I migliori film italiani del ventunesimo secolo

Non essere cattivo di Claudio Caligari (2015)

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Ostia, 1995. Tra confessioni, eccessi e avventure vissute insieme, Vittorio e Cesare trascorrono le loro giornate nell’ozio dell’inettitudine, vendendo “cocaina frizzantina”. Con il passare dei tempi e dopo aver conosciuto Linda, ragazza di cui si innamora, Vittorio sente il bisogno di cambiare, di dare un senso ai propri giorni, fino ad allora consumati nell’attesa del piacere. Abbandonando la passività dell’inerzia e allontanandosi da Cesare, trova un lavoro, ricomincia a vivere.

Seguendo la linea tracciata attraverso la trilogia ideale composta da Amore tossico (1983) e da L’odore della notte (1998), Claudio Caligari offre allo spettatore uno squarcio di un’Italia abbandonata, distrutta dall’inedia, massacrata dal vizio.

Non essere cattivo, mostrando in modo realistico e intenso la cruda realtà di chi vive ai margini, si sofferma a delineare esistenze pasoliniane che, fatalmente destinate all’autodistruzione, si perdono tra le periferie romane, smarrite e scombussolate. Esistenze che sognano la monotonia della vita della gente normale. 

Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese (2016)

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Cosa potrebbe succedere se, durante una cena, si chiedesse innocentemente di mettere sul tavolo i cellulari? Cosa potrebbe succedere se un gruppo di amici eliminasse ogni barriera, smettendo di mantenere segreti, terminando di nascondere i dettagli più intimi? Cosa potrebbe succedere se ognuno avesse il diritto di controllare le rubriche degli altri, leggere i messaggi degli altri, telefonare i contatti degli altri? Nulla, se non vi è nulla da nascondere. Teoricamente.

Lontano dalla volgarità della più becera banalità, muovendosi attraverso stereotipi e cliché, Paolo Genovese costruisce Perfetti Sconosciuti, un film scoppiettante che riesce pienamente nel suo intento di travalicare la mediocrità del solito cinema italiano. 

Perfetti sconosciuti si presenta allo spettatore come una pellicola che, sfruttando nella loro totalità le potenzialità degli modelli della tipica commedia italiana, rappresenta attraverso una prospettiva fortemente ironica — ed autoironica — il carattere profondamente tragico della quotidianità di una società superficiale, dove l’intimità è andata perduta, cedendo il proprio posto all’indifferenza. L’indifferenza, unica dominatrice dei rapporti interpersonali tra esistenza sconosciute, impossibili da conoscere.

Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli (2017)

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Musa di Andy Warhol. Voce dei Velvet Underground. Bellissima e magnetica, Christa Päffgen si presenta giunonica sul palco, circondata da occhi adoranti che la celebrano, che la divinizzano, che la invocano. Bocche estasiate pronunciano il suo nome, ripetutamente: Nico.

Percorrendo in modo originale la vita della carismatica Christa Päffgen, Susanna Nicchiarelli compone un film biografico anarchico e anticonvenzionale, privo dell’intento celebrativo della più scontata agiografia.

Senza soffermarsi in modo eccessivo sulla lunga e celebre parentesi con i Velvet Underground di Lou Reed, la regista italiana decide di mostrare un lato inedito della cantante tedesca, presentando al pubblico la quotidianità della donna dopo l’esperienza con la band, ricostruendone la vita sia dal punto di vista privato che da quello pubblico, tessendo un ritratto minuzioso di una delle personalità più complesse del panorama musicale.

Dogman di Matteo Garrone (2018)

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In una periferia sospesa tra realtà e finzione, tra fiaba e contemporaneità, Marcello trascorre le proprie giornate nella più becera monotonia, fatta di famiglia e lavoro, momenti sott’acqua trascorsi con la figlia Sofia e ore passate in un negozio di toelettatura. Nei margini di una metropoli degradata immersa nella desolazione del panorama costiero, dove vige la legge del più forte, si scontra con Simoncino, ex pugile che, terrorizzando l’intera comunità, instaura con l’uomo un rapporto ambiguo, di affetto e di subordinazione.

Ispirandosi ad una vicenda tratta dalle pagine della cronaca giornalistica, Matteo Garrone plasma Dogman, una riflessione sulla condizione umana e sulla desolazione dei rapporti interpersonali, un’analisi esistenziale dal carattere fortemente pessimistico.

In un continuo crescendo di guaiti, violenze e tensione, la pellicola si caratterizza come un’opera straniante, distante dall’estetizzazione della violenza tipica della società in cui viviamo, un film in cui l’apice dell’emotività viene raggiunto attraverso la messinscena del non detto, del non visto, del non identificabile. La violenza della non violenza.

Di derivazione esplicitamente pasoliniana, il prodotto artistico del regista romano è perennemente dominato da un’atmosfera caratterizzata dalla forte presenza di un timore reverenziale, tipico della più severa ed austera religiosità. Si allontana, quindi, dall’essere pura e semplice esposizione didascalica di un drammatico fatto di cronaca nera, trasformandosi in una narrazione desueta che assume un aspetto universale, simbolico, quasi surreale.

Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)

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Alice Rohrwacher continua a realizzare una sua idea di cinema “personale” e fuori dalle solite correnti proposte dal nostro paese, perseguendo le sue idee come fa una vera autrice.

Così ci regala questo Lazzaro felice, una fiaba la cui storia narra di un villaggio di contadini dove il tempo si è fermato alla mezzadria tiranneggiato dalla marchesa (Braschi) che dispone a piacimento di cose e persone. Tra la famiglia di contadini vi è Lazzaro (straordinario Adriano Tardioli) un ragazzo ingenuamente buono, sempre disposto ad aiutare il prossimo. Durante una visita della marchesa, Lazzaro conoscerà il figlio di quest’ultima, Tancredi, con il quale spezzerà la fiaba rivelando il “grande inganno”.

Così i paesaggi caldi e solari della campagna lasciano il posto a quelli più grigi e decadenti di un ambiente urbano contemporaneo, dove la prigionia della mezzadria si sostituirà a quella dei moderni emarginati la cui unica salvezza è nella speranza di un ritorno alla terra e alla natura. Solo Lazzaro rimarrà tale, immutabile.

Un film coinvolgente e originale girato con abilità dalla Rohrwacher che riesce a emozionare e a far riflettere, affascinando lo spettatore anche grazie al surplus della fotografia. Imperdibile.

(a cura di Tommaso Parapini)