10 capolavori del 1964 da non perdere [LISTA]

Il 1964 è stato un altro anno prolifico per il cinema, regalandoci titoli che non hanno perso il loro splendore. Eccone 10 imperdibili.

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8) Kwaidan – Masaki Kobayashi (1964)

Kwaidan (1964)
Kwaidan di Kobayashi

Come suggerisce la traduzione del titolo, il film narra 4 “storie di fantasmi”, con un finale metacinematografico.

In Capelli neri vediamo un uomo (Rentarō Mikuni) che, dopo essere tornato dalla ex-moglie (Michiyo Aratama), scopre che la donna è diventata uno spettro. In La donna della neve assistiamo all’incontro di due taglialegna con uno spettro (Keiko Kishi), che salverà solo uno dei due a una certa condizione. La storia di Hoichi Senzaorecchie narra del cantore cieco Hoichi (Katsuo Nakamura) che si esibisce per degli strani individui. Infine, In una tazza di tè mostra un samurai (Kanemon Nakamura) sfidato da un misterioso uomo (Kei Satō) riflesso nei liquidi che beve.

Seppur Kwaidan rifletta sullo scorrere del tempo, sull’illusorietà della vita e sulla sconfitta dell’umanità, ogni episodio ha vita propria. Il primo è una racconto morale sulla fugacità dell’amore. Il secondo rammenta all’uomo di onorare sempre le proprie promesse. Il terzo racconta di come le Arti tengano vivo il passato nel presente, che però risulta eccessivamente ancorato alla storia. Il quarto episodio, invece, di carattere grottesco, sovverte l’atmosfera inquietante deridendo il motivo soprannaturale.

Stilisticamente, il tocco del regista realizza una messa in scena ben ponderata, rispettando accuratamente le geometrie. Le suggestive scenografie che rendono il film visivamente incredibile suggeriscono che l’opera sia stata girata in interni. Un ottimo lavoro è stato svolto anche dalla colonna sonora di Tôru Takemitsu, genio nel produrre suoni fortemente inquietante all’orecchio.

Spiccano nel cast le interpretazioni di Keiko Kishi, Takashi Shimura e, soprattutto, di Tatsuya Nakadai, tra i più grandi attori della storia del cinema.

9) Onibaba – Le assassine – Kaneto Shindō (1964)

Onibaba - Le assassine (1964)
La maschera utilizzata dalla donna anziana in Onibaba

Siamo nel XIV secolo. Due misteriose donne senza nome, (Nobuko Otowa e Jitsuko Yoshimura) vendono la refurtiva ricavata delle vittime dei loro agguati per sopravvivere. Entrambe attendono il ritorno di Kichi, figlio della più anziana e marito della più giovane, dalla guerra. Una sera, però, torna Hachi (Kei Satō), un compagno d’armi di Kichi, ma di questo non vi è alcuna traccia…

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Dopo lo splendido L’isola nuda (1960), Shindō torna a parlare dell’istinto umano di sopravvivenza e della loro natura selvaggia. I personaggi sono quasi apatici, anche di fronte a notizie tragiche, non esiste pietà né scrupolo, solo la vita o la morte. Anche la sessualità, altro tema del film che permette qualche scena di nudo, è studiata nella sua natura più selvaggia ed egoistica.

Si lega ad essa il tema della gelosia, che porta la donna anziana a opporsi alla relazione carnale intrapresa dalla giovane con Hachi. Infine, abbiamo il tema religioso dato in primis dall’ispirazione del film a una parabola buddhista. Inoltre, l’anziana donna, per spaventare la giovane, indossa una maschera Han’nya, che rappresenta una donna divenuta demone per troppa gelosia. Tale maschera sarà ripresa da L’esorcista (W. Friedkin, 1973) per mostrare un demoniaco padre Karras.

Stilisticamente, i primi e primissimi piani raccontano la natura selvaggia dei personaggi, raggiungendo l’apice nella scena dell’aggressione al fiume. Inoltre, le frequenti carrellate conferiscono solennità e tensione al film, enfatizzata da un innovativo uso del ralenti. Sicuramente, l’ambientazione nella palude di giunchi e canne restituisce un senso di prigionia.

10) La donna di sabbia – Hiroshi Teshigahara (1964)

La donna di sabbia (1964)

Un entomologo (Eiji Okada) è alla ricerca di nuove specie di insetti in uno sterminato deserto. Siccome perde il bus per tornare a Tokyo, alcuni abitanti di un villaggio vicino lo fanno alloggiare in una capanna abitata da una misteriosa ragazza (Kyôko Kishida) dentro a una depressione sabbiosa. L’indomani, però, la scala di corda utilizzata per scendere non è più al suo posto…

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Tratto da un romanzo di Kōbō Abe, La donna di sabbia è molto più che un thriller, è una fredda e spietata allegoria della vita. In superficie, gli abitanti del villaggio sfruttano quelli costretti nell’abisso per i propri interessi economici e le proprie perversioni. Nella depressione, invece, i malcapitati condividono un triste destino, intessendo una relazione forzata.

Il film, oltre alle relazioni umane, però, parla anche di libertà e riflette sulla sua accettazione. L’entomologo, inizialmente, elabora un discorso su tutti i documenti che provano l’esistenza di un uomo all’interno di una società civile. Appena finisce intrappolato nella depressione sabbiosa, egli si crede in prigione e schiavo. Ma poi, forse contagiato dalla passiva accettazione della sua condizione da parte della donna, inizia a chiedersi se proprio la vita laggiù non rappresenti per lui la libertà.

L’ambientazione desertica, inoltre, è fondamentale per sottolineare la desolazione dell’essere umano. Teshigahara, candidato all’Oscar per la sua incredibile regia, propone più volte nel corso del film le inquadrature del deserto. Esso simboleggia una prigione da cui l’uomo non può scappare, soprattutto in un mondo, selvaggio, in cui cane mangia cane. Non a caso, l’entomologo studia e cattura gli insetti, divenendo a sua volta un insetto catturato dall’avidità dell’essere umano.

Infine, la storia è avvolta dalle inquietanti e incessanti musiche di Tôru Takemitsu, che si fondono perfettamente con il senso di oppressione generato dalla sabbia. La fotografia geometrica di Hiroshi Segawa cattura da vicinissimo i dettagli dei corpi nudi sporcati ed oppressi dalla sabbia. Invece, il montatore Fusako Shuzui sovrappone concettualmente la desolata ambientazione desertica ai personaggi, che vantano interpretazioni indimenticabili.