David Bowie, The Doors e dintorni – Le origini di Alabama Song

Alabama Song

Tutti conoscono Alabama Song.

Le varie Alabama Song. Questo pezzo è stato infatti interpretato da diversi artisti, che ne hanno fornito distinte versioni molto diverse tra loro. Per cui ciascuno di noi assocerà il famoso incipit Well show me the way to the next whiskey bar alla voce di un diverso cantante. Che sia David Bowie o Jim Morrison, o chiunque altro per loro.

Un brano quindi estremamente conosciuto, straniante e insieme ipnotico nei suoi arrangiamenti non convenzionali e con il suo testo non-sense. Dollari, bar, giovani ragazzi e ragazze tutti illuminati dalla luna dell’Alabama. Luce riverberata da timbri distorti e da voci che hanno deciso di approcciare quello che è ormai considerato un classico tra le ballad. Ma cos’è Alabama Song?

Oh, don’t ask why.

Il brano rappresenta uno dei maggiori casi di contatto tra la storia della musica colta e la storia della musica leggera. Senza Bowie o Morrison difficilmente questo brano avrebbe guadagnato la sua notorietà. La ballata proviene dalla produzione di Bertolt Brecht, uno tra i più grandi drammaturghi del ventesimo secolo. Nel 1927 Brecht pubblicò il testo di Alabama Song nella sua raccolta di poesie Libro di devozioni domestiche, per poi scriverne una versione musicata. La traduzione inglese che tutti conosciamo è da attribuire ad Elisabeth Hauptmann, strettissima collaboratrice del poeta.

Un altro grande collaboratore di Brecht era Kurt Weill, compositore che con lui tentò di realizzare una nuova idea di teatro, strettamente legata alla pedagogia delle masse e della borghesia. Certamente la più celebre collaborazione tra i due è quella che ha dato vita all’Opera da tre soldi nel 1929, il più compiuto esempio del teatro epico brechtiano. L’anno successivo, nel 1930, i due rinnovarono il loro sodalizio proponendo Ascesa e caduta della città di Mahagonny. In quest’opera confluì Alabama Song, parzialmente rinnovata nella musica da Weill.

Alabama Song
Da sinistra verso destra: Bertolt Brecht, Lotte Lenya (che per prima incise Alabama Song) e Kurt Weill.

And must have whiskey, oh, you know why.

Il linguaggio musicale di Kurt Weill era scevro di ogni residuo romantico o affinità con la modernità musicale; era invece molto vicino all’idea Brechtiana della musica quale veicolo di un messaggio filosofico e politico. Per fare ciò doveva essere capace di comunicare con l’orizzonte più ampio possibile di pubblico, ed è per questo che la musica di Weill è asciutta ed essenziale. Talmente chiara e semplice nella sua struttura da essere stata capace di dialogare con la musica leggera, che l’ha salvata da un oblio certo.

Tanto che i The Doors la inserirono nel loro album d’esordio nel 1967. La loro versione è estremamente aderente alla partitura originale, e ne sottolinea il carattere ritmico e marziale. L’arrangiamento è infatti estremamente sobrio, così come la vocalità di Morrison, che non fa mostra di alcun virtuosismo.

La versione di Bowie è invece debitrice della passione che il Duca Bianco nutriva per il teatro di Brecht. La sua interpretazione è infatti molto più scenica, lirica, quasi operistica. La sua voce si moltiplica nei cori che intonano I tell you we must die e nel vorticoso multitracking dell’ultimo ritornello. La tessitura strumentale si addensa mano a mano che ci si avvicina al finale, amplificando il carattere barocco di questa versione. Persino la metrica e il ritmo vengono travolti da questo spirito grottesco; la traccia di batteria segue metri molto complessi e la voce di Bowie si muove sulle inflessioni ritmiche che caratterizzano il fraseggio del white duke. Sembra davvero di essere di fronte ad una sfarzosa tragédie lyrique.

We now must say goodbye.

Sia i The Doors che David Bowie conoscevano il brano grazie alle varie versioni che ne erano state incise. Anche di voci italiane, come quella di Laura Betti nel 1963 o quella di Milva nel 1975. A loro volta queste due versioni, tra le più importanti che esistono di Alabama Song, hanno contribuito ad ispirare molti altri artisti. Su tutti le interpretazioni di Moni Ovadia dall’album Ballata di fine millennio del 1997 e quella ancora più estrema di Marylin Manson del 2003.

Questo interesse promiscuo dimostra che la fama di Alabama Song è più che meritata, poiché molteplici sono le sue buone qualità musicali. Kurt Weill è riuscito con mezzi grammaticali quasi minimi a scrivere un vero e proprio gioiello, che vivrà in eterno nelle meravigliose versioni che di volta in volta queste grandi voci ci hanno restituito. Oh moon of Alabama…

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