A Taxi Driver, recensione del film sul Massacro di Gwangju

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a taxi driver, recensione

A Taxi Driver, recensione

Nel 1980 a Gwangju furono uccise da una dittatura militare centinaia di persone. Questo è uno dei grandi massacri moderni che il mondo generalmente ignora.

A Taxi Driver, del regista coreano Jang Hoon, già presentato in Italia al Festival del Cinema di Torino, approda anche al Florence Korea Film Festival, incontrando sia il favore della critica che quello degli astanti (si è infatti aggiudicato il premio della giuria e quello del pubblico). La storia narra, con una ricostruzione basata su fatti reali, le vicende di un reporter tedesco e del suo tassista protagonisti della Rivolta di Gwangju.

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Mr Kim (Song Kang-ho, già apprezzato in Lady Vendetta, Memories of a murder, The Host, Snowpiercer e altri) è un tassista di Seoul che cerca di sbarcare il lunario non senza difficoltà, dovendo allevare da solo la propria figlia e incontrando sempre maggiori difficoltà sul lavoro. Indifferente di fronte al mondo che lo circonda e poco interessato ai problemi sofisticati della politica e del sociale, Kim pensa principalmente a sua figlia, al proprio taxi e a soddisfare i propri clienti con zelo ed onestà quanto basta. Venuto a sapere di uno straniero, che si scoprirà essere un reporter tedesco di nome Jurgen Hinzpeter (Thomas Kretshmann), in cerca di un passaggio fino a Gwangju per una cifra ragguardevole e assolutamente spropositata visto il tragitto, riesce ad intercettare il cliente, soffiandolo ad un collega poco cauto.

A Taxi Driver mescola la spensieratezza e le gag di una commedia road movie, che scherza sulle differenze culturali tra oriente ed occidente e diverte con le incomprensioni linguistiche, con il dramma della dura e violenta sofferenza della realtà nascosta della Rivolta di Gwangju.

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Never forget Gwangju!

E’ uno slogan celebre in Corea del Sud ed è proprio su questo che spinge fortemente la regia di Jang Hoon. Per la prima metà A Taxi Driver ricorda per lunghi tratti molti personaggi della commedia italiana. Persone semplici, estratte dal popolo, lontane da concetti sociali e politici. Per Kim è importante guadagnare abbastanza denaro per provvedere a sua figlia, mantenere il taxi pulito e in buone condizioni. Le rivolte studentesche servono solo a far perdere giorni di lezione agli studenti. Ma al pari dei personaggi della commedia italiana, Kim si ritroverà coinvolto nella storia del suo paese senza accorgersene e sarà in quel momento che mostrerà tutto il valore e il sentimento di un popolo, quello coreano, di cui si fa modello e rappresentante. Come lo spettatore per metà film pensa di essere di fronte ad una commedia brillante, così l’intera corea guardava Gwangju ascoltando le false notizie dei telegiornali, mentre una furiosa repressione insanguinava le strade della città e crivellava di colpi i corpi di centinaia di uomini e donne. In questo modo Jang Hoon shocka lo spettatore, con la stessa violenza del giorno in cui le immagini di Hinzpeter raggiunsero la stampa internazionale e rivelarono al mondo le atrocità del regime fascista di Chun Doo-hwan.

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Il trailer del film introduce in maniera perfetta le due facce della pellicola.

La metamorfosi subita da Mr.Kim è parallela a quella del giornalista Hinzpeter rendendoli due personaggi complementari e saldando un’unione che segnerà l’intera vita di Hinzpeter.

Mr Kim si sente da subito in pericolo nella tumultuosa Gwangju, mentre Hinzpeter è elettrizzato dalla possibilità di guadagnare molti soldi col più grande servizio della sua vita. Non appena il sangue inizia a scorrere e il film si trasforma in realtà, grazie ad una regia straordinaria soprattutto nelle scene che descrivono la rivolta, annebbiate da fumogeni e ritmate dal martellante suono dei proiettili. Lo sguardo dei due protagonisti muta e le nostre certezze vacillano. Quella a cui stiamo assistendo non è la classica manifestazione che vediamo in televisione, bensì un vero massacro. Sarà Mr Kim, con la sua rinnovata tenacia, a scuotere l’attonito Hinzpeter e a spingerlo a compiere il suo lavoro, legittimando nuovamente la sua missione, non più in virtù del grande guadagno (pensiero che analogamente, seppur in forma diversa, aveva stimolato sinora la mente del tassista) bensì per raccontare al mondo intero ciò che avevano visto e vissuto. Il filmato del giornalista deve uscire da Gwangju, e poi dalla Corea del Sud, per raccontare a chi sta seduto comodamente sul sofà come centinaia di persone stavano perdendo la vita per difendere la propria libertà. Il Mr Kim che insegnava alla propria figlia a reagire con l’indifferenza di fronte alle ingiustizie, capisce che è necessario alzare la testa e difendere non solo se stessi, ma anche la propria patria, da un sopruso inaccettabile anche a costo della vita.

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A Taxi Driver è un film che fa dell’empatia la sua arma più efficace, foriero di una storia che molti in occidente ignorano, interpretato egregiamente dalla star Song Kang-ho e girato con intelligenza e perizia. A voler trovare il pelo nell’uovo traspare ad una seconda visione un quasi cieco patriottismo, che dimentica di raccontare l’altra faccia della medaglia, stereotipando un po’ i cattivi e lavorando in maniera invece più reale sui buoni. La degenerazione action che segue la pellicola poco prima del finale né è la prova concreta: con un inseguimento in auto Jang Hoon vede scemare rapidamente il climax emotivo raggiunto pochi minuti prima tra i fumogeni di Gwangju ed infine il corollario in epilogo complica ancor più la cosa.

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A Taxi Driver merita in ogni caso la pioggia di premi e la considerazione ricevuta per la corsa all’Oscar per il Miglior Film Straniero (nonostante non sia arrivata una candidatura). La capacità con cui mostra uno pezzo di storia della Corea da non dimenticare, inserendo con geniali meccanismi la crescita emotiva e coscienziale del protagonista è aggraziata, mai banale e mai artificiosa.

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