Recensione Tesnota, tra i vincitori a Cannes 2017

Recensione Tesnota - Finalmente è arrivato in Italia il film d'esordio di Kantemir Balagov premiato dalla critica a Cannes nel 2017

recensione Tesnota

Recensione Tesnota

A due anni dall’assegnazione del Premio della Critica durante l’edizione 2017 del Festival di Cannes, è arrivato in Italia Tesnota, opera prima di Kantemir Balagov. Il lavoro del giovane regista, che in questi due anni ha conquistato numerosi riconoscimenti a livello internazionale, ha avuto la possibilità di essere distribuita nelle sale italiane. Allievo della scuola di cinema fondata da Aleksander Sokurov, Balagov si è imposto sulla scena internazionale con un’impronta molto forte e personale, ottenendo il favore della critica.  

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Balagov rievoca in Tesnota fatti realmente accaduti, come sembra voler evincere l’incipit del film. Prendono vita allora i personaggi principali; quello di Ilana, interpretato dalla giovane e talentuosa esordiente Darya Zhovner, e delle persone della sua vita: il padre, la madre, il fratello e il fidanzato. È il 1998 ed Ilana vive a Nalchik, nel Caucaso settentrionale, dove lavora nell’officina del padre e frequenta segretamente un giovane cabardo. La relazione è tenuta segreta a causa dell’appartenenza etnica del giovane uomo, e di quella di Ilana, proveniente da una famiglia ebrea. La comunità ebraica di Nalchik vive in una sorta di isolamento sociale, a seguito dei trascorsi storici di segregazione razziale.  

Ad enfatizzare le tensioni sociali in seno alla città russa, Balagov decide di inserire Tesnota all’interno di un contesto storico: quello del secondo conflitto ceceno. Le cruente ed atroci immagini di repertorio inserite nel film servono a far emergere con maggior vigore il dramma ed il conflitto. Le tensioni socio-politiche, scatenate dalla guerra, fanno da contraltare a quelle emotive scatenate da un evento tragico come può esserlo quello di un rapimento.  

Le tensioni emotive, rimaste sopite nel sostrato della comunità e del nucleo familiare, esplodono quando David, il fratello di Ilana, viene rapito con la fidanzata Lea. La famiglia di Ilana, impotente dinanzi all’accaduto, si affida alla comunità religiosa, decisa a non rivolgersi alla polizia. Sintomatico del processo di (auto-)ghettizzazione tribale che sembra soffocare la giovane protagonista, che in un atto di profonda ribellione sacrifica se stessa.  

Ed è proprio la sensazione di soffocamento che emerge per tutto il film, dotato, come detto, di un’identità molto forte, fin nell’assetto delle inquadrature. Balagov  sembra tentare di ingabbiare la giovane protagonista e chiunque ruoti attorno alla sua sfera personale. Dal bisogno di portare avanti una relazione sentimentale clandestina all’evidenza della sottomissione del ruolo all’interno della famiglia. Ilana vive con insofferenza la sua condizione di giovane donna reclusa alla provincia russa. Vittima dell’incidente che porta la sua famiglia a sacrificare e perdere tutto per pagare il riscatto per liberare il fratello. La giovane donna decide di sottomettersi al sacrificio richiestole, ma secondo le sue regole. Su questo confronto-scontro tra prossimità e distanza gioca l’ambiguità del film. Rappresentata visivamente attraverso la prospettiva da angolature scomode assunte dalla telecamera.  

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Ilana costituisce il cuore pulsante di Tesnota, sulla cui storia personale si delinea un racconto costruito di tensioni emotive taciute. In bilico tra l’amore e l’odio, tra il desiderio di ribellarsi e fuggire e l’istinto di restare legata alla sua famiglia. Proprio sull’implosione di questo conflitto intimo e interiore il film si costituisce come un racconto di formazione. Segnando il passaggio della giovane donna da un’infanzia spensierata ad un’età adulta sofferente. Una maturazione forzata, quasi impostale, per Ilana verso un finale amaro, scritto da Balagov, lontano da un dove al quale non le è più possibile tornare.  

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