Paterson, un’esperienza di vita autentica

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 Dedicato a Roberta Marafetti

Non ci sono conflitti in “Paterson”. L’ultimo lavoro di Jim Jarmusch è privo di trama, privo di svolte.“Paterson” è il nulla, “Paterson” è la vita. Jarmusch riesce con la sua opera a trasporre la vita stessa su pellicola.

“Paterson” è la vita, così com’è; vuota, banale, abitudinaria, priva di avvenimenti significativi, privi di conflitti e personaggi, a tratti noiosa. Così è anche il film di Jarmusch. Con la sua opera il regista statunitense destabilizza i canoni hollywoodiani classici, ribaltandoli, privandoli di qualsivoglia fondamento. Dimostra così non solo di essere capace, ma anche che si può produrre cinema d’alto livello sottraendosi ad una metodologia e a delle convenzioni prestabilite alla base della creazione di opere cinematografiche. Innanzitutto “Paterson” si dimostra privo di una suddivisione in tre atti, secondo la poetica aristotelica, ormai consolidata come modello fondamentale per la stesura di una struttura drammatica nell’industria cinematografica. Alla base del racconto filmico, convenzionalmente, vi è un conflitto che funge da premessa, a partire dal quale sarà possibile sviluppare la narrazione. Il conflitto può essere generato dall’azione, per cui succede qualcosa, o dal personaggio, dalla sua personalità ed emotività. 

Paterson è privo di conflitto, è quindi privo di premessa, privo dell’idea drammatica che dovrebbe essere alla base di un film qualsiasi. 

Si potrebbe dire in un certo senso, che quella redatta da Jarmusch è un’a-sceneggiatura, in cui viene a mancare la componente narrativa, per lasciar spazio ad un’osservazione passiva della vita del protagonista omonimo, e attraverso il suo sguardo, il microcosmo nel quale egli vive e si muove.Attraverso il conflitto il film procede e il personaggio principale subisce una metamorfosi, uscendo positivamente o negativamente dallo “scontro” messo in atto. Non c’è alcuno scontro in “Paterson”, per cui non c’è alcuna metamorfosi.

Il film riprende un frammento causale di vita, una settimana, nell’esistenza del personaggio; riuscendo a contestualizzarlo all’interno di un’esistenza più ampia, di cui si immagina l’abitudinarietà, la ciclicità, la rassomiglianza di un giorno con quello precedente e quello precedente ancora e così via.

La porzione di esistenza messa in scena in “Paterson” è scandita da ritmi ciclici che enfatizzando la routinarietà, e si potrebbe sostenere monotonia, della vita del personaggio principale, attraverso la ripetizione di gesti ed avvenimenti quotidiani.

Il film inizia con un’inquadratura dall’altro di Paterson e la compagna Laura a letto, con una scritta in sovraimpressione: lunedì. Paterson si sveglia, prende l’orologio dal comodino, l’orologio mostra l’orario: le sei del mattino. Jarmusch riutilizza questa tipologia di scena, usando l’espediente della ripetizione del rituale mattutino allo scopo di scandire il tempo del racconto, cioè il tempo effettivo occupato dagli eventi all’interno della narrazione, attraverso cui esperire il tempo della storia, l’ordine cronologico-referenziale degli eventi. Allo stesso modo l’inquadratura dell’orologio ripreso più volte lungo il film si fa funzionale per una scansione temporale, manifestando lo scorrere del tempo nell’arco della giornata. Azioni, gesti e comportamenti rituali di Paterson vengono riproposti con frequenza schematica, per cui gli eventi evocati suddividono il film in “episodi” quotidiani simili tra loro, suggerendo abitudinarietà e monotonia della vita di Paterson, e forse della vita in generale.  A lunedì segue martedì, poi mercoledì e così via fino al lunedì successivo, finale del film. Giorno dopo giorno Paterson compie gli stessi gesti, le stesse azioni; ovviamente influenzato dagli avvenimenti dell’ambiente che lo circonda, nel quale vive e agisce. In termini di una prospettiva fenomenologica l’azione corrisponde a funzione, come comportamento. Per cui, seppur privo di conflitto, il film non è privo di un’azione che ci permette di osservare Paterson muoversi all’interno del suo microcosmo, che è la città omonima nel New Jersey, nella quale egli vive. Come da routine, Paterson si alza ogni giorno alle sei del mattino, siede al tavolo della cucina per fare colazione, successivamente si reca presso la stazione degli autobus di Paterson, per la cui compagnia cittadina lavora, torna a casa e dopo cena porta il cane fuori per una passeggiata; si ritrova al solito bar gestito da “Doc”.E così, in uno schema routinario, ogni giorno è uguale a quello precedente e a quello successivo.

