6 film Folk Horror che dovete vedere se vi è piaciuto Midsommar

L'elenco seguente che vi proponiamo contiene 6 film folk horror che rappresentano al meglio un genere composto da drammi pagani, campestri e folkloristici

folk horror

Per gli appassionati di lunga data del genere, il Folk Horror è qualcosa di poco noto, che trova le sue radici in terra britannica. Emerso negli anni ’50, trova il suo apice negli anni ’70, ora ritornati in auge grazie a registi come Ari Aster con il suo recente e bellissimo Midsommar (2019) o ancora prima Robert Eggers con il folgorante The Witch (2016). Film che, seppur debitori del genere, riescono a vivere di una luce propria, mostrando un orrore che filtra e penetra lentamente attraverso i volti, i corpi e i paesaggi.

Il cinema delle streghe e dei riti, che affonda le sue radici nel folklore, è basato su racconti popolari, sull’orrore che include il radicalismo religioso del primo cristianesimo, sulle inquietanti tradizioni pagane, sui rituali antichi e sulla paura irrazionale della femminilità, della sessualità e di altre influenze definite “demoniache”. È corretto quindi dire che attualmente siamo nel bel mezzo di un risveglio dell’Horror cinematografico, o meglio di una nuova forma di scrittura del genere e, di conseguenza, anche del Folk Horror.

L’elenco seguente che vi proponiamo contiene 6 film che rappresentano al meglio un sottogenere Horror riccamente gratificante e realmente terrificante, composto da drammi pagani, campestri e folkloristici.

Pronti? Iniziamo il nostro viaggio nel Folk Horror!

A Field in England ( Ben Wheatley, 2013)

Il folle Ben Wheatley ci conduce in un viaggio psichedelico, al confine estremo tra sogno e realtà. Una commedia nera ambientata nell’Inghilterra del Seicento, durante la guerra civile, in cui un piccolo gruppo di disertori fugge dalla battaglia attraverso un campo incolto. Quest’ultimi vengono catturati da due uomini, tra cui vi è un alchimista che costringe il gruppo di disertori ad aiutarlo nella sua ricerca di un tesoro nascosto che crede sepolto sotto il campo.

Il film ci trasporta, attraverso un rito iniziatico tra astrologia, funghi allucinogeni e rabdomanzia, in un mondo monocromatico di inquietanti primi piani e sequenze stroboscopiche che giocano con l’occhio dello spettatore e che lo accompagnano in un viaggio nel subconscio dell’uomo. Utilizzando tagli rapidi e sequenze psichedeliche, il film diventa ben presto un allucinato incubo in bianco e nero. Assolutamente meritevole di visione.

The Witch (The Witch di Robert Eggers, 2015)

The Witch segna il debutto alla regia dello scrittore/regista Robert Eggers, che, quasi come fosse apparso dal nulla, riesce a colpire e spiazzare con una disturbante riflessione sulle religioni e sulle leggende folkloristiche, entrambe rappresentative di un male oscuro e interiore che non viene compreso e contrastato, bensì ignorato ed esaltato tramite i silenzi e le menzogne.

Eggers costruisce in maniera maniacale questa storia di terrore popolare nel New England del XVII secolo, dove ci viene presentata la giovane Thomasin (bravissima Anya Taylor-Joy, tra le migliori della sua generazione), che vive con i genitori e i fratelli in una fattoria remota e sperduta nei boschi; la famiglia, esiliatasi volontariamente dalla comunità per vivere al di fuori del peccato, otterrà come risultato quello di autodistruggersi con le proprie mani attraverso i propri dubbi, i rimpianti e radicali dogmi religiosi.

Il film è tecnicamente ineccepibile, con una splendida fotografia e una ricostruzione meticolosa, quasi filologica, degli usi e costumi del New England del XVII secolo. L’ambientazione è rarefatta e oscura, enfatizzata da una soffocante religiosità morbosa, frutto della più totale solitudine. Esempio fulgido del Folk Horror.

La pelle di Satana (The Blood on Satan’s Claw di Piers Haggard, 1970)

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The Blood On Satan’s Claw è considerato uno dei primi e ottimi esempi della combinazione tra l’horror popolare e l’orrore occulto. Il film è ambientato nella Gran Bretagna medievale e ha come protagonisti i ragazzi di una comunità rurale convertitisi al culto del demonio. Non vengono risparmiate automutilazioni, stupri, rituali esoterici, quasi come se fosse un body horror dai sapori gotici.

Il film è immerso in un clima claustrofobico di puritani e peccaminosi, dove a provocare orrore sono gruppo di ragazzini assassini; quest’ultimi sono capitanati da una sacerdotessa, Angela (Linda Hayden), una bellissima e bionda fanciulla dall’impressionante sguardo perverso e profondamente diabolico.

Ottime la fotografia e le musiche, affiancate da un’intrigante carica erotica e da una tensione costante, che ben si sposa con gli splendidi paesaggi boschivi inglesi. 

