Consigli d’Autore: 5 film da vedere a Settembre 2021 [LISTA]

Una nuova rubrica dedicata al Cinema d'Autore: film di nicchia da scoprire e da vedere almeno una volta nella vita. Ecco i nostri consigli di Settembre 2021.

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Per questo mese di Settembre abbiamo scelto cinque film d’autore, molto diversi tra loro, con l’obiettivo di presentarli a chi ancora non li ha visti. Una serie di opere che sentiamo meritevoli di una più ampia divulgazione, accompagnate da delle recensioni, più o meno brevi, per discuterne con voi.

Alcune di queste hanno segnato il loro tempo, sancendo un “prima e un “dopo”, altre invece hanno semplicemente lasciato un segno per il loro impatto visivo e narrativo, senza rivoluzionare il sistema. Ecco dunque alcuni consigli d’autore:

Consigli d’Autore: 5 Film da vedere

1. Napoleon – Abel Gance (1927)

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Il cinema muto, a differenza di quello sonoro, è sempre stato caratterizzato da un sistema retorico molto forte, dotato di codici linguistici facilmente riconoscibili dal pubblico per sopperire alla mancanza del suono e agevolare la narrazione. I concetti dovevano essere quindi chiari a prescindere dalle didascalie, in molti casi utilizzate solo per sopperire all’assenza del parlato e a rafforzare la dialettica del film.

Si lavorava perciò tanto sull’immediatezza, sull’uso di maschere e segni che fossero in grado di comunicare informazioni ed emozioni allo spettatore sulla morale che questi incarnavano. I personaggi erano per lo più idee che carne, più figure che un qualcosa da raccontare o approfondire sul quadro umano.

Non vi era alcuna veridicità nella rappresentazione e l’immedesimazione veniva fatta innescare da psicologie diverse da quelle di oggi, casi a parte. Alla fine la tradizione del cinema muto, con i suoi caratteri e metodi, non era poi così tanto lontana da quella del teatro, legata indissolubilmente ai suoi preponderanti segnali visivi, enfatici e retorici, con cui viene agevolata l’economia della narrazione.

Bastava semplicemente un pò di trucco scuro e una gestualità marcata per introdurre un antagonista in scena, una forma mentis che poi fu abbandonata dopo l’avvento del sonoro nel 1927 con il Il cantante di jazz di Alan Crosland.

Un evento, quello del parlato nel cinema, che ribaltò completamente tutti i sistemi retorici e i metodi usati fino a quei momenti, sancendo così la fine di un’era per intere produzioni e divi al seguito. Le conseguenti ripercussioni sull’estetica del cinema dell’epoca furono perciò assolute. Finì così per mutare non solo il modo di raccontare, strumenti annessi, ma anche i racconti e i generi da cui questi si sviluppavano. Anche il rapporto pubblico/opera non fu esente da questi processi evolutivi e si trasformò a causa di quell’incrementata verosimiglianza con la realtà da parte del medium.

Da quel momento in poi bastava un semplice suono per configurare un dramma o presentare moralmente un personaggio, la mimica e altri codici annessi non erano più fondamentali. Napoleon di Abel Gance giunge alle soglie di questo evento epocale, ultimo tra i film realizzati secondo le tradizioni del muto, ma uno dei picchi più alti raggiunti nel suo contesto e non solo.

L’opera in questione, considerando l’impresa cinematografica che rappresenta, imponente sia nei costi che nella sua messa in scena, è a tutti gli effetti un monumento in nitrato in onore di Napoleone Buonaparte, o meglio al suo mito, a tutto quel che è stato e ha rappresentato per la Francia.

La centralità della narrazione spetta perciò alla figura del Rivoluzionario e al suo racconto, facendo quindi dell’opera un vero manifesto ideologico nazionale. Sono le icone e la loro inevitabile retorica a dialogare con lo spettatore, la loro potenza a rendere l’opera indissolubile dalle idee e dal popolo che ha combattuto per esse.

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Il film di Abel Gance però non spicca solo per questo, ma anche per la sua capacità di rivoluzionare ed ampliare il linguaggio cinematografico di quel tempo, conferendo all’aspetto drammatico una tridimensionalità ed un’immersività lodevoli e mai viste in precedenza.

Sono infatti molteplici i primi piani, non tanto richiesti all’epoca, utilizzatati per enfatizzare l’emotività degli attori, ma ancor di più sono le intuizioni registiche e di montaggio volte a dare uno spessore maggiore all’azione. Emblema di tutto di ciò è la sequenza della battaglia a palle di neve che apre il film.

Un intero segmento caratterizzato da movimenti a camera a mano, raramente visti in precedenza; close-up e sovrimpressioni volte a suggerire la potenza dello sguardo, simile a quello di un dio, dell’allora Napoleone bambino; soggettive e piani totali che conferiscono alla battaglia un dinamismo, una tridimensionalità e un coinvolgimento senza pari, soprattutto per la tempistica con cui il tutto si intervalla. Si ragiona perciò sul tempo e lo si usa come metrica per configurare il climax. L’immagine in Napoleon di Abel Gance si carica così di emotività e psicologia, facendo dell’azione e della tragedia il perno dell’esperienza audiovisiva stessa.

Impossibile non menzionare inoltre, tra le svariate intuizioni del regista, la polivisione, tecnica adoperata in alcuni momenti del film per far strabordare l’immagine, evidentemente incontenibile nei suoi consueti confini, per enfatizzare ancor di più i concetti espressi attraverso quest’ultima. Un modo usato non solo per ampliare la vista dello spettatore, ma anche per enfatizzare l’azione per mezzo di un ragionamento sul tempo e lo spazio. Tutto accade nel medesimo istante, la camera è ovunque per riprende ogni singolo dettaglio, il tutto coopera per mettere in scena una totalità del movimento in questione per esaltarlo e renderlo dinamico, mutevole in ogni sua singolarità.