Ugualmente anche i luoghi di Paterson nei quali avviene l’azione sono sempre gli stessi, creando una sorta di schema ripetitivo spaziale. Lo spazio filmico può essere spazio della storia, quello della diegesi, costituito dai luoghi in cui la storia avviene, e lo spazio del racconto, quello che si forma sullo schermo attraverso la successione di inquadrature concatenate tra loro. Lo spazio filmico quindi viene denominato diegesi, costituente i luoghi e gli eventi che costituiscono il racconto, comprendendo tutto ciò che costituisce il mondo descritto nel film. Il mondo descritto in “Paterson” è quello dell’omonima città del New Jersey. I luoghi di “Paterson” sono costituiti dalla casa in cui vive il personaggio principale, la zona delle vecchie fabbriche dove è situata la rimessa degli autobus, il bar di “Doc” e le strade che lo stesso protagonista percorre spostandosi da un luogo all’altro. Tutti questi spazi sono porzioni di quel microcosmo più grande che è Paterson, diventando rappresentativi di quella stessa abitudinarietà, monotonia, pochezza e limitatezza del film stesso. Jarmusch propone uno schema ripetitivo nella rappresentazione degli spazi filmici allo scopo di manifestare un microcosmo chiuso e confinato nel quale avviene l’azione.

Interessante notare come anche l’autobus, sul quale lavora Paterson, diventi un luogo, o meglio un non-luogo data la sua mobilità e impermanenza. Un non-luogo che diventa centro focale del racconto e della rappresentazione dell’intenzione di Jarmusch, quella di filmare uno spaccato d’umanità. L’autobus diventa lo spazio di coesione e raduno di tante individualità stereotipate esperendo l’esistenza umana nel mondo contemporaneo. 

L’aspetto della vita umana cui Jarmusch interessa filmare è qui quello della periferia americana, quello dei sobborghi, delle città industrializzate, dove il lavoro è in fabbrica, duro e sporco. Un aspetto in un certo senso pietoso e malinconico, in cui povere anime sembrano vincolate alla propria misera esistenza. Paterson assurge a simbolo di quella parte del mondo. La messa in scena quindi assume valenza funzionale all’espressione dell’idea di base del film, la “normalità” della vita. Messa in scena che permette una chiara contestualizzazione, attraverso la quale Jarmusch mostra dettagli che permettono allo spettatore di cogliere aspetti della vita di Paterson. Esemplare è una foto su di un mobile, di lui in divisa militare. Ciò consente allo spettatore di immaginare una prestazione del servizio militare, configurandosi così un passato per il personaggio principale, dandogli spessore e concretezza. Ancorpiù funzionale allo scopo è la voce fuori campo dello stesso Paterson che accompagna ritmicamente l’andamento del film. Paterson, fuori campo, recita i versi di poesie scritte di proprio pugno, la cui stesura continua giorno dopo giorno, ispirato dagli oggetti del suo quotidiano, come una scatola di fiammiferi, premessa alla base per una poesia d’amore.

Paterson è dunque interessato alla poesia, senza tuttavia raggiungere grandi risultati, vincolato alla sua dimensione di insuccesso. Ciò nonostante non si può dire di Paterson che sia un personaggio come persona, mancando una delineata identità intellettuale ed emotiva; persino lo spazio all’interno del quale si muove e le situazioni contestuali non sono delineate. Piuttosto Paterson è un personaggio-ruolo, funzionale al ruolo narrativo che ricopre, mettendo in chiaro semmai gli avvenimenti che prendono vita intorno a lui. Particolare menzione va a Laura, compagna di Paterson; la quale potrebbe rappresentare la superficialità e la volontà di apparenza predominante nell’epoca moderna. Laura sembra cambiare interesse come cambia il giorno. Insomma Paterson è costellato di personaggi-ruolo, il cui scopo all’interno del film è di perpetrare una funzione espressiva e narrativa. Diverso è l’ultimo incontro casuale di Paterson, con un viaggiatore giapponese anche egli poeta. Questi è un’attante, il cui nesso è logico-strutturale, serve alla narrazione.  Comparso dal nulla fa dono a Paterson di un quaderno ne quale poter scrivere le proprie poesie, dopo che il suo è andato distrutto. Quasi a voler suggerire una sorta di parvenza di speranza in un mondo che ne sembrava privo.

Vero protagonista del film è Paterson, la città, e lo spaccato d’umanità che in essa vive.

 L’omonimia del personaggio principale con la città in cui egli vive e il film è ambientato, congiunto con il suo particolare lavoro di autista di autobus, permette di fare dell’uomo Paterson una testimonianza di quel microcosmo. Jarmusch attraverso gli occhi di Paterson uomo, riprende tipi stereotipati di uomini e donne, che costituiscono i passeggeri dell’autobus guidato da Paterson. E attraverso loro vengono rievocati alla memoria dello spettatore personaggi illustri legati alla città del New Jersey, dando così al piccolo contesto suburbano una dimensione universalizzante, inserendolo in una cornice storica, per cui quel piccolo microcosmo è a sua volta parte di un cosmo più grande. Jarmusch conferisce in questo modo al suo film, e alla sua opera cinematografica una connotazione quasi sociologica, diventando strumento di studio e analisi di uno spaccato della società americana contemporanea. Attraverso lo sguardo costantemente oggettivo e passivo della macchina da presa, che riprende con distacco documentaristico Paterson muoversi all’interno dello spazio filmico, Jarmusch offre un’opera dal valore saggistico. Il merito maggiore di Jarmusch è quello di aver creato una pellicola cinematografica autentica, la cui visione induce sensazioni seppure negative, sincere.

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