Il laureato – La recensione

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Il laureato

La fine degli anni sessanta segnò inevitabilmente l’inizio di un cambiamento sociale che investì buona parte del mondo, tra rivoluzioni studentesche, scioperi di operai e vicende affini.

La maggior parte degli intellettuali, chiamati al giudizio di questo vasto fenomeno, sostennero ampiamente il movimento, attraverso il coinvolgimento delle maggiori arti. Nel campo della cinematografia se c’è un film che rappresenta e fotografa culturalmente questo controverso periodo, quello è Il laureato di Mike Nichols. Per fortuna non è solamente una pellicola storicamente valida, poichè anche dal punto di vista prettamente tematico, tra anticonformismo, ribellione giovanile ed incertezza, racconta il vuoto d’essere che investe tutt’oggi le nuove generazioni.

Insomma, per questi e tanti altri motivi, la pellicola di Nichols risulta a pieno merito una pellicola molto importante nella storia della settima arte.

Il laureato

Benjamin Braddock, interpretato dal semi-debuttante Dustin Hoffman, è un giovane borghese reduce dal college, tornato nell’abitazione familiare per la festa di laurea.

Nonostante l’apparente gioia per l’evento, il ragazzo di sente disorientato, intrappolato in un ambiente a cui sa di non appartenere. Ci penserà la signora Robinson, interpretata dall’avvenente Anne Bancroft, a smuovere la sua mentalità conformista e risvegliare il suo desiderio attraverso la seduzione. Sebbene la trama risulti inizialmente banale e consueta, a fare la differenza sarà la psicologia del protagonista. Un ennesimo esemplare della “noia borghese”, immerso nella solitudine e nella piena ribellione ad una società asfissiante. Riflessioni quasi pirandelliane si alternano durante lo scorrere degli eventi, con la continua dicotomia tra contesto storico reale e finzione.

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Importante è quindi, sottolineare, come la scelta di un attore come Hoffman sia stata allo stesso tempo singolare ed innovativa. Il suo aspetto vago e imbranato centrano in pieno la personalità di Benjamin, consapevole di essere stato rinchiuso nell’interminabile gabbia dell’esistenza e incapace di reagire alle convenzioni sociali.

Le maschere velate di ipocrisie, la vita segnata già in precedenza da percorsi ineluttabili e tante altre costrizioni esterne vengono sapientemente rappresentate all’interno della pellicola, con scene più che significative.

Benjamin immerso nella piscina dei genitori, in uno straziante silenzio, ne è l’apice simbolico. Una figurazione della solitudine e della tanto desiderata fuga da questa realtà monotona, tutt’altro che naturale. Altrettanto importanti la totalità delle scene con la signora Robinson, costernate dall’insicurezza e dalla poca disinvoltura del protagonista, anche in questo ambito irrimediabilmente represso.

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A dare corpo all’interno contesto, però, sono la sapiente mano di Mike Nichols, abile regista teatrale, e l’autoriale comparto musicale a cura di Simon & Garfunkel. Dal punto di vista registico, Nichols si “macchia” con alcune delle inquadrature più popolari e trasgressive della storia del cinema: la sensuale gamba della signora Robinson, il primo piano sul volto segnato dall’amarezza di Benjamin in chiusura, e la già citata scena della piscina.

La direzione diventa quindi portatrice ufficiale delle sensazioni del protagonista.

Dall’altro lato della sponda, la colonna sonora segue il filo conduttore della regia, con le storiche voci di Paul Simon e Art Garfunkel, duo folk unanimemente apprezzato, in modo particolare dall’autore del film. A distanza di anni, grazie a questi due fattori, sembra quasi come se il peso del tempo non avesse minimamente scalfito Il laureato.

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Il plauso va, inoltre, anche all’incredibile alchimia e diversificazione delle personalità del cast.

La misteriosa psiche della signora Robinson da un lato, la cui ricerca della libertà scade in un grottesco libertinaggio, e l‘ambiente familiare di Benjamin, fin troppo conformista e ossessivo, immerso fino a fondo nello “spettacolo della vita”. Tutti questi inconsapevoli schiavi della società interagiscono tra loro, creando situazione ironiche e dall’ottimo fattore intrattenitivo, secondo i dettami della classica commedia americana. Simbolico e rappresentativo è quindi il finale, degna chiusura della consequenziale serie di ribellioni di Benjamin, sempre più determinato a “fare la muta”, scrollandosi di dosso il peso della linearità e della routine, attraverso una scelta inusuale.

La trasgressione, che formalmente risulta riuscita, però, porta il peso di un’incertezza ancora superiore, metaforicamente ritratta dall’espressione di Dustin Hoffman, ora come non mai fuori dalla sua forma, ma consapevole dell’imminente scontro con l’alienante macchina della società.

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Il laureato, quindi, anche fuori dal contesto del movimento del sessantotto, risulta ancora oggi un film culturalmente, storicamente e artisticamente valido.

I personaggi atipici, le scene e la colonna sonora rimangono dei classici ineguagliabili, una conferma dello stato di grazia che ha assunto nel corso del tempo. I temi affrontati, ancora terribilmente attuali, sono un’ennesima prova di quanto la società sia allo stesso tempo necessaria ed alienante; una trappola per il futuro dei giovani ed un funzionale modo per mascherare la natura dell’uomo. Una bestia la cui stessa intelligenza lo ha portato verso l’autodistruzione dei suoi valori.

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