The Guilty, Recensione del film su Netflix con Jake Gyllenhaal

The Guilty
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The Guilty è il remake del film danese del 2018 Den skyldige. Jake Gyllenhaal acquistò i diritti per una nuova versione del film, che porta la firma di Antonie Fuqua. I diritti per la distribuzione sono stati acquistati da Netflix, che ha reso il film disponibile sulla sua piattaforma dal 1 ottobre 2021.

Trama

Joe Baylor è in servizio presso il centralino del 911, durante una delle notti più calde di Los Angeles: i disordini sono numerosi, a causa del vasto incendio che sta divorando la città. Joe è però concentrato sull’udienza che affronterà l’indomani, che lo riabiliterà nel lavoro su campo a seguito di un incidente, o lo condannerà alla reclusione.

La pressione di un matrimonio finito mesi prima e della tragedia che sta vivendo Emily accompagneranno la lunga notte di Joe, che farà di tutto per salvare la giovane donna.

Cast

  • Jake Gyllenhaal: Joe Baylor
  • Christina Vidal: sergente Denise Wade
  • Adrian Martinez: Manny

Trailer

The Guilty – Recensione

È impossibile parlare di The Guilty senza tenere presente l’originale, di cui il film in questione è un remake. Più che remake, una copia esatta, in scala 1:1, di quel thriller così asettico e minimale che conquistò il pubblico del Sundance e strappò una nomination agli Oscar.

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Sceneggiando The Guilty, Nic Pizzolatto si è quindi trovato di fronte all’adattamento di un’opera che fa della scrittura un punto di forza assoluto. Uno studio condotto con rigore sui personaggi, che trasforma la drammaturgia così impersonale in un’occasione di grande indagine psicologica. Il passaggio ad una Los Angeles in fiamme non è allora più che un contrappunto ai gelidi interni del centralino del 911.

Di fatto però gli incendi che divorano la città vengono lasciati all’esterno del dramma; servono da cornice, o forse da pretesto. Non gli viene attribuito, insomma, alcun valore simbolico per un film che resta essenzialmente diegetico. Un’inscalfibile unità di tempo, luogo e azione che rende l’opera solidissima nel suo svolgimento. Ed è in questa dimensione che la regia di Antoine Fuqua ha dovuto adattarsi, dimenticando l’epica e abbracciando, piuttosto, la tragedia.

Una scelta, quella di Fuqua, che presta fede al lavoro di Gustav Möller. Un rispetto assoluto che si traduce in una direzione trasparente, che non va fraintesa con una regia assente, o anonima. Fuqua riesce al contrario quasi a far scomparire la macchina da presa, limitando i movimenti all’essenziale scenico e concentrandosi esclusivamente sul protagonista.

The Guilty e il suo nuovo protagonista

Una regia così imperniata sui particolari del volto del protagonista, ritratto da continui primi e primissimi piani, non può che trasformarlo nel reale palcoscenico degli eventi. Ed è quindi Jake Gyllenhaal il reale discrimine di questo remake, com’era inevitabile che sia. La prova di Jacob Sedergren, composta e armonizzata con i toni dell’opera, lascia spazio ad un’interpretazione più robusta.

The Guilty

Jake Gyllenhaal si sostituisce quindi con una recitazione consistente, spesso nervosa, ma perfettamente funzionale ai fini drammatici. La progressione degli eventi deflagra nel suo volto che si contorce, in una performance di assoluto prestigio. L’arco tensivo della narrazione è tutto nella recitazione del protagonista: gli eventi restano estranei, a lui così come allo spettatore, fino a rendere Joe il centro stesso della tragedia.

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Così si sviluppa, elemento dopo elemento, il background del protagonista. Una costruzione che incede per piccoli suggerimenti, eliminando quasi completamente ogni componente visiva secondo un rigoroso procedimento di sottrazione: è tutto lasciato al non visto, al non detto. I silenzi di Jake Gyllenhaal, i suoi sguardi e le sue esplosioni sono allora davvero perfetti come perno di questo remake, che nulla aggiunge all’originale se non un nuovo protagonista. Un’occasione d’oro per conoscere un film che non ha avuto la distribuzione che meritava.

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RECENSIONE
Giudizio complessivo
Avatar di Leonardo Di Nino
Non dico mai "squisitamente", ma forse troppo spesso "smaccatamente". Amo il cinema di due Ander(s)son: Paul Thomas e Roy. Considero i romanzi di Guillermo Arriaga imprescindibili, e vorrei che tutti capissero perché i tempi lenti di Celibidache non sono lenti, ma giusti.
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