Bella Ciao: le inaspettate origini del brano

Da un tema francese del '500 ai canti piemontesi. Dalle mondine a Mishka Ziganoff. Dalla gioventù democratica al compromesso storico. Dove si colloca la resistenza e il comunismo in questo tortuoso percorso? Vediamolo insieme.

Bella Ciao
Frecce tricolori durante la parata del 25 Aprile

Procediamo con ”ordine”

«Alla mattina appena alzata o bella ciao bella ciao bella ciao, ciao, ciao. Alla mattina appena alzata in risaia mi tocca andar» Le cose non vi tornano vero? Siamo sicuri che conosciate questo brano in tutt’altra veste. Ebbene, sappiate che è solo una delle miriadi di possibili versioni primigenie del brano, cioè tutte quelle canzoni popolari che gli storici della musica hanno preso in considerazione per trovare l’origine di quel canto della resistenza che tutti conosciamo. Non è appunto facile procedere con ordine, dal momento che negli anni le numerose risposte alla domanda “da dove viene Bella Ciao?” si sono tramutate niente più che in ipotesi da scartare.

Questa prima versione che abbiamo riportato, viene chiamata la Bella ciao delle mondine. Come avete notato, il contesto è completamente diverso. Innanzi tutto, i soggetti che cantano sono evidentemente femminili. Di conseguenza, il Bella Ciao si fa autoreferenziale, e indica lo sfiorire delle bellezza femminile costretta a sottostare agli estenuanti ritmi lavorativi della vita nelle risaie: «ogni ora, che qui passiamo, noi perdiam la gioventù». A “l’invasor” si sostituisce “il capo in piedi col suo bastone”, alla morte per la libertà, si sostituisce la speranza di lavorare in libertà. Ma, come abbiamo accennato, questa è una di quelle ipotesi da scartare. Risulterebbe infatti successiva alla versione che tutti conosciamo. Proviamo quindi a spostarci a New York.

Un ristorante ucraino degli anni ’20

È uno strano contesto quello in cui ci siamo spostati, ma si risolve in poche parole. La melodia del celeberrimo brano proverrebbe dalle cucine di un ristoratore ucraino, tale Mishka Ziganoff, originario di Odessa e stabilitosi proprio a New York. “Koilen“, un brano per fisarmonica con dei ballabili ritmi klezmer (musica ebraica proveniente del sud-est europeo), è il più celebre dei suoi brani. E qui la faccenda si infittisce ancora. La melodia di Koilen sarebbe simile a Bella Ciao, ma la stessa Koilen sarebbe una tra le tante versioni di un brano ucraino chiamato Dus Zekele Koilen di cui risultò impossibile trovare la versione originale. Uno standard come tanti se ne trovano nella musica popolare, esattamente come la Bella Ciao che avrebbe ispirato.

Un salto di 5 secoli

Abbiamo visto una possible ma scartata origine del testo e una più attendibile origine della melodia. Vediamo adesso alcune tra le ammissibili origini di entrambe le parti.
Tal, Costantino Nigra, autore dell’opera Canti Piemontesi, vi inserì all’interno un brano dal titolo Fior di tomba risalente ai primi del novecento. L’accostamento tra un fiore ed una tomba rimanda irrimediabilmente al brano “resistenziale” che stiamo sviscerando. Ma ovviamente non finisce qui. Prima di convogliare in questo canto piemontese, il brano ha fatto un lunghissimo pellegrinaggio geostorico.

Sarebbe partito dalla francia del ‘500 sotto forma di ballata, passando poi per il piemonte con Fior di tomba e La me nòna l’è vecchierella (da cui trae la reiterazione del “ciao” e la melodia) e fermandosi prima nel trentino con Il fiore di Teresina (dove torna ancora una volta la figura del fiore) e poi nel veneziano con Stamattina mi sono alzata, il cui riferimento è inequivocabile.

Copertina di una secolare versione discografica della
probabile origine ucraina di Bella Ciao.

Le derivazioni del secondo novecento

Tracciate le probabili origini del celebre canto della resistenza, vediamo qui le prime applicazioni storiche del brano, nella versione che cantiamo tutt’oggi. Venne cantato, tradotto e diffuso in tutto il mondo grazie alle numerose delegazioni che parteciparono al primo festival mondiale della gioventù democratica, tenuto a Praga nell’estate 1947. Numerosi furono i giovani partigiani emiliani che parteciparono alla rassegna canora “Canzoni Mondiali per la Gioventù e per la Pace”. Fu lì che i condottieri introdussero il tipico battimano accompagnatore del brano.

Già da questa data possiamo notare che l’immaginario diffuso dal testo del brano è più che altro figurativo. Quei giovanissimi ragazzi che un giorno si son svegliati per andare a combattere l’invasore, e che troppo spesso per questa nobile causa furono seppelliti, preferivano cantare in quelle loro marce brani quali Bandiera Rossa piuttosto che Fischia il vento, inno ufficiale delle Brigate Garibaldi basato sull’aria della famosa canzone popolare sovietica Katjuša. «Nei venti mesi della guerra partigiana non ho mai sentito cantare Bella Ciao», sentenziò l’ex partigiano e giornalista Giorgio Bocca un paio d’anni fa.

L’equivoco nasce probabilmente una quindicina d’anni più tardi. Lo storico Stefano Pivato afferma che: «Nel periodo della costituzione dei primi governi di centro-sinistra e dell’affermazione di un’idea di Repubblica nata dalla Resistenza, una canzone come Fischia il vento, contenente espliciti richiami all’ideologia comunista, mal si prestava ad interpretare
l’unità di intenti
che si intendeva stabilire intorno alla memoria della Resistenza
»

La canzone della libertà

Dunque, la chiave di volta della vicenda è da trovarsi durante la fase politica del compromesso storico. È da quel momento in avanti che il brano è stato scambiato per un inno partigiano o addirittura comunista. Questo perché il percorso tortuoso del canto che molti quest’oggi intonano dai propri balconi, per troppe volte nella storia ha confuso le proprie tracce, rischiando così di intorpidire quelle acque che con questo articolo speriamo di aver reso più chiare. Bella Ciao, non è un canto partigiano, né un canto comunista, né tanto meno un canto delle mondine. Senza ideologie di sorta, Bella Ciao è semplicemente un grido a tutta l’umanità. Il grido di colui che invoca la sua giusta, e meritata libertà.

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