The Handmaiden (Park Chan-wook) – Recensione

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The Handmaiden” (“Ah-ga-ssi“) è il nuovo film di Park Chan-wook ispirato all’omonimo romanzo “Ladra” (“Fingersmith“) di Sarah Waters e presentato al Festival di Cannes 2016.

Il film è ambientato nella Corea del Sud degli anni 30, durante l’oppressione giapponese. La trama comincerà a prender forma quando la ladra analfabeta Sook-Hee (Kim Tae-ri), figlia adottiva di una ricettatrice accetterà di far parte al fraudolento piano del fittizio Conte Fujiwara (Jung-woo Ha), un falsario  che si fingerà innamorato della ricca Hideko (Min-hee Kim) per fagocitarne l’eredità mentre Sook-Hee vestirà i panni della domestica tentando di conquistarne la fiducia ed incoraggiarla quindi al matrimonio con il Conte.

Si veste di uno stile raffinato ed elegante, finemente decorato da richiami e citazioni pittoriche, tra primi e primissimi piani ed high-angle shots, ma anche delicato involucro di un ingannevole contenuto. La struttura narrativa si divide in tre segmenti e coevolve insieme alla psicologia dei personaggi pedine di un subdolo gioco di doppie facce e smascheramenti tipiche del Maestro sudcoreano: un gioco che si contestualizza metaforicamente nell’inclemente asserzione della figura femminile del 900 e ne delinea la volontà di riscatto.

Un thriller erotico dai toni romantici: le esplicite scene lesbo sono il motore dell’azione, meticolosamente modulate come solo Park Chan-wook sa fare, controllando ossessivamente gli spazi ed il colore mai troppo saturato mentre le inquadrature sono specchi: così perfettamente assemblate e simmetriche che potremmo scambiare la prima metà con la seconda senza accorgercene.

Inoltre ciò che mostra Park è l’altro lato della medaglia: quello obsoleto e inconcepibile, soprattutto per la società dell’epoca. Si innesca un vero e proprio rovesciamento della figura femminile nel cinema classico hollywoodiano che poteva alludere solo alla subordinazione, poteva essere unicamente oggetto di sguardo e di piacere. Qui, invece, vi è un annichilimento del potere fallico: mero oggetto della perversione femminile, impotente e superfluo a tal punto da poter essere sostituito da una marionetta con i fili e capace solo di compiacersi: “Almeno non ho perso l’uccello” asserisce uno dei personaggi.

The Handmaiden è un ossimoro continuo tra inganni candidi e dolcezze audaci. La crudeltà e l’elemento conturbante sono accompagnate teneramente dalle arti nobili come la pittura e la letteratura che circondano e compongono la scena dell’immorale lettura davanti un pubblico di uomini.

La brutalità, ormai fedele tratto stilistico di Chan-wook riecheggia anche in The Handmaiden atteraverso rimandi registici a suoi vecchi film come Oldboy (richiamo accennato anche dal polpo nell’acquario) o da I’m a Cyborg but It’s Ok ma soprattutto il ritorno di una sua cara vecchia amica, perchè The Handmaiden oltre ad essere un’operazione di connessone tra un componimento quasi stilnovistico ed un thriller erotico è un film che, coerentemente al linguaggio e stile del famoso regista, parla di Vendetta. La stessa vendetta in décolleté di Sympathy for Lady Vengeance, terzo capitolo della trilogia nata nel 2002 che ha impressionato il nostro amico Quentin Tarantino, allora presidente del festival di Cannes nel 2004 e che vede il suo epilogo nel 2005 con Sympathy for Lady Vengeance presentato alla 62° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Il quadro dipinto dal regista sudcoreano si muove arrivando a toccare più livelli d’analisi: abituarsi ai canoni e alle tradizioni culturali giapponesi poichè reputati sicuramente più elevati ed onorevoli per la nobiltà coreana che non vede l’ora di liberarsi da radici poco dignitose. Lo si denota all’inizio del film, nella casa della dolce ed indifesa Hideko, dove l’unica lingua permessa è il giapponese, mentre per la miserabile domestica analfabeta è completamente sconosciuta. Due realtà parallele e distanti che non smettono di riproporsi quando si parla di caste diverse in quegli anni (e non solo), ma si sa anche il più nobile degli elitari si sveste dell’apparenza prima o poi, come nella scena finale, dove il depravato zio si diletta tra le indelicate espressioni coreane.

Insomma, una raffinata struttura a più livelli e sicuramente un’altra altissima opera del maestro Park Chan-wook che speriamo di vedere presto sui grandi schermi delle sale italiane.

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