Gli Zen Circus a Sanremo non sono un vostro problema

Gli Zen Circus, band che non ha bisogno di presentazioni, sono in gara a Sanremo quest’anno ed è già polemica

Gli Zen Circus si sono costruiti la loro fama per essere una band controcorrente e che ha sempre messo la sincerità al primo posto, quando si trattava di parlare. Una band che non ha mai sentito il bisogno di scendere a compromessi con quello che poteva essere considerato politicamente corretto. Alla notizia della loro partecipazione a Sanremo, il pubblico si è diviso. Molti hanno urlato alla sfavillante ipocrisia della cosa, altri hanno semplicemente notato come Sanremo NON sia il male incarnato. Sfuggono, però, molti elementi che probabilmente non sono così sotto gli occhi di tutti, ma su cui va fatta una attenta riflessione. La musica, oramai, è cambiata. Gli artisti se ne sono accorti, ma molte delle persone che li seguono, no.

La musica è un business e gratificazione

Un’ovvia considerazione, ma che spesso è dimenticata, è la premessa giusta per capire il discorso. E’ da sempre che la musica è fatta per essere venduta e fruita, e per quanto si voglia fare i punk, è sempre bello vedere un numero crescente di persone apprezzarla. Un artista vuole che il suo prodotto sia sentito da più persone possibili, sia per un discorso economico che per uno strettamente personale. La gratificazione che deriva dal vedere le persone apprezzare la tua musica è una soddisfazione difficile da esprimere, per chi la vive dall’esterno. Ogni mezzo è quindi giustificato, quando si tratta di promozione musicale.

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Il problema sono i fan, non la band

Sanremo è un palcoscenico importante per chiunque, a maggior ragione se la tua musica è sempre stata relegata in un ambito lontano dal mainstream. Ed è questo che fa storcere il naso allo zoccolo duro degli Zen. E’ la sensazione che questa magia che lega il pubblico alla band possa scomparire, nel momento in cui questi ultimi possano finire in un contesto più grande di quello a cui sono abituati. Perché fin troppi fan sono egoisti. Sentono la musica e la band troppo vicini a loro e finiscono per preferire che questi ultimi rimangano relegati a piccole realtà dove possono vivere con più intimità il rapporto che si crea. Una cosa è un concerto in un piccolo club, l’altra è un palazzetto. Si sente l’artista ”lontano”, rispetto a quello a cui si è abituati e questa distanza spesso non viene recepita nel modo giusto.

E’ importante sottolineare come l’egoismo di certi fan finisca per fargli dire ”Non è il loro ambiente”, quando invece, nessuno al di fuori dell’artista può dire quale sia davvero il suo ambiente. Sanremo poi, rispetto agli anni precedenti, sembra aver preso una direzione sempre più aperta anche per realtà lontane dalla musica leggera italiana a cui siamo abituati. Insomma, i tempi in cui i Placebo spaccavano le chitarre sul palco dell’Ariston per protesta contro il pubblico, sono finiti.

Il richiamo per concerti sempre più grandi

Negli ultimi anni abbiamo visto un numero sempre crescente di artisti passare da ambienti relativamente piccoli, ad una buona dose di giri in radio e tv, per poi finire in grossi palazzetti con date spesso sold out. Non sono più i tempi dove solo nomi sacri della musica potevano puntare ad un Mediolanum Forum. Una buona pubblicità, unita ad un congruo numero di fan, è quanto basta per poter riempire un palazzetto. Ci sono artisti che lo hanno fatto nel giro di qualche anno (vedi Calcutta o Gazzelle), altri che ci hanno messi quasi vent’anni (Afterhours). Puntare ad un concerto di una portata così grande è un traguardo ambito da tanti artisti, e non c’è niente di sbagliato nel volerci arrivare.

Gli Zen, infatti, hanno annunciato la loro prima data in un palazzetto come main act, proprio poco tempo fa: il 12 aprile saliranno infatti sul palco del Paladozza a Bologna. Che sia una coincidenza la loro partecipazione a Sanremo o no, non è importante, ma sicuramente anche questa è pubblicità.

La scelta va lasciata all’artista

Le riflessioni fatte finora non vogliono comunque essere prese come il pensiero condiviso dalla band. Era invece giusto voler fare un contorno a quello che è oramai la musica in questo delicato momento storico in Italia. Gli Zen Circus sono più che liberi di impostare come preferiscono il loro percorso, dato che nessuno, a parte loro, sa cosa è più giusto. Non è detto poi, che a Sanremo non arrivino con qualcosa di assolutamente di stampo Zen e che, quindi, la loro identità non venga persa. C’è però un appunto che in questo momenti molti stanno facendo, e riguarda questa conversazione, datata 2015, postata dallo stesso Appino sul suo proflio Facebook ai tempi, che può essere letta qui.

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Questa conversazione con un addetto ai lavori di The Voice ha fatto risaltare l’animo ”indie” della band, che non voleva nemmeno considerare di passare per un talent. La gente però continua a sbagliare considerando Sanremo come l’equivalente da vecchi di X-Factor. Non è mai stato un talent, e mai lo sarà. Partecipare a The Voice, non è come partecipare a Sanremo, e non andrebbe mai visto sullo stesso piano. Partecipare a Sanremo, come una data dei palazzetti, è un traguardo, quasi un vezzo, e come tale non va criticato se rientra in una attenta scelta personale. Non è detto poi, che tutto questo sia solo un geniale piano sovversivo per attaccare il nemico mainstream dall’interno. Tanto per citare Jim Carrey, in una sua intervista al festival di Venezia:”Volevo distruggere Hollywood, non farne parte”. Che anche gli Zen siano dello stesso avviso? Forse vogliono solo distruggere Sanremo, non farne parte.

Dovremo quindi aspettare l’esibizione degli Zen per vedere cosa hanno in serbo per il palco dell’Ariston. Noi della redazione della Scimmia Sente, facciamo il tifo per loro.

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