At Eternity’s Gate: Willem Defoe ha imparato a dipingere come Van Gogh

At Eternity's Gate è il nuovo film con protagonista Willem Defoe. L'attore interpreta Van Gogh e ha raccontato di come ha imparato a dipingere come lui.

At Eyernity's Gate

“Quello che mi è piaciuto del film è che sia la storia di un uomo che impara a vedersi diversamente, attraverso una struttura di eternità” (Willem Defoe)

Willem Defoe è uno degli attori più affermati nel panorama cinematografico odierno. La sua carriera si è distinta per ecletticità e qualità, guadagnando, così, una reputazione da attore polivalente. Numerosissimi i ruoli difficili e complessi, basti ricordare quello di Gesù in L’ultima tentazione di Cristo o il personaggio soprannominato Lui nel contorto horror Antichrist. Defoe ha lavorato con alcuni tra i più importanti registi contemporanei come Lars Von Trier, Paul Schrader e Wes Anderson, solo per citarne alcuni.

Willem Defoe è ora impegnato nell’ultima fatica del regista e pittore Julian Schnabel (The Diving Bell and Butterfly, Basquiat). At Eternity’s Gate ci porta negli ultimi anni di vita di Vincent van Gogh, in cui il pittore è ormai disdegnato dalla maggior parte delle persone che lo circondano., incluso, in una certa misura, il suo amico Paul Gauguin, interpretato nel film da Oscar Isaac. Vincent van Gogh è ritratto come un artista outsider, un uomo che affonda nella depressione e nella follia diventando, però, sempre più prolifico, sempre più convinto che la pittura sia la sua divina vocazione.

At Eternity’s Gate è stato presentato in anteprima al Festival di Venezia, dove Defoe ha vinto la Coppa Volpi come miglior attore.

In un’intervista a Vox, Defoe ha raccontato la sua esperienza sul set ed il rapporto con il grande pittore.

Defoe ha rivelato che è riuscito ad entrare nella testa di Van Gogh grazie ad un’unica azione, vale a dire: dipingere, dipingere, dipingere. L’attore ha poi aggiunto che già in passato ha affrontato l’arte della pittura al fine di immergersi meglio nel ruolo ma non lo ha fatto con la stessa intensità con la quale si è avvicinato al ruolo di Van Gogh.

Lo stile unico ed inimitabile del grande pittore è stato uno degli ostacoli più duri da superare:

“tramite l’aiuto di Julian, ho iniziato a dipingere scarpe. Poi cipressi, poi abbiamo guardato i dipinti di Van Gogh, mi ha insegnato un nuovo modo di guardare, un nuovo modo di vedere, quando non hai ricevuto degli insegnamenti, difficilmente riesci a identificare le cose nei dipinti, siamo ingranati in un modo di pensare che non ci permette di guardare a fondo nelle cose. Ma esprimere qualcosa potrebbe anche voler dire fare un dipinto che non sembra esattamente quello che ‘sembra’. Ecco perché Julian mi ha insegnato a dipingere le luci”.

Questo modo di intendere l’arte del dipingere è stato chiamato da Defoe psicologia dell’esperienza. Secondo l’attore ciò porta a:

“vedere le cose in modo chiaro. È molto istruttivo quando van Gogh dice: ‘Io non invento questi dipinti, sono cose che già esistono in natura, io devo solo liberarle’. Questo per me è molto profondo. Per riuscire ad esprimerlo in un film, in un modo non-didattico, attraverso l’azione è una cosa molto bella. Il mio amico Richard Formena cita …non ricordo chi citi quando dice questa cosa, ma dice: ‘le storie nascondono la verità’ io credo ci sia un fondo di verità in questo. Vincent van Gogh diceva una cosa del genere a proposito The Sower, un dipinto di Jean-Francois Millet che lui ammirava molto ‘c’è più potere, più verità, più anima che in ogni semina nei campi’”.

I risultati, come ovvio che sia, non sono al livello di quelli del grande pittore, ma dipingere aveva ben altri propositi:

“Dipingevo per fare pratica, quindi mi allenavo sui dipinti che avrei dipinto nel film. Non sono sempre stati fatti al fine di sembrare uguali agli originali, molti sono stati dipinti per arredare il set, visto che Van Gogh viveva in mezzo ai suoi dipinti. Era una cosa molto bella da vedere. C’era un’intera squadra di persone che forgiava il set in questo modo. Quando Julian li vedeva poi valutava la loro somiglianza con gli originali, diceva “è una buona copia, ma è morta” e poi iniziava ad aggiungervi dei tratti e improvvisamente il dipinto prendeva vita. Magari somigliava meno all’originale, ma era più vivo. Questo processo non dimostrava solo quanto valesse Julian come artista, ma mi insegnava anche l’importanza dei singoli tratti. Strategie, abbaandonare le strategie, imparare la tecnica e poi abbandonarla, tutte queste cose… era un modo per capire in maniera più concreta cosa stessi dipingendo”.

Defoe si è poi soffermato sul valore del film e la vita sul set:

“molto del testo di At Eternity’s Gate è inventato, alcune parti invece vengono dalle lettere di Vincent. Era un bell’ambiente per me. E poi, naturalmente, potevo dipingere. E avevo meravigliose conversazioni con gli attori che erano molto disponibili. Era un posto bellissimo, stupende conversazioni, immersi nella natura a dipingere. Queste erano le mie attività durante le riprese. Quindi non penso all’interpretazione, all’espressione o a decidere chi Van Gogh fosse o non fosse. Non sto nemmeno pensando a Van Gogh. Ma sto prendendo alcune cose della sua vita per creare qualcosa. Per esprimere un lavoro artistico, è necessario un altro lavoro artistico”.

Proprio per tutti questi motivi, Defoe ha indicato Schnabel come il motore dell’intero film, l’anima di At Eternity’s Gate:

“è stato grandioso e spaventoso, perché io ero la sua creatura, io ero il suo Van Gogh, sono stato l’intermediario tra il regista e la sua creazione. È un bel posto in cui stare”.

That’s entertainment! direbbe Jake LaMotta.

Cosa ne pensate? E, soprattutto, cosa vi aspettate da At Eternity’s Gate? Vi ricordiamo che potrete andare al cinema a vederlo dal 3 gennaio.

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