Una breve guida ai film che tutti i presunti radical chic dovrebbero vedere

L'articolo che state per leggere contiene una serie di film che i radical chic dicono di adorare, ma di cui non hanno ancora capito il senso

radical chic

AVVERTENZA: Questo articolo (che, in realtà, è fortemente ironico, ma è sempre meglio specificarlo) contiene una serie di film che i radical chic dicono di adorare, ma di cui non hanno ancora capito il senso. Se sei uno di loro, meglio non continuare a leggere. E poi non diteci che non vi avevamo avvertito.

Belle creature, i radical chic. Sempre impegnati ad ostentare la loro presunta (e inesistente) superiorità, non importa che essa sia intellettuale, morale, ideologica o di che altra tipologia. Tutti così snob e arroganti, tutti così interessati alla politica, alla società e all’arte. Ormai, se lo stile nel vestiario è diventato un po’ meno eterogeneo, si riconoscono dai loro gusti. In particolare, quelli cinematografici. Perché dai, ammettiamolo una volta per tutte, i radical chic sono quelli che “i cinecomics hanno la stessa dignità del cinema d’autore, sono arte a tutti gli effetti” e che poi guardano sempre le stesse quattro pellicole (perché sì, loro si ostinano a definirle pellicole) francesi in bianco e nero, continuando tuttavia a non capirli.

In questo articolo abbiamo raccolto i film che, oltre a piacere a chi scrive, saranno sicuramente i preferiti del vostro amico radical chic con la barba profumata o della ragazza hipster con cui state uscendo, quella che, quando non si mette le vans nere, indossa sempre i Dr. Martens.

La cinese (Jean-Luc Godard, 1967)

radical chic

Il film è francese, l’estetica abbastanza hipster e l’ideologia politica è quella giusta. E, come se non bastasse, anticipando di solamente dodici mesi l’anno per eccellenza, l’anno è quello in cui tutti i radical chic vorrebbero vivere: il 1968. Forse è per questa lunga serie di motivi che La cinese di Jean-Luc Godard è un film in grado di conquistare il cuore di ogni radical chic.

Ambientato nel 1967, il lungometraggio francese narra la vita e i pensieri sconclusionati di un gruppo di rivoluzionari maoisti, cinque studenti universitari ribelli ed estremisti. La trama è semplice, ma le parole con cui viene narrata fortunatamente sono complesse. Oltre a seguire la quotidianità di giovani in cui ogni hipster riuscirà con facilità ad immedesimarsi, La cinese rappresenta un’ottima fonte di immagini da postare su Instagram.

Gummo (Harmony Korine, 1997)

radical chic

Lo schifo e il degrado della società moderna vengono realisticamente proiettati nella cittadina di Xenia, locata in Ohio. Senza seguire una vera e propria trama, l’inquieto Harmony Korine ricostruisce, attraverso Gummo, la squallida quotidianità degli abitanti che popolano la città, desideroso di descrivere un sogno americano privo del candore romantico e fanciullesco a cui viene solitamente associato.

Esplorando temi in grado di coinvolgere e impressionare qualsiasi tipo di spettatore –tematiche quali l’abuso di droghe e l’omofobia, la violenza e l’omicidio, la povertà e il sessismo, la prostituzione e la crudeltà con cui, talvolta, vengono trattati gli animali, l’abuso sessuale e la malattia mentale–, l’esordio alla regia di Korine coniuga sapientemente finzione e documentario, in un brillante mix di realtà e cinema. Ma perché Gummo dovrebbe essere il film giusto per i radical chic? Beh, semplice. Feroce critica alla società contemporanea, il lungometraggio riesce a restituire l’estetica del degrado che li affascina tanto e che li fa sembrare tanto tormentati. Forse, però, ciò che li scandalizzerà di più sarà la violenza perpetuata sui gatti presenti sul set.

