Come la sceneggiatura di Arrival ci aiuta a comprendere meglio noi stessi

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A più di due anni di distanza dalla sua uscita, Arrival è ancora un film che riesce a far discutere.

Grazie al video di Michael Tucker, disponibile su YouTube, si riesce ad analizzare meglio la sceneggiatura originale di Ted Chiang “Story of Your Life”, e soprattutto il suo adattamento cinematografico per il film scritto e curato da Eric Heisserer. Lo stesso montaggio poi è andato nuovamente a trasformare la narrativa, generando soluzioni creative. Per citazione dello stesso regista Villeneuve, Arrival è stata una lunga avventura di cambiamenti, per una storia che attraverso la scoperta del linguaggio alieno è riuscita a far comprendere meglio anche noi stessi. “Story of Your Life” è stato pubblicato nel Novembre del 1988 e racconta di scienza e amore e strazio di una madre per la perdita di una figlia.

Sono stati tre gli elementi che sono dovuti essere cambiati tuttavia per l’adattamento cinematografico.

1) La prospettiva

Il racconto è narrato da Louise nella notte in cui è nata sua figlia. Si alterna tra memorie incontri con gli alieni, e memorie del suo futuro con sua figlia.
Per creare un arco narrativo più convenzionale per il protagonista e più immediato per lo spettatore, lo sceneggiatore Heisserer ha deciso di re-inquadrare la storia.

Arrival segue Louise mentre scopre il dono del linguaggio alieno. Al posto di avere i flashforward come costante durante tutta la storia, sono introdotti all’inizio e poi sparpagliati durante il resto del film mentre Louise conosce sempre più a fondo il linguaggio alieno.
Questo aiuta gli spettatori a immedesimarsi maggiormente nella prospettiva di Louise. Noi percepiamo i flash su sua figlia come ricordi, fino al momento in cui lei stessa si rende conto che sta guardando il futuro, e anche noi lo realizziamo in quel momento.

2) La visione del conflitto

La seconda variazione fatta al racconto ha a che fare con la tensione e il conflitto.
Nel racconto, gli alieni non sbarcano mai sulla Terra.
Invece, mandano sulla Terra 112 specchi “con cui poter guardare gli umani”, “che fungevano da strumento per comunicare, presumibilmente con le navicelle extraterrestri in orbita introno allaTerra.”
Questo è stato cambiato da Heissener in modo da creare una scena più interessante.

“Non posso farli passare un anno in una stanza mentre parlano su Skype con degli alieni, non in un film!””Così il primo cambiamento che gli proposi (a Ted Chiang) fu questo:
devono venire a bussare alla nostra porta.”

Ed in effetti la novità e la più grande forza di Arrival stanno proprio nello stretto contatto e dialogo fra alieni ed umani. Ancor più interessante è vedere come reagiscono gli esseri umani, prima vediamo dei soldati far saltare la navicella spaziale e poi i leader mondiali animarsi perchè vedono lo sbarco come un terribile attacco di guerra.
E i leader mondiali vedono lo sbarco come un atto di guerra. Per muovere l’intero film era quindi necessario avere lo sbarco delle navicelle sulla terra.

3) La morte di Hannah, figlia di Louise

Nel racconto di Chiang, Hannah muore a 25 anni per un incidente durante un’arrampicata.
Ma in Arrival Hannah muore per una malattia incurabile e soprattutto ad un’età molto più tenera, praticamente in adolescenza. Ma perché questo cambiamento?
Prima di tutto per una scelta visiva, dovuta al linguaggio cinematografico.

“Parte della scelta fu dovuta a rendere chiaro che la figlia non fosse cresciuta abbastanza […] di modo da non dover invecchiare con il trucco Louise”…”Perché così avremmo rovinato tutto.”

Può sembrare a prima lettura una motivazione piuttosto sciocca, ma non se si pensa attentamente. Infatti, se fosse stato ovvio che i flashback erano in realtà dei flashforward,
non ci sarebbe stato nessun colpo di scena finale.

Il secondo motivo dimostra come le scelte del protagonista fossero essenziali per la risoluzione della situazione. Nel racconto invece Louise realizzava che il mondo era predeterminato così come il destino, e che quindi non poteva fare altro che accettare l’inevitabile.

Questo nel film cambia radicalmente, poichè Louise ha libero arbitrio e può scegliere di cambiare le cose, fra cui il suo futuro, ma lei decide alla fine di avere comunque Hannah.
E perchè questo abbia un significato forte, Hannah non può morire per un fatto evitabile, perchè si cercherebbe semplicemente di evitare l’accaduto.
Invece il personaggio di Louise sceglie di amare appieno la figlia, sapendo della fine e della sua malattia incurabile.

Questi sono cambiamenti interessanti da osservare per la costruzione di una sceneggiatura. Sono sottili particolari che però fanno sì che il film diventi ancora più integrante sia dal punto di vista narrativo che visivo.
Eppure ancora dopo la sceneggiatura Arrival si è modificato. La versione finale ha infatti meno scene, ed alcune di esse sono state accorpate fra loro.
Se nella sceneggiatura vi erano varie scene che illustravano i lenti movimenti degli eptapodi, nel film vi è una sola sequenza centrale da tre minuti, molto più scenografica.

Nella sceneggiatura vi era anche una sottotrama che coinvolgeva il colonnello Weber, preoccupato della stabilità mentale di Louise.

Fino ad arrivare a lui che la solleva dal suo incarico, dando il posto ad Ian. Nel film questo non avviene ugualmente, poichè è molto più interessante vedere come  il cervello cambia il modo di pensare, e questo è fondamentale per capire cosa sta accadendo a Louise. La scena è stata quindi rimossa e si è andata a tagliuzzare in mille posizioni diverse dando un interessante visione al finale a sorpresa.

La versione finale di Arrival, quella che noi abbiamo visto ed amato, è quindi solo l’ultima di mille versioni differenti di sperimentazione, che ha tenuto come fulcro il personaggio protagonista e ha costruito la storia su Louise.

Ed è probabilmente questa la più grande forza di Arrival, di creare un film introspettivo dentro ad una trama fantascientifica.
Studiando gli eptapodi Villenueve voleva studiare noi stessi, perchè così come loro non ragionano in modo lineare nemmeno noi lo facciamo, e anche il loro modo di studiare gli umani riflette la nostra caratteristica di studiare noi stessi attraverso gli altri.

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