Blade Runner 2049, la recensione

Trent'anni dopo, Los Angeles non è cambiata ma i suoi abitanti sì. Villeneuve ci porta nel sequel del cult di Ridley Scott con un film visivamente potente e mai banale.

recensione blade runner 2049

RECENSIONE BLADE RUNNER 2049 – Un film figlio del coraggio, della voglia di fare bene. In un epoca in cui scarseggia l’inventiva nel cinema mainstream, rispolverare un cult come Blade Runner poteva essere un’operazione suicida. Innegabile che la paura di trovarsi di fronte ad un sequel forzato e prettamente commericale fosse insita in gran parte degli spettatori, nessuno escluso. Ancor di più dopo che in conferenza stampa il regista Denis Villeneuve aveva affermato di aver creato il suo miglior film. Sbagliare il colpo era molto facile. Più difficile invece creare un film non tanto all’altezza, quanto più degno del nome che si legge centrato in cima alla locandina. E per fortuna, Villeneuve non ha sbagliato il colpo.

Sono passati molti anni dalla fuga di Deckard e tutto è cambiato. Solo la pioggia continua a scendere incessante su Los Angeles. E sull’Agente K, un nuovo tipo di replicante coinvolto in un’indagine molto particolare. Molte le domande che K si pone, poche le risposte che trova. Il dubbio viene insinuato costantemente, tanto nel solitario Ryan Gosling quanto nello spettatore. È doveroso premettere prima di ogni cosa che Blade Runner 2049 non delude e continua a raccontare ciò che Scott aveva concluso. Non si guarda indietro, prende la sua strada con coraggio e continua ad estendere il genere sci-fi con l’aggiunta della struttura noir, come sapientemente fece Ridley Scott. Cambia la psicologia dei personaggi, all’apparenza meno umani e più consapevoli di sé stessi in quanto replicanti ma comunque costretti a prodigarsi ad un tormento interiore nonostante la loro natura.

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RECENSIONE BLADE RUNNER 2049 – Durante la conferenza stampa di presentazione, il regista Denis Villeneuve aveva pregato morbosamente di evitare ogni forma di spoiler e di ridurre al minimo la trama. Così è stato e così dovrà essere. Bastano pochi minuti di film per dare il via ad un susseguirsi di colpi di scena che andranno a sciogliere un intreccio lineare e complesso allo stesso tempo.

Le atmosfere sono rimaste invariate, lo squallore di una sovrappopolata Los Angeles permane, insieme a quel grigio costante che rispecchia l’asetticità di K. Coerentemente d’altronde con il velo noir che caratterizzava anche il primo film. Con la differenza che in Blade Runner 2049, Deakins aggiunge alla già meravigliosa fotografia un giallo tra l’oro e l’argilla a spezzare la monotonia del grigiume losangelino. E lo troviamo soprattutto quando appare Wallace, un luciferino Jared Leto devoto alla riflessione esistenzialista, che gioca a fare Dio con i suoi replicanti. L’intero comparto visivo è stato fortemente studiato per richiamare il vecchio Blade Runner, come quelle mega struttre che ricordano le architetture di Friedman. Analogamente, le musiche che fanno da sfondo sonoro al film, ricordano moltissimo quel synth futuristico di Vangelis.

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RECENSIONE BLADE RUNNER 2049 – Questa dicotomia di colori, dalla forte carica simbolica e figlia della bravura di un maestro come Roger Deakins, è uno dei punti di forza del film che viene coniugata perfettamente con una componente esistenzialista tanto cara all’ultimo Scott. L’immagine con la sua potenza si conigua perfettamente con la narrazione. Il messaggio bioetico appare più diretto e meno velato rispetto al primo ed unico Blade Runner, conferendogli un senso molto profondo. La sua presenza c’è ed aleggia sopra il film, al pari della pioggia, insieme ad un’aura dai forti richiami religiosi. Villeneuve colpisce ancora e per quanto non sia il suo miglior film (al contrario di quanto affermato dal regista) Blade Runner 2049 è un film consapevole della pressione lasciatagli in eredità dal suo predecessore, ma allo stesso tempo capace di gestirla al meglio. La presenza dei continui richiami al film di Scott è evidente nonché necessaria ma mai invadente. Blade Runner 2049 gode di vita propria, riallacciandosi al passato ma guardando al (decadente) futuro distopico.