Denis Villeneuve giudica il suo Blade Runner 2049

Dennis Villeneuve si racconta ai microfoni di IndieWire, descrivendo la realizzazione di Blade Runner 2049, uno dei film più aspettati e chiacchierati dello scorso anno.

Mancano pochi giorni alla tanto attesa novantesima notte degli Oscar. Accanto a The Shape of Water, la pellicola che ha ricevuto il maggior numero di nomination — tredici totali, tra cui quella per il miglior film —, e Dunkirk, comprare anche Blade Runner 2049, candidato in cinque categorie.

Quella di Denis Villeneuve è una Los Angeles fatta di luci evanescenti, di immagini illusorie e dominata da spazi indefiniti, dove ogni riferimento temporale sembra esser svanito, metropoli buia e piovosa dipinta di ferro e ruggine, luci ed ombre, oro e acciaio. La stessa Los Angeles desolante del capolavoro originale, con cui risulta doveroso il confronto.

Il regista, riconoscendo l’impossibilità di eguagliare la genialità di Ridley Scott, rivela che l’idea di “creare un sequel di Blade Runner è stata pura follia, un flirt con il disastro“.

Nata durante la post-produzione di Arrival, l’idea di Villeneuve era quella di esplorare l’universo plasmato dal suo predecessore, senza alterarne le principali caratteristiche. Dando vita a una nuova e unica creatura.

Avevo bisogno di essere circondato da maestri con cui avere conversazioni fertili, dinamiche.

Villeneuve è riuscito a portare a buon termine la complicata realizzazione di Blade Runner 2049, definita “l’impresa artistica più difficile” della sua vita, anche grazie all’aiuto dell’occhio esperto di Roger Deakins, candidato agli Oscar per la miglior fotografia.

Ho chiesto a Roger perché abbiamo gusti [in materia artistica] simili” ha detto il regista. “Abbiamo passato settimane in una stanza d’hotel, definendo quelle che sarebbero state le fondamenta del film“.

In un futuro malato, crudele e sbagliato, dominato da neon sfolgoranti, cartelloni pubblicitari iridescenti e ologrammi chimerici, Denis Villeneuve esamina disparate tematiche, adottando una retorica che rischia di risultare stucchevole.

Partendo dall’analisi di una relazione priva di relazione fino ad arrivare al tema della coscienza delle macchine, il regista si sofferma sui concetti di identità, futuro e libertà. La tematica che lo ha più affascinato, però, è sicuramente quella delle dinamiche della memoria.

Ho voluto mostrare quanto le nostre memorie ci determinano, ho voluto mostrare cosa siamo senza le nostre memorie e quanto la nostra umanità sia legata a queste“.

Da quanto emerge dall’intervista, Villeneuve è rimasto piacevolmente colpito non solo dal risultato finale della sua opera, ma anche dall’approvazione della critica. Riuscirà adesso ad ottenere le cinque statuette dorate tanto desiderate? Non ci resta che aspettare domenica.