Lou Reed – La recensione di Transformer, l’album capolavoro del cantante

Nel 1972 Lou Reed pubblicò uno degli album più classici del rock. Ve lo raccontiamo noi.

Il 1972 è un’annata d’oro per il rock and roll, e per un genere in particolare: il glam rock. Nello stesso anno escono The Slider dei T. Rex, Honky Château di Elton John, e soprattutto Ziggy Stardust di David Bowie. Proprio il futuro duca bianco è una delle menti musicali più attive del decennio, arrivando a collaborare in questo periodo con John Lennon, Iggy Pop e, appunto Lou Reed.

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Transformer, il secondo album di Lou Reed dopo l’uscita dai Velvet Underground, è un capolavoro del genere, anche ma non solo grazie a David Bowie. Nel disco infatti suonano diversi ospiti, primo fra tutti Mick Ronson, influentissimo chitarrista degli Spiders from Mars (la backing band di Bowie appunto durante il periodo Ziggy Stardust). Ronson co-produce l’album assieme a Bowie, e la sua influenza si sente chiaramente in tutte le parti di chitarra e negli arrangiamenti. Mick Ronson, per capirci, è colui che rende Perfect Day quella canzone incredibilmente coinvolgente che tutti conosciamo: vi suona il piano, e ha scritto le orchestrazioni che l’accompagnano. Tra gli altri, nell’album, suona anche Klaus Voorman, musicista del giro dei Beatles.

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Il migliore album, in assoluto, di Lou Reed.

Beninteso, oltre a questi contributi, il genio di Lou Reed rifulge qui chiaro e limpido. Transformer rappresenta, assieme al live Rock ‘n’ Roll Animal, l’apice assoluto della sua attività da solista. Nell’album Reed riesce a ibridare l’eredità proto-punk dei suoi lavori con i Velvet Underground ad un’attitudine completamente glam. Il risultato sono tracce piacevolmente garage, come Vicious, l’apertura, Hangin’ Round, o I’m So Free. Si perpetua lo stile canoro di Bob Dylan, parlato più che cantato, su toni qui bassi e sardonici, dirigendosi nel contempo verso quel semplicismo chitarristico che di lì a poco si ritroverà nei New York Dolls, e che pochi anni dopo darà i natali al punk.

L’altra metà del disco è quella dolce, poetica, bohémien, tipicamente Newyorchese. Stiamo parlando naturalmente di Walk on the Wild Side, Satellite of Love, e Perfect Day. Canzoni perfette, tra le più famose nella musica del secolo scorso. Walk on the Wild Side, in particolare, rappresenta il culmine della capacità narrativa di Lou Reed, nella quale si scorge istintivamente un’ impronta Dylaniana: vengono raccontate storie, storie di persone comuni, perse in un intreccio di vite in una grande città. Il panorama è quella della metrpoli sporca a cavallo tra anni ’60 e ’70, quella che si vede nel film Midnight Cowboy (1969), e che Reed poté vivere nelle Factories di Andy Warhol. Lo spettro stesso di Andy Warhol viene evocato con una canzone apposita, Andy’s Chest.

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Un disco bohémien per eccellenza.

Transformer è un disco piacevolmente urbano, moderno, graffiante, tenero ma in una maniera sottilmente perversa. Come suo solito, Lou Reed insinua, suggerisce, provoca. Le canzoni di Transformer non rappresentano altro che l’ideale prosieguo di quella narrativa dell’emarginazione iniziata con Heroin (1967), proseguita con Sweet Jane (1970), e giunta fin qui. Una narrativa che vive nella strada, in mezzo al sudiciume, tra i personaggi persi e confusi di un romanzo di Kerouac o di una poesia di Ginsberg. Un disco che registra, quasi inconsapevolmente, tutta la decadenza dalla civiltà post-’68, che nella dismissione dei valori si dirige imperturbabile verso l’edonismo disimpegnato degli anni ’80. Lo scopo di Lou Reed è l’abbattimento dei tabù, il perseguimento della libertà (anche, ma non solo, sessuale), l’espressione della propria unicità in un mondo più che mai confuso.

A riassumere tutto questo, la malinconia di Satellite of Love, forse la migliore canzone del disco. Un inno d’amore arrangiato in stile Beatles 1968, una poesia tardo-hippie che parte sempre da vicende quotidiane. La televisione, la globalizzazione: l’impossibilità, constatata con languida rassegnazione, della realizzazione di quel sogno d’amore universale del decennio precedente. Transformer è, in ogni nota, uno dei manifesti musicali, culturali ed artistici degli anni ’70; della fine di un sogno e dell’inizio di un incubo distorto. Lou Reed ne è il cantore, disincantato, ebbro della propria poetica, deciso ad affrontare quanto verrà con canzoni che subito si volgono verso la parte più selvaggia del mondo, quella cioè che prevarrà: “Take a walk on the wild side”.

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Lou Reed – Transformer / Anno di pubblicazione: 1972 / Genere: Glam Rock, Proto-Punk