Charlie Chaplin | Dagli esordi nel Cinema muto all’avvento del Sonoro

Charlie Chaplin è stato uno degli attori più amati e conosciuti di sempre, firmando capolavori senza tempo e segnando il cinema muto.

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Charlie Chaplin è stato uno degli artisti cinematografici più amati e conosciuti di sempre. Nato a Londra alla fine dell’800, dopo una lunga e “precoce” carriera teatrale arriva negli Stati Uniti. Nel 1914 fa il suo esordio sul grande schermo dando vita alla maschera di Charlot: un vagabondo ingenuo e scaltro allo stesso tempo.

L’infanzia

Charlie Chaplin, Tempi moderni
La fine di Tempi moderni (1936).

Charles Spencer Chaplin, in arte Charlie Chaplin, nacque a Londra il 16 Aprile del 1889. I suoi genitori, Charles Chaplin Senior e Hannah Hariette Hill, erano due attori teatrali. Il padre soffriva di alcolismo e un anno dopo la nascita di Charlie, i due si separano.

Dopo un primo periodo a casa del padre, Charlie e suo fratello Sydney andarono a vivere con la madre. Il piccolo Chaplin cominciò a seguire la madre in teatro e proprio grazie a lei, acquisì le prime nozioni di canto e di recitazione.

Una sera, quando aveva sette anni, durante una replica la madre ebbe un abbassamento di voce. Il pubblico cominciò a fischiarla e Hannah fu costretta ad abbandonare il palcoscenico. Il piccolo Chaplin, spinto dall’impresario sul palco, la sostituì cantando E dunno where ‘e are ottenendo un discreto successo.

La famiglia si trasferì poi a Manchester. Grazie al padre entrò a far parte di una compagnia teatrale e nel 1900 recitò insieme al clown Marceline, molto conosciuto all’epoca.

Durante lo stesso anno il fratello parti in tournée, lasciando Charlie da solo con la madre e l’anno seguente il padre morì. Le difficili condizioni mentali della madre si aggravarono e la costrinsero ad un ricovero ospedaliero.

L’esordio al Cinema di Charlie Chaplin

La carriera del giovane Chaplin cominciò ben presto a decollare. Nel 1906, grazie al fratello Sydney, entra a far parte della compagnia di Fred Karno, impresario teatrale fondamentale per il percorso di Charlie Chaplin. Grazie a questa esperienza acquisì il linguaggio del circo e della pantomima muta.

E ben presto divenne uno dei talenti più apprezzati della compagnia insieme a Stanley Jefferson, in arte Stan Laurel. Nel 1909 la compagnia Karno partì per una tournée all’estero, spingendosi fino agli Stati Uniti. Lo spettacolo era A Night in an English Music Hall, un atto unico di pantomima dove Chaplin interpretava il protagonista.

Making a Living : Chaplin
Charlot giornalista (1914).

La compagnia tornò negli Stati Uniti anche l’anno seguente. Questa volta lo spettacolo riscosse un enorme successo e il giovane Chaplin venne notato dal produttore Mark Senneth. Nel 1913 Charlie Chaplin firmò il suo primo contratto con la casa di produzione Keystone per un compenso di 175 dollari a settimana.

L’anno seguente, il 2 Febbraio del 1914, esordì sul grande schermo con il cortometraggio Charlot giornalista. Nonostante il titolo italiano – in originale è Making a living – l’attore non indossa ancora i panni dell’ingenuo vagabondo. Il personaggio di Charlot nasce con i film seguenti, usciti rispettivamente il 7 e il 9 Febbraio 1914, intitolate Charlot ingombrante e Charlot all’hotel.

Il personaggio Charlot

Charlot è un vagabondo che, nonostante il suo stato di povero, cerca sempre di avere buone maniere e di mantenere una dignità. Usa la sua scaltrezza per sopravvivere, ma sempre in una maniera gentile, mai cattiva. Charlie Chaplin lo impersonò indossando dei pantaloni larghi, una giacca stretta, in testa una piccola bombetta, delle grandi scarpe ai piedi ed un bastone flessibile.

Il costume fu creato dallo stesso attore che donò al personaggio anche dei baffi e una camminata ciondolante. “All’inizio Charlot simboleggiava un gagà londinese finito sul lastrico […] Lo consideravo soltanto una figura satirica. Nella mia mente, i suoi indescrivibili pantaloni rappresentavano una rivolta contro le convenzioni, i suoi baffi la vanità dell’uomo, il cappello e il bastone erano tentativi di dignità, e i suoi scarponi gli impedimenti che lo intralciavano sempre”.

