L’onestà pop de Lemandorle (che si scrive tutto attaccato): La Scimmia intervista il duo

L’estetica conta parecchio, ma non deve mai prendere il sopravvento

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Lemandorle

Un’ amichevole chiacchierata con Marco, in arte Lemandorle, alle prese con le responsabilità di una vita da star e la consapevolezza di fare pop.

Ritrovarsi a girare l’Italia da qualche mese senza neanche aver rilasciato  un album non è da tutti. Eppure è quello che è successo ai barbuti torinesi Marco e Gianluca, che da due anni suonano insieme sotto il nome di Lemandorle e si sono ritrovati all’improvviso con decine di date in tutta la penisola, dopo aver lanciato in Rete solo qualche singolo (Ti amo il venerdì sera, Gelato colorato, Le 4, San Junipero) e un EP dal titolo più provocatorio che mai: Per un album è ancora presto. Da quest’ultimo è stato estratto il singolo Marta, in rotazione su tutte le radio nazionali.

Volevamo incontrare di persona questi ambasciatori del nuovo pop elettronico, perché siamo curiosi di capire cosa frulli nella loro testa, perché sia ancora presto per un album e, più di qualsiasi altra cosa, perché abbiano scelto questo nome.

Al Rigenera SmART City 2018 di Palo del Colle, dove avevamo già incontrato Motta, abbiamo avuto l’opportunità di sederci ad un tavolino nel backstage insieme a Marco, l’occhialuto giovanotto che presta la sua voce al progetto Lemandorle; tra una sigaretta e l’altra, Marco ci ha svelato tutto quanto si potesse svelare e ci ha fatto capire quanto sia importante avere ben chiaro cosa si vuole fare e disegnarci un mondo intorno.

Innanzitutto, perdonaci la banalità, siamo curiosi di capire il perché del nome “Lemandorle”.

Allora… Innanzitutto mi piace come viene scritto e l’estetica delle lettere (rigorosamente tutto attaccato). Poi perché evoca in me ricordi ai quali sono molto legato. Io sono di origini siciliane, quindi tutte le estati scendevo giù in Sicilia con i miei genitori e ho un fortissimo ricordo legato alle mandorle tostate: alle feste patronali volevo sempre farmele comprare, e i miei non me le compravano mai. Quindi ci ho chiamato il gruppo!(ride)

Hai appena parlato di “estetica”, che sembra avere un ruolo fondamentale per te. Nella tua immagine, nell’immagine che trasmette la tua musica, nei nomi dei tuoi pezzi, tenendo conto del fatto che l’ultimo lavoro si chiama “Per un album è ancora presto”.

Sì, è stata davvero una bella idea chiamarlo così.

Tutti si sarebbero aspettati un album, invece hai tirato fuori solo un EP. Quindi, l’estetica quanto conta, effettivamente?

L’estetica conta parecchio, ma non deve mai prendere il sopravvento. Sicuramente contribuisce ad accompagnare un immaginario. Ad esempio io ho scelto di collaborare con Paolo Raeli, che è un fotografo anch’egli di origini siciliane, per le mie copertine, per dare un immaginario visivo. Poi l’estetica è un po’ un muro, una “coperta di Linus” che ti serve anche per auto-identificarti, e per farti riconoscere. Però è importante dare l’immagine giusta: i miei singoli senza le copertine di Paolo Raeli non sarebbero stati la stessa cosa.

(A proposito di estetica, Marco si è presentato con occhiali da sole, berretto da raver russo e asciugamano rosa intorno al collo, che chiaramente è la sua personale coperta di Linus. Dovrebbe bastare a farlo diventare il vostro artista preferito).

Parliamo del tour. Siamo sempre curiosi di capire come gli artisti emergenti percepiscano il tour, anche perché se non sbaglio dovrebbe essere la tua prima vera esperienza importante.

Guarda, sostanzialmente è un anno che giriamo per l’Italia, però sì, l’anno scorso è stata la mia prima volta in assoluto sul palco. Poi però abbiamo iniziato a prenderci gusto.

Il palco è una liberazione o un dovere? Moltissimi artisti lo considerano un luogo liberatorio.

Assolutamente! Il concerto è la ciliegina sulla torta del lavoro di un artista durante tutto l’anno (scrivere canzoni, curare gli aspetti promozionali…). Il palco è una festa, la celebrazione di ciò che hai fatto e di ciò che stai facendo. E poi hai il contatto con il pubblico, che è la cosa più  gratificante di tutte.

Le tue canzoni sono composte anche per funzionare bene live?

No, non sono composte “direttamente” per essere suonate live, anche perché facciamo roba elettronica. Noi vogliamo creare e dare emozioni, e credo che questo venga fuori nei live, anche perché stiamo cercando la nostra identità che non è quella del solito gruppo indie che sale sul palco e suona i pezzi. C’è un dj che lancia le basi e io che canto, quindi l’idea dietro è già diversa, c’è molta contaminazione, una forte impronta hip hop. Noi però facciamo tutto questo con il pop.

Hai dei riferimenti artistici a cui senti di dovere parecchio di quello che stai facendo?

A livello di ciò che effettivamente produco non saprei proprio dirti, ma sicuramente l’influenza più grande per me è Kanye West, proprio come attitudine, disciplina del lavoro, visione artistica. Poi ci sono artisti italiani come Lucio Battisti, Carboni, Battiato che fanno parte del mio DNA essendo cresciuto con il cantautorato italiano. Però spaziamo tra vari generi.

Direi che la capacità di spaziare è ciò che ti e vi definisce, perché hai parlato di attitudine hip hop però voi fate pop. Ed è anche importante che lo mettiate in chiaro sin da subito, perché qualcuno ha paura di ammetterlo.

No, no, assolutamente. Noi facciamo pop. Siamo stati inseriti in questo contesto indie e siamo molto contenti di questo, perché è un ottimo periodo per la scena italiana, però la nostra idea è fare pop, che può racchiudere qualunque cosa…

L’artista con il quale vorresti salire sul palco.

Proprio sognando?

Assolutamente.

Kanye West, Drake, Frank Ocean, Andre 3000 degli Outkast, Luca Carboni.

Mi sarei aspettato altro, onestamente… Tipo i Kraftwerk!

Ci arriveremo!

Il tour che state facendo in tre parole. Veloce e diretto.

Lungo, soddisfacente… E nuovo.

Come ti rapporti al palco?

Credo di essere abbastanza sincero quando salgo sul palco, credo di essere me stesso, anche perché non ho grandi riferimenti dal punto di vista di tenuta del palco, non ho mai approfondito la questione. Per me è il palco, è qualcosa di molto fisico, per il movimento, il rapporto che ho con il microfono, è una cosa liberatoria.

Insomma, non è il posto dove puoi fare ciò che in altri posti non puoi fare, ma è il posto dove continui a fare quello che fai di solito.

Sì, sicuramente, è anche un momento di sfogo, un momento diverso dalla normalità, ma non divento un’altra persona.

Non sei un animale da palco, insomma.

Mah, oddio, spero di diventarlo. Per ora sono me stesso.

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