Grizzly Man (Werner Herzog, 2005)

radical chic

Seguendo gli eventi che hanno avuto luogo dal 1990 al 2003, Grizzly Man di Werner Herzog narra la storia vera dell’ambientalista Timothy Treadwell che, abituato a trascorrere la stagione estiva con gli orsi nel Parco nazionale di Katmai (Alaska), era solito portare con sé due telecamere in modo da documentare la sua vita con i grizzly. Saranno proprio queste telecamere che, dopo aver girato più di 100 ore di riprese, filmeranno la sua morte violenta, avvenuta a causa di uno degli animali che amava. Definita in modo unanime una delle opere più originali e sperimentali del regista tedesco, Grizzly Man é più di un semplice documentario imparziale. Trattato scritto per immagini e incentrato sulla natura violenta dell’uomo, così come sulla sua implacabile volontà di sopraffare la realtà che lo circonda, il lungometraggio è un’esplicitazione del pensiero drammatico e pessimista dello stesso Herzog.

Sebbene abbiano da sempre alterato momenti in cui si definiscono vegetariani a momenti in cui palesano la loro intenzione di trasformarsi vegani solamente perché gli animali sono meglio dell’uomo, i radical chic dichiareranno di amare questo film. Ma, rendendosi conto solo in seguito che parla della vicenda di un uomo sbranato dai grizzly, si giustificheranno con un banale “gli animali non ci farebbero mai del male ingiustificato, erano semplicemente affamati” (o il protagonista semplicemente idiota), mostrando di non aver capito proprio nulla del documentario.

Dimenticavo: una volta mi è stato detto da non-so-chi (però sono sicura che si trattasse di un radical chic) che questo documentario di Herzog assomigliava davvero tanto ad Into the Wild di Sean Penn. Stessa profondità, stessa rilevanza artistica, oserei dire.

Hiroshima Mon Amour (Alain Resnais, 1959)

Poteva essere qualunque film di Alain Resnais, ma abbiamo scelto Hiroshima Mon Amour per un solo motivo: è più semplice da capire rispetto a L’anno scorso a Marienbad.

Dopo una notte di passione, un’attrice francese e un architetto giapponese sembrerebbero destinati ad un fiabesco lieto fine. Eppure, l’idillio della loro appena cominciata storia d’amore scomparirà velocemente, sfumando e lasciando spazio ai fantasmi di un trauma mai superato.

Film francese in bianco e nero, Hiroshima Mon Amour è, a tutti gli effetti, un lungometraggio per radical chic: immerso negli orrori dell’appena passata seconda guerra mondiale, l’amore narrato da Resnais è lontano dal banale romanticismo dei cliché e, proprio per questo, riesce nell’intento di conquistare ogni hipster. Anche quello più senza cuore. Affascinato dal succedersi onirico dei flashback dal grande impatto visivo che caratterizzano essenzialmente il film, nessun radical chic riuscirà a resistergli.

Le onde del destino (Lars von Trier, 1996)

radical chic

Film atipico e anarchico che si presenta come una sorta di traduzione cinematografica della cosiddetta pars destruens del ragionamento filosofico, Le Onde del Destino di Lars von Trier scardina i valori morali tradizionalmente riconosciuti come giusti, provocando le mentalità più ottuse e originando nello spettatore sentimenti contrastanti, di repulsione e di forte attrazione.

Narrazione della vita dell’ingenua Bess, candida ragazza che vive in una piccola comunità della Scozia, il lungometraggio del regista danese segue la quotidianità della giovane a partire dal fatidico incontro con il forestiero Jan, di cui la protagonista si innamorerà. Avvenuto con difficoltà, dopo aver superato gli ostacoli dovuti alle sovrastrutture morali della società in cui agisce, il matrimonio rappresenterà l’ultimo momento felice per Bess, condannata a vivere una vita di dolore e sofferenze a causa della sua purezza e della sua bontà.

Attacco all’ipocrisia della società contemporanea ed esplicitazione del pensiero nichilista di Lars von Trier, Le Onde del Destino conquisterà i cuori dei radical chic più ribelli e maledetti con il suo netto rifiuto del politically correct e con la sua anima dannatamente anarchica.

Teorema (Pier Paolo Pasolini, 1968)

Con il suo misterioso fascino, un enigmatico e silenzioso ospite sconvolge la tranquillità familiare di un industriale milanese, ottenendo le grazie della moglie di quest’ultimo e intrattenendo rapporti sessuali con i due figli, con l’inserviente della casa e con lo stesso capofamiglia. Dopo la sua indesiderata partenza, la casa sarà diversa, completamente cambiata e la famiglia sarà destinata all’autodistruzione.

