Quarantena cinefila | Metacinema: quando un film racconta se stesso, ecco alcuni grandi titoli da recuperare

Film che parlano espressamente del cinema, delle sue forme e dei suoi motivi fondanti

Metacinema: The dreamers

Tutto il cinema è metacinema

Più o meno. In effetti è un po’ azzardata come affermazione, ma è sostenuta da una verità di fondo. Il cinema è probabilmente l’arte derivativa per eccellenza: ogni film raccoglie l’eredità artistica di decine di pellicole; ogni opera elabora e cita, più o meno consapevolmente, altre opere. Quindi in un certo senso il cinema è sempre metacinema, poiché appartiene alla sua essenza sviluppare continuamente motivi, strutture, forme proprie di questa forma espressiva.

Tuttavia, quando un autore è pienamente consapevole di questa perpetua autoreferenzialità, riesce a sciogliere i contorni tra forma e contenuto e a fare metacinema nel modo in cui probabilmente Jacobson l’avrebbe definito. Il celebre linguista infatti delineò le sei funzioni della comunicazione, e la metacomunicazione pone al centro il codice: è quindi comunicazione che spiega i meccanismi del linguaggio stesso.

La comunicazione presuppone però un linguaggio, e qui si apre uno scenario che meriterebbe ben altri spazi. Dalla grande sintagmatica di Metz alla lingua scritta della realtà di Pasolini, numerosi intellettuali si sono posti una domanda decisamente delicata, ovvero se il cinema sia lingua o linguaggio. Nel primo caso presuppone una grammatica, nel secondo un codice.

Poiché ciò rappresenta un dibattito essenzialmente ancora aperto e dalla portata problematica rispetto alle soluzioni poste da quegli stessi intellettuali, ci limiteremo a considerare il cinema come un’entità che vive oltre le classiche definizioni della linguistica. Perciò, semplificando di molto, considereremo metacinema tutto il cinema che fa del cinema stesso un motivo narrativo e formale determinante. Ovvero, film che parlano espressamente del cinema, delle sue forme e dei suoi motivi fondanti.

Nel 1963 escono Il disprezzo di Jean-Luc Godard e 8 1/2 di Federico Fellini

Già prima di questi due film si contano moltissime opere che hanno offerto una lettura sottile del carnevalesco mondo del cinema attraverso i suoi protagonisti e i rapporti di produzione che li legano. Si pensi ad uno degli esempi più fulgidi di questo filone, La signora senza camelie di Michelangelo Antonioni, in cui una commessa trova la fortuna nel mondo del grande schermo e sposa un produttore. Esempio che riassume il mito del successo, del divo, che da A star is born di William A. Wellman a Sunset Boulevard di Billy Wilder è stato il soggetto di tanto metacinema.

Tuttavia, con questi due capolavori la questione si fa più complessa. Il metacinema inizia a moltiplicare i piani narrativi, a sfruttare l’occasione del film nel film per indagare le strutture dello stesso codice filmico.

La nouvelle vague fu l’incarnazione in una corrente cinematografica dei tanti principi teorici nati in seno a quei cinephiles di cui Truffaut e Godard furono i capifila. Tutta la nouvelle vague fu quindi il tentativo di indagare il cinema proprio attraverso il cinema, di scandagliare le regole di quest’arte attraverso l’esercizio della stessa. Allora Le Mépris (Il Disprezzo) diventa uno dei film più importanti di questa stagione. Scegliendo il registro epico dell’Odissea, affidando a Fritz Lang il ruolo del regista, Il Disprezzo diventa così il capostipite di una via al metacinema che mira a scomporre un film in tutte le sue componenti.

Ma se ne Il Disprezzo il film nel film era un adattamento del poema omerico, con 8 1/2 Fellini si spinge oltre. Il film nel film è 8 1/2 stesso, raccontato attraverso le vicissitudini del cineasta il cui slancio creativo è continuamente disturbato dai ritmi della produzione. Marcello Mastroianni sarà quindi l’alter-ego di Federico Fellini in quello che non è solo il capolavoro del maestro riminese, ma una delle pellicole più importanti dell’intera storia del cinema.