11 Capolavori del 1969 da recuperare assolutamente [LISTA]

Il Sessantotto ha toccato tutto il mondo. Soffermiamoci sul 1969 e vediamo 11 film che sono testimoni di tale cambiamento.

1969, Easy Rider
Easy Rider, uno dei film emblema della New Hollywood
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La seconda metà degli anni ’60 è stato un periodo particolarmente denso di eventi, a livello cinematografico e non. Mentre l’Hollywood classica moriva un nuova generazione di registi nasceva e si imponeva sul grande schermo. Dopo aver parlato del 1966 passiamo ora al 1969.

Il ’69 in particolare segna l’uscita di alcuni dei film più importanti per la nascita delle nuove correnti in tutto il mondo, dalla New Hollywood alla Nuberu bagu.

Ecco quindi 11 film che abbiamo selezionato per voi usciti nel 1969. 11 capolavori da non perdere per conoscere il cinema di un’epoca fondamentale per la storia del cinema.

1) Easy Rider – Dennis Hopper (1969)

1969, Easy Rider, Dennis Hopper
Easy Rider, Dennis Hopper

Apriamo la lista con il film simbolo del 1969 e degli anni adiacenti. Dopo aver consegnato un carico di cocaina, Wyatt (Peter Fonda) e Bill (Dennis Hopper) acquistano due moto per partire alla volta del carnevale di New Orleans. Ma le insidie sono sempre in agguato…

Capolavoro del road movie, Easy Rider è l’opera prima di Dennis Hopper, che ha saputo interpretare lo spirito di fuga che contraddistinse il suo periodo. Il titolo, come il soggetto, è ispirato a Il sorpasso (Dino Risi, 1962), in americano The easy life, anch’esso riguardante una fuga estiva.

La fuga è l’esito del senso di ribellione della gioventù. La società, infatti, riconosce l’individuo nel momento in cui questo rispetta le sue rigide imposizioni: matrimonio, famiglia, casa, lavoro stabile e anche religione.

L’unico modo per sottrarsi all’omologazione è fuggire da ogni schema precostituito. Tuttavia, l’epilogo dell’esperienza dei due protagonisti insegna che scappare non è una soluzione. Il mondo è una giungla, non ha regole e può portare anche all'(auto)annientamento.

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I personaggi del film fanno frequente uso di stupefacenti. La sperimentazione delle droghe è stata un simbolo della cultura hippie, oltre all’ammirazione per lo spiritualismo orientale. Pensiamo anche al film More (Barbet Schroeder, 1969), famoso per la colonna sonora dei Pink Floyd, che quell’anno suoneranno anche a Woodstock.

A proposito di musica, abbiamo scritto un articolo intero sul suo utilizzo in Easy Rider: potete leggerlo qui.

Ma torniamo a parlare di stupefacenti per raccontare due aneddoti famosi. Il primo riguarda la marijuana: in una scena, Wyatt, Bill e George (Jack Nicholson) ne fanno uso e prendono a parlare ininterrottamente: come gran parte dei dialoghi, si tratta di discorsi improvvisati realmente sotto l’effetto di tale sostanza.

Il secondo aneddoto, invece, riguarda l’LSD: nella scena al cimitero, Wyatt, Bill e due ragazze consumano (realmente) acidi e hanno un bad trip abbastanza potente; in particolare, il primo invoca a gran voce la madre deceduta. Nella realtà, la madre di Fonda morì quando lui era piccolo, perciò l’attore stava rievocando la donna nella realtà.

Per descrivere visivamente l’effetto delle droghe pesanti, Hopper affida a Donn Cambern un montaggio sperimentale, che culmina proprio nella scena al cimitero. Essa presenta musica martellante alternata a voci e gemiti distorti, luci accecanti, zoom, panoramiche spaesanti e riprese astratte legate all’inconscio.

2) Il mucchio selvaggio – Sam Peckinpah (1969)

1969, Sam Peckinpah, Il mucchio selvaggio
Il mucchio selvaggio, Sam Peckinpah

La banda capeggiata dal bandito Pike Bishop (William Holden) mette a segno un colpo a una banca della ferrovia americana. Per dileguarsi, i fuorilegge devono ingaggiare una sparatoria con un gruppo di uomini incaricati di ucciderli.

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Uno di loro, Thornton (Robert Ryan), nonostante abbia a tiro Pike, decide misteriosamente di risparmiarlo, permettendo la fuga ai banditi. Radunatisi per spartirsi il bottino, però, gli uomini si trovano davanti una sorpresa inaspettata.

Una manifestazione, una rapina, una sparatoria, tali sono i tre elementi con cui il film si apre. Lo spettatore può, quindi, subito immergersi nella calda atmosfera western dei primi del Novecento, senza dimenticare l’esperienza del Sessantotto.

La violenza contenuta nel film scioccò lo spettatore di allora, non ancora abituato agli standard di efferatezza già gettati, per esempio, da Sergio Leone o Herschell Gordon Lewis.

L’opera non si limita al massiccio impiego di sangue, ma intende scavare la natura animalesca dell’uomo. Emblema di ciò è l’esito della prima sparatoria, dopo la quale i superstiti si contendono i cadaveri per incassare le rispettive taglie.

I protagonisti del film, interpretati da un cast stellare, incarnano alla perfezione i tratti dell’outlaw della New Hollywood, reso iconico da Reuben J. Cogburn (John Wayne) nel film Il Grinta (Henry Hathaway, 1969): età ormai avanzata, fragilità emotiva, rifiuto della solitudine, tendenza all’alcolismo, minore abilità rispetto a un tempo passato.

Per quanto riguarda lo stile, Peckinpah opta per un montaggio più solenne nelle scene dialogate e uno ipercinetico per quelle di tensione. Non appena sta per scatenarsi qualche evento dinamico come una sparatoria, la macchina da presa stringe sui personaggi con zoom impetuosi e le inquadrature arrivano a durare appena un secondo.

Il mucchio selvaggio ha ispirato, tra gli altri, Walter Hill, soprattutto il suo I cavalieri dalle lunghe ombre (1980), John Woo, Martin Scorsese e Quentin Tarantino.