Charlot nasce come personaggio muto, che comunica attraverso il linguaggio del corpo e conservò le sue qualità anche con l’avvento del sonoro. “Non potrebbe parlare, non saprei che voce usare. Come riuscirebbe a mettere insieme una frase?” dichiarò una volta l’attore.

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Charlot, nella sua lunga apparizione cinematografica, parlò una sola volta. Nel 1940 ne Il grande dittatore. Il sonoro aveva ormai preso piede e il vecchio cinema muto, quello caro a Chaplin, era scomparso. Anche il vagabondo deve scomparire e non può che parlare. Chaplin decide di fargli pronunciare un discorso di fratellanza e amore, di uguaglianza: una critica al fascismo e al nazismo che in quel periodo stava devastando l’Europa.

I cortometraggi di Charlie Chaplin e la United Artists

Molto presto Charlie Chaplin smise di farsi dirigere da altri registi e oltre ad interpretare i suoi film iniziò a curarne anche la regia. Charlot e la sonnambula uscì il 4 Maggio del 1914 ed è il primo corto scritto, diretto e interpretato da Chaplin.

L’attore regista macina a ritmi da catena di montaggio e nel giro di soli cinque anni sforna oltre 70 cortometraggi. Nel 1917 Charlie Chaplin, ormai una star mondiale del cinema, firma un contratto record con la First National. Quest’ultima era una casa di produzione nata per contrastare lo strapotere della Paramount e garantire libertà espressiva agli artisti.

Charlie Chaplin, Il monello
Jackie Coogan e Charlie Chaplin, Il Monello (1921).

Nel 1921 esce Il monello, il primo lungometraggio di Charlie Chaplin. Il film rappresenta la consacrazione di Chaplin come autore che vede, proprio ne Il monello, la messa a fuoco del proprio stile registico come combinazione di commedia e dramma.

Nel frattempo però la Paramount aveva cercato di acquisire la First National. Charlie Chaplin fondò così una nuova casa di produzione: la United Artists. La casa di distribuzione è tutt’ora esistente e oltre a Charlie Chaplin vede tra i suoi fondatori l’attore Douglas Fairbanks, l’attrice Mary Pickford e il regista D. W. Griffith.

Che attori e registi possedessero una loro casa di produzione non era cosa usuale nella Hollywood di allora. Tanto che un produttore di quegli anni esclamò I matti si sono impossessati del manicomio.

I primi lungometraggi e Tempi moderni

Dal 1923 al 1952 Charlie Chaplin lavorò esclusivamente per la United Artists. Nel 1923 esce La donna di Parigi, primo film in cui Chaplin figura solo come regista, ad esclusione di un piccolo ruolo ritagliatosi. Il film viene apprezzato dalla critica ma non riscosse il successo sperato.

Successo ampiamente ripagato dalle opere successive: La febbre dell’oro (1925) e Il circo (1928). Nel 1927 il cinema era nel frattempo diventato sonoro e si stava velocemente affermando.

Quando gira Le luci della città (1931), il sonoro e i dialoghi parlati erano ormai considerati irrinunciabili. Ma Chaplin volle comunque girare un film muto, fatto di pantomima e di linguaggio corporeo. Le luci della città, pur non avendo dialoghi, è comunque il primo film di Chaplin ad avere il sonoro e le musiche sincronizzate.

Nel 1936 esce uno dei più grandi capolavori dell’autore e della storia del cinema: Tempi moderni. Il film è una critica al capitalismo, alle catene di montaggio, alla meccanicizzazione del lavoro umano. Ed è anche una critica all’uso del sonoro nel cinema.

Chaplin riteneva che l’avvento del parlato avesse tolto una parte di umanità alla settima arte, e che il linguaggio cinematografico dovesse essere prettamente visivo. Questa visione pura e purista del mezzo cinematografico viene espressa qui con l’assenza di dialoghi tra personaggi.

Le uniche battute che vengono pronunciate sono filtrate da mezzi meccanici come l’altoparlante della fabbrica o uno schermo. Anche i rumori che sentiamo nel film sono prettamente meccanici.

Il grande dittatore e la resa al sonoro

Nel frattempo in Europa si stava diffondendo il nazifascismo. Gli Stati Uniti sembravano disinteressati a cosa succedesse dall’altra parte dell’oceano, anche a guerra scoppiata. Charlie Chaplin sentì il bisogno di denunciare l’orrore e le persecuzioni che si stavano svolgendo nel vecchio continente e nel 1940 uscì Il Grande Dittatore.