Il tempo della narrazione di Napoleon è perciò quello del mito, ovvero di un racconto che usa la sua metratura per ricercare nei segni e nei caratteri l’enfasi adeguata per far emergere l’icona e la sua annessa moralità. Una modalità che trova una sua coerenza nella dimensione fortemente pittorica dell’opera e che seduce la vista dello spettatore.

Lo sguardo nel film di Abel Gance è infatti fondamentale, il cinema è sua diretta estensione, si muove e si articola per manifestare il pensiero e le abilità di Napoleone. L’occhio della camera e quello del Generale infatti spesso coincidono, si muovono alla stessa maniera, psicologicamente parlando, proprio come va di pari passo la volontà raccontare la rivoluzione con la decisione di mostrarla per mezzo di un rivolgimento di forma in grado di creare un manifesto efficace ed incisivo, sia al livello artistico che politico.

2. The Incredible Shrinking Man – Jack Arnold (1957)

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Negli anni cinquanta il genere fantascientifico esplode negli Stati Uniti e Hollywood, attraverso le sue produzioni, incomincia ad indagare i timori più ricorrenti fra la popolazione, rielaborandoli in chiave fantastica.

Ecco che quindi incominciano ad emergere i primi film sugli alieni e le conseguenti malcelate metafore sul terrore per il diverso, o meglio per il sovietico. La paura di essere attaccati o spiati dalla Russia diviene palpabile, la diffidenza pure. É il momento in cui l’americano medio incomincia a temere per il proprio benessere economico-famigliare e a sentire il suo micro-cosmo concretamente minacciato da un pericolo costante.

In questa psicosi collettiva anche il vicino di casa può trasformarsi in un pericolo concreto, proprio come accade ne L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel. La corsa verso lo spazio, il nucleare, le scoperte scientifiche e la Guerra Fredda incidono in modo totalizzante sul genere, portandolo a delineare racconti specifici su precise esigenze: affrontare le paure nel quotidiano.

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La fantascienza diviene così una narrazione ideologica nazionale fondata sul senso comune e sulla cultura di quel momento.

Nascono nuovi miti, si rimodellano quelli passati, ma in sintesi nasce un modo di affrontare le politiche di quel tempo e di far propaganda. Anche la scienza, portatrice di speranze e tecnologie, viene messa in discussione, almeno moralmente, per mezzo di racconti che ne delineano gli improbabili, ma non per questo meno spaventosi, disastri.

Il contrasto tra miracolo/condanna pare evidente, l’umanità punita per aver violato le leggi divine/naturali pure. Il cinema di quegli anni appare dunque, soprattutto per quanto riguarda il Western e la Fantascienza, lo specchio di un “sentire” comune, eticamente e spiritualmente parlando. Le mire espansionistiche della nazione si fanno sentire in ambo i generi.

Lo statunitense medio si ritrova così in un periodo incerto, costretto a re-inventarsi a causa di una società mutevole, vicino all’alienazione, in antitesi con la sua umanità immutevole, e costretto a trovare un nuovo ruolo/posto nel mondo. In questo clima di tensione viene prodotto e girato The Incredible Shrinking Man, un insolito quanto prestigioso prodotto.

Il film di Jack Arnold sebbene racchiuda dentro di sé quasi la totalità della sintomatologia appena descritta, delineando quindi un racconto dove l’uomo è destinato a perdere il controllo su di sé, mettendo in campo delle meccaniche narrative diverse e contraddicendo il binomio natura(umana) immutabile/società in divenire.

In questo caso infatti è il corpo di sempre a cambiare, a rimpicciolire a tal punto da riqualificare tutto, rendendolo alieno, e non l’America in senso stretto.

Non c’è alcuna minaccia esterna a compromettere l’idillio del protagonista, ma bensì un meccanismo interno che lo costringe a re-inventarsi e a trovare un posto nel nuovo mondo. Le cose però, ad una più accorta analisi, vanno di pari passo. Il cittadino muta perché è il quotidiano a farlo e viceversa, sono entità indissolubili. Il senso comune di quegli anni diventa perciò palese, ma in The Incredible Shrinking Man diventa il pretesto per un’avventura fantastica, fortemente visiva, che fa della scenografia il suo perno per la spettacolarità/meraviglia del racconto.

Jack Arnold delinea così un nuovo immaginario, un modo diverso di intendere le psicologie della narrazione fantascientifica, ottenendo nella lavorazione degli effetti speciali funzionali per l’epoca.

È un cinema, quello di Jack Arnold, che abbraccia una forte plasticità e che l’utilizza per delineare un’esperienza visiva insolita ed efficace, diretta come serviva all’epoca. In The Incredible Shrinking Man si gioca di prestigio facendo convergere la realtà, quella che solitamente si ignora, verso lo spettatore, rendendo, sempre di pari passo, l’uomo del racconto troppo piccolo per poterla affrontare.

In cima a tutto, sempre e comunque, rimane il pensiero di dio e la sua celata presenza, strumenti del regista per delineare un finale che è sintomo di una rassegnazione inevitabile per l’americano degli anni cinquanta. Il cortocircuito che si crea tra la realtà e il racconto, ovvero tra il sunto dell’uomo che rimane inalterato con la scenografia che si ingrandisce e il suo opposto nella finzione cinematografica, è quel che ha alimentato da sempre il fantastico nel cinema e che in The Incredible Shrinking Man diventa motore di nuovi incubi/avventure.