Presentandosi come una danza di seduzioni, confessioni e trasformazioni, Teorema di Pier Paolo Pasolini è l’ennesimo capolavoro dell’intellettuale che conduce un’approfondita e dettagliata analisi psicologica e insieme sociologica, in grado di esplorare le ipocrisie e i desideri, l’esasperata sessualità e la rinnegata sacralità del ventunesimo secolo.

Con la sua prospettiva inedita e controcorrente, nata da un’unione di un’ottica machiavellica e di una marxista, il lungometraggio conquisterà i radical chic con il suo profondo contenuto di sinistra e li porterà ad urlare “Morte al capitalismo!”, a comprare uno dei libretti rossi scritti da quel comunista con gli occhi a mandorla e a dichiarare che “nessuno sarà mai come Pasolini”. E forse questa volta direbbero qualcosa di vero.

Tre colori – Film blu (Krzysztof Kieślowski, 1993)

radical chic

Con Tre colori – Film blu, primo capitolo della sua brillante trilogia, Krzysztof Kieślowski restituisce attraverso immagini la de-costruzione di un grave lutto familiare: Julie, moglie di un celebre compositore parigino, è costretta ad affrontare la scomparsa del marito e della figlia di sette anni, combattendo con i propri demoni e cercando di non ascoltare quella voce che, intrappolata nella sua testa, le dice di farla finita.

In una classifica cinematografica dedicata ai radical chic, non poteva mancare un film girato da un regista polacco dal nome alquanto impronunciabile e dalla forte influenza francese. Di questo lungometraggio, tuttavia, gli hipster noteranno solamente una cosa: che il finale è stato omaggiato da Richard Kelly nel loro film preferito, Donnie Darko

The Square (Ruben Östlund, 2017)

Finalmente un film più recente. Nonostante si ostinino a guardare unicamente lungometraggi datati (più vecchi sono, meglio è), i radical chic ostentano un presunto amore per il cinema contemporaneo. Dico presunto perché, se si controlla sul loro profilo di letterboxd, di film post-2000 ne hanno segnati solo tre o quattro. E The Square di Ruben Östlund è uno di questi.

Vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes (e questo è uno degli unici motivi per cui il radical chic ha deciso di vederlo), il film di Östlund è ambientato in una società svedese che, in seguito all’abolizione della storica monarchia, ha trasformato il Palazzo Reale di Stoccolma in un museo di arte contemporanea. Seguendo le vicende che si sviluppano attorno all’installazione artistica che dà il nome allo stesso lungometraggio, The Square tocca e sviluppa diverse tematiche, come l’attuale panorama politico e la mancanza di uguaglianza nella società, tematiche che stanno molto a cuore agli hipster. In poche parole, Ruben Östlund, con la sua estetica fredda e asettica, riesce a condensare tutti i bisogni socio-politici del radical chic.

Gli Amanti del Pont-Neuf (Leos Carax, 1991)

radical chic

Perché scegliere Leos Carax, tra tutti i registi francesi che esistono in circolazione? Perché, purtroppo, è una delle personalità meno conosciute e, quindi, meno nominate dell’attuale panorama cinematografico. Ribelle, poco conosciuto e anticonformista, Leos Carax è, quindi, il regista dei radical chic per eccellenza. Peccato che nessuno di loro abbia ancora visto un suo film: sono tutti in watchlist, spiegano.

Conosciuto come uno dei film francesi dalla realizzazione più costosa, Gli Amanti del Pont-Neuf narra della bizzarra relazione pseudo-amorosa che lega un’artista –che, giovane e borghese, ha lasciato il calore di casa per un mero capriccio– e un senzatetto che vaga da anni per le severe strade di Parigi. Lo dedichiamo a tutti gli animi hipster, giovani, ribelli e tanto desiderosi di amare, animi che si perderanno in questo lungometraggio teatrale e, al tempo stesso, straordinariamente realistico, sognando di abbandonare casa per trascorrere la propria giovinezza negli angoli più degradati della città dell’amore.

Leggi anche:

Continua a seguirci su LaScimmiapensa.com