamo potuto così concentrarci sul suonare, abbiamo fatto tanta esperienza in un ambiente che ci aiutava a farla. Era un processo di crescita positivo ed è per questo che siamo eternamente grati alla nostra città.

Quali sono gli artisti italiani che ascolti di più?

Sono un grande fan dei Tre Allegri Ragazzi Morti, soprattutto per la scrittura. Da un punto di vista musicale mi piacciono molto i Verdena e poi il punk. Sono nato da quello, da band hardcore punk dell’ambiente dei centri sociali. In genere quando c’è sotto una matrice punk una canzone un po’ mi piace.

Quali sono i progetti dei FASK nel prossimo futuro? State già scrivendo qualcosa?

Sì stiamo già scrivendo perché in realtà scriviamo sempre. Abbiamo questa follia che appena esce un disco subito ricominciamo a scrivere, perché altrimenti ci sentiamo morti. Praticamente stiamo scrivendo già da quando è finita la registrazione di Forse non è la felicità. Abbiamo delle idee e vogliamo continuare a scrivere, non sappiamo per quanto. Vogliamo scrivere tanto, fare tante canzoni e poi scremarle alla fine.

Non abbiamo programmi specifici, la viviamo tranquilli lasciando fluire le idee. Se ci troviamo nella fase compositiva che funziona allora seguiamo quel filone, se no ci fermiamo un po’ e facciamo altro. È la fortuna di essere liberi e indipendenti come siamo noi.

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