The Wicker Man (Robin Hardy, 1973)

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The Wicker Man è senza dubbio uno dei più grandi film inglesi di sempre. Capace di trasportare lo spettatore in una dimensione completamente onirica e di comunicare magnificamente il differente vivere di una comunità di pagani isolati dal mondo, la pellicola narra del rapporto viscerale tra i membri di quest’ultima, uniti al punto tale da nascondere, senza tradirsi, la scomparsa della piccola Rowan Morrison. Successivamente, la comunità si troverà ad affrontare le indagini di ricerca dell’austero e candido sergente Howie (Edward Woodward, vero protagonista della storia).

Quest’ultimo, raggiunta l’isola in seguito a una lettera d’aiuto firmata proprio da Rowan, scoprirà sul posto, governato da Lord Summerisle (un magnifico Christopher Lee), una quantità di follie tale da far raccapricciare la sua irremovibile fede cristiana: nelle scuole si insegnano culti fallici, in paese si canta, si danza, ci si denuda e nessuno prende sul serio le sue indagini sulla scomparsa della piccola Rowan. Fin dall’inizio, si avverte il pericolo, ma resta una sensazione ben celata.

Una pellicola ricca di piccoli particolari inquietanti e affascinanti soluzioni visive, ambientata tra verdi paesaggi di rara bellezza, affiancato da musiche di matrice celtica e nobilitato da un finale crudo e visionario di terribile incanto. Il film di Robin Hardy, va considerato come un’opera unica e impareggiabile, sospesa in un’atmosfera surreale che l’ha trasformato negli anni in un vero film di culto.

Hagazussa: A Heathen’s Curse (Lukas Feigelfeld, 2017)

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Come già detto precedentemente, se c’è un film contemporaneo che ha esercitato tutta la sua influenza tematica e visiva sulla produzione contemporanea, quello è senza ombra di dubbio The Witch. Questo primo lungometraggio dell’autore austriaco Lukas Feigelfeld, oltre ad essere una tesi di laurea, ha moltissimi punti in comune con il film di Robert Eggers, come ad esempio la grande suggestione delle atmosfere e dei paesaggi, l’isolamento totale dell’uomo, o l’insignificanza delle bigotte figure maschili. Qui la trama fa da contorno alla messa in scena di un incubo allucinato, visionario e non lineare.

La storia di Hagazussa – A Heathen’s Curse (il cui titolo è un termine arcaico che indica le streghe o esseri demoniaci di sesso femminile) è ambientata nel XV secolo, in un remoto villaggio sulle Alpi austriache i cui abitanti son contadini ignoranti e superstiziosi. In una capanna fuori dalla comunità vivono assieme una ragazza di nome Auburn (Celina Peter) e la madre malata (Claudia Martini). Le due donne vivono isolate perché additate come streghe dai compaesani. Successivamente la madre muore di peste davanti alla figlia, traumatizzandola per il resto della sua vita.

Hagazussa mescola il folklore nordico e antiche tradizioni pagane, fatte emergere molto bene dal regista attraverso una curata e affascinante sinfonia audiovisiva: riprese lunghe, lente, ipnotiche, perlopiù mute. Il tutto immerso in una cupa e fredda fotografia, affiancata dalle tetre musiche dei greci Mohammad (MMMD).

November (Rainer Sarnet, 2017)

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Il regista Rainer Sarnet con November ci trasporta in un’irreale e immota Estonia del XIX secolo, dove ci viene narrata un’inclassificabile e bellissima fiaba nera che parla d’amore e di solitudine, di poveri contadini superstiziosi e di baroni, di demoni e di streghe, della peste, di Cristo e del diavolo.

La storia di November è tratta dal romanzo Rehepapp di Andrus Kivirähk  dal quale il regista attinge per sviluppare una storia pregna di mitologia estone: una combinazione di elementi mistici, surreali, romantici e umoristici.

Ci viene narrata la vita della bellissima contadina Liina (Rea Lest), promessa in sposa a un contadino rozzo e ripugnante. La ragazza però desidera con tutto il suo cuore il coetaneo del villaggio, Hans (Jörgen Liik), che a sua volta è infatuato della giovane baronessa tedesca giunta a visitare i propri possedimenti assieme al padre. Per Liina e Hans vincere l’amore non ricambiato si rivela incredibilmente triste e impossibile in questo oscuro, freddo e aspro paesaggio estone nei cui boschi si aggirano fantasmi, lupi e pestilenza, dove gli abitanti fanno affari con il Diavolo per avere in prestito delle anime in cambio di tre gocce di sangue o ricorrendo all’uso di ingannevoli bacche. Le anime prese in prestito vengono inserite in fantocci e utilizzate come servitori e ladri, chiamati Kratt, creature magiche della vecchia mitologia estone, costruite dai padroni utilizzando attrezzi domestici, falci, catene e teschi di mucca.

Sarnet crea un’opera d’arte che avvolge completamente lo spettatore all’interno del suo paesaggio: il suono della pioggia, il fruscio delle foglie, lo scricchiolio della neve. La fotografia di Mart Taniel bagna il film di uno splendido bianco e nero, definito da bellissime e affascinanti composizioni, tanto da farlo sembrare ultraterreno e allo stesso tempo reale. La sceneggiatura stratificata è un’interpretazione metaforica di alcune emozioni universalmente semplici, dove le tradizioni cristiane si scontrano con i riti pagani. Un Folk Horror da non perdere.

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