Il film è la prima opera di Chaplin che può considerarsi interamente sonora. Sono infatti presenti dialoghi parlati tra personaggi, anche se continua a contenere delle critiche al nuovo utilizzo del mezzo e manifesta una certa nostalgia per un cinema ormai fuori tempo massimo.

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Nel film sono infatti presenti molte pantomime, linguaggio che lo aveva reso celebre. Inoltre Charlie Chaplin interpreta due personaggi: il dittatore Adenoid Hynkel e il barbiere ebreo.

Il primo – caricatura di Adolf Hitler – tiene discorsi politici da un palco. Per sottolineare l’insensatezza del pensiero nazista, Chaplin fa esprime il dittatore tramite un gramelot, ovvero un discorso fatto di parole inventate.

La comunicazione passa unicamente tramite il linguaggio del corpo e dell’interpretazione dell’interprete e trova la sua comicità nel non-sense delle parole. Il secondo – ultimo omaggio al personaggio del vagabondo – è un personaggio essenzialmente muto che proprio nel suo legame con Charlot segna l’addio al vecchio cinema di inizio 900.

L’accusa di maccartismo

Sia con Tempi moderni che analizzava la condizione dei lavoratori e metteva in scena una certa contraddizione della società americana che con Il grande dittatore, Chaplin ricevette critiche politiche per i suoi film.

Non dichiarò mai quale partito votasse o a quale partito si sentiva vicino. Si riteneva fosse un progressista. Nel 1949, con l’uscita di Monsieur Verdoux, fu accusato di filo-comunismo e divenne poi bersaglio del senatore McCarthy nella sua caccia alle streghe.

Negli anni 50 il mondo viveva sotto il terrore della Guerra Fredda, il terrore che le sue grandi potenze – USA e Unione Sovietica – potessero far esplodere un conflitto nucleare fra di loro. Il senatore istituì una commissione per cercare spie sovietiche sul suolo statunitense e Charlie Chaplin venne accusato di essere un comunista.

Poco dopo l’uscita di Luci della ribalta (1952), Charlie Chaplin e la sua famiglia si imbarcarono per l’Europa. Poiché Chaplin era ancora cittadino inglese e non aveva mai assunto la cittadinanza americana, l’allora ministro di Giustizia statunitense dispose per pubblico decreto che a Charlie Chaplin non venisse permesso il rientro su suolo americano.

Secondo la sentenza, all’interno dei suoi film erano possibile riscontrare “gravi motivi di sfregio della moralità pubblica e critiche trasparenti […] al sistema democratico del Paese che pure accogliendolo gli aveva dato celebrità e ricchezza”.

Luci della ribalta e gli ultimi film

Luci della ribalta è la storia di un vecchio artista del varietà nella Londra degli anni Dieci. Ormai Chaplin ha accettato il sonoro, ha salutato il suo alter ego. Ma in questo ultimo omaggio per un mondo che non c’è più, l’attore e regista inglese riesce ad infilare un piccolo tributo. Una scena recitata in teatro.

Suo compagno di palcoscenico è Buster Keaton, l’altro grande attore comico di quel cinema muto ormai scomparso. A causa del maccartismo, il film venne proiettato in pochissime sale e rimase inedito fino al 1972 quando venne distribuito per la prima volta in tutta la nazione.

E proprio quell’anno, durante l’edizione del 1973, Charlie Chaplin otterrà l’Oscar come miglior colonna sonora, il terzo della sua carriera dopo quello onorario del 1929 e quello onorario del 1972.

L’ultimo film è La contessa di Hong Kong (1967) dove Charlie Chaplin figura solo come regista e lascia l’interpretazione a Marlon Brando e Sofia Loren.

Filmografia di Charlie Chaplin

Lungometraggi

  • Il monello (1921)
  • La donna di Parigi (1923)
  • La febbre dell’oro (1925)
  • Il circo (1928)
  • Luci della città (1931)
  • Tempi moderni (1936)
  • Il grande dittatore (1940)
  • Monsieur Verdoux (1947)
  • Luci della ribalta (1952)
  • Un re a New York (1957)
  • La contessa di Hong Kong (1967)

Cinefilo accanito, ho ingurgitato film di ogni periodo e genere. Innamorato degli attori, un occhio di riguardo per gli autori. Preferisco i Festival agli Oscar.