Il processo di popizzazione dell’hip-hop – Hip Pop di Luca Roncoroni

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Pubblicato da Arcana Edizioni a giugno 2018, Hip Pop è un viaggio trasversale nel mondo dell’hip-hop dalle origini ad oggi, per comprendere come e perché sia diventato il genere generazionale per eccellenza del Terzo Millennio.

Il crossover e il rap-rock, Eminem, Kanye West e Kendrick Lamar, passando poi per la trap, il grime e infine il rap letterario. Abbiamo intervistato per voi l’autore del libro, Luca Roncoroni.

Buongiorno Luca. Comincia col dirci come è nata l’idea di Hip Pop e dacci un buon motivo per cui dovremmo comprare il tuo libro.

L’idea di Hip Pop è nata da quella che è l’idea suggerita dal titolo, cioè: affrontare la storia dell’hip-hop degli ultimi anni, non con un approccio enciclopedico, ma da una prospettiva inedita. Il libro muove dalla prospettiva di voler raccontare per tappe il processo di “popizzazione” dell’hip-hop.

Un genere musicale che nasce assolutamente non pop, ma che negli ultimi anni lo è diventato.

Nel libro cerco di spiegare come si sia arrivati al punto in cui l’hip-hop, di fatto, sia il genere musicale dominante, più ascoltato dai giovani e in heavy rotation su tutti i canali, focalizzando l’attenzione su etichette, artisti e movimenti che hanno portato all’affermazione del genere oltre il bacino di origine.

Dunque in cosa Hip Pop è diverso dagli altri manuali/saggi sul genere?

E’ diverso perché non è la classica storia dell’hip-hop, in cui si sviluppano i vari filoni. Per quello servirebbe:

A. un libro molto più lungo del mio;

B. sono tentativi fatti da persone anche più autorevoli di me, ma restano opere omnie, poco calzanti, proprio perché l’hip-hop è un movimento troppo ampio.

Nel mio libro ho cercato di concentrarmi su quest’ottica di popizzazione, lasciando volutamente fuori cose che avrei potuto inserire tranquillamente. Limitando il campo è venuto fuori un risultato più sintetico.

Nell’incipit del tuo libro fai un’affermazione piuttosto forte: “C’era una volta il rock, poi è morto, silenziosamente e senza proclami”. Spiegati meglio.

La frase è volutamente provocatoria, nel senso che il rock è morto è una frase che negli ultimi anni si è sentita dire parecchio, spesso anche a sproposito. Non è morto come genere in sé, perché negli ultimi anni non sono mancati dischi più che validi. La mia affermazione è riferita più che altro al fatto che il rock è morto come controcultura giovanile.

Se ti interfacciassi con un adolescente di oggi, difficilmente ti nominerebbe un gruppo rock tra i suoi ascolti principali o tra i suoi idoli. Quando invece penso alla mia generazione – si parla di 10/15 anni fa – questa cosa succedeva.

Se ai tempi mi avessero chiesto quali fossero i miei artisti preferiti di sicuro non avrei nominato un artista rap.

Questo è quello che ci arriva dalla cultura “dominante”, cioè dai maggiori canali di informazione: una volta era la tv, quindi MTV, adesso i video suggeriti da Youtube. Oggi è l’hip-hop che passa in maggior misura e che viene recepito di più dai giovani. Quindi secondo me il rock è morto in quel senso lì, cioè non è più in grado come una volta di farsi vettore di tutta una serie di istanze tipicamente giovanili di ribellione.

Parli di Year of the Guru (1968) degli Animals come primo casuale incontro tra due mondi apparentemente lontani. C’è chi invece sostiene che il primo esempio di proto hip-hop, o almeno di un rozzo ed embrionale tentativo di scratching fosse “Are You Experienced” (1967) di Jimi Hendrix.

In realtà se scavi ancora più a fondo trovi i primi esempi di rapping già negli anni ’30 o ’40. Conformazioni jazz o swing dove il cantante di turno improvvisava un canto più vicino al parlato che al cantato, e che utilizzava cadenze ritmiche in 4/4 o tempi più complessi che sembravano accenni di rap. Chiaramente si parla di tentativi molto embrionali, ma che sicuramente c’erano.

Anche Jimi Hendrix, con tutte le sperimentazioni fatte nel primo disco, ma anche in Electric Ladyland. C’è qualche sonorità che sembra uno scratch, e che sembra una manipolazione del vinile sulla puntina. Insomma, qualche suono che rimanda alle condizioni che poi saranno canonizzate come hip-hop di lì ad una decina d’anni, più o meno. Sicuramente la musica afroamericana come calderone a compartimenti comunicanti è sempre stata abbastanza trasversale ed osmotica. Lo stesso Hendrix pescava dal blues, qualcosina anche dal jazz, dall’hard rock e metteva tutto insieme. La musica nera è un po’ il maiale della cultura: non si butta via niente! Perdonami la metafora non proprio elegante (ride).

Grazie al tuo libro ho scoperto che la chitarra presente in (You Gotta) Fight for Your Right (to Party) è quella di Kerry King degli Slayer. L’iniziale diffusione dell’hip-hop si ebbe quindi proprio grazie alla contaminazione con il genere rock. Cosa rispondi a chi pensa ci sia ancora un confine invalicabile e definito tra i due generi?

Penso che il confine sia saltato proprio nel momento in cui l’hip-hop ha cominciato a diventare mainstream. Come cerco di spiegare nel capitolo, rock e hip-hop si sono serviti –  anche un pochino opportunisticamente – l’uno l’altro per darsi una mano in un momento in cui il rock attraversava un periodo di stanca e fiacchezza e l’hip-hop, viceversa, stava definitivamente sorgendo dal suo circolo ristretto iniziale. In quel periodo storico, in cui si facevano i dischi hip-hop con le chitarre e i dischi rock con delle parti cantate più o meno prelevate dall’hip-hop come ritmiche e cadenze, i due generi si aiutavano a vicenda.

L’esempio dei Beastie Boys è abbastanza indicativo di come degli artisti rap chiamassero un chitarrista trash metal e avessero a loro volta un background un po’ più punk. Come dicevo prima, il fatto del maiale e dell’osmosi dei vari generi è qualcosa che non si estende solo alla musica nera, ma chiaramente a tutti i generi. A me non piace ragionare a compartimenti stagni. Va bene catalogare, va bene dare etichette, ma poi la musica è una. Cose che si trovano da una parte vengono riprese, ripescate e ricollocate in un altro genere, e va benissimo così. Altrimenti non nascerebbe mai nulla di nuovo.

Perché pensi che l’hip-hop, da te definito come “il trend musicale più importante del terzo millennio”, abbia più potere comunicativo di qualsiasi altro genere ad oggi?

Mah… è una domanda tosta questa (ride). Ci sono tutta una serie di motivi: la realtà odierna è sicuramente molto complessa. Non che quella di quando il rock era il genere principale non lo fosse. Però quello che cerco di dire nel libro è che l’hip-hop, secondo me, è il genere che più di tutti è in grado di rappresentare l’oggi con le sue contraddizioni.

Vuoi perché, banalmente, sfrutta testi in cui stanno molte più parole – perché è la struttura del genere che lo consente – e si possono dire molte più cose. Vuoi perché è il genere musicale più recente, più fresco, di una comunità che negli ultimi anni è stata al centro di tante tensioni politiche, razziali e socio-economiche negli Stati Uniti, che sono la matrice culturale di tutto quello che ci arriva anche qui. Insomma, viviamo nella globalizzazione, ma di fatto siamo ancora tutti americani com’era 30 anni fa. Tutto quello che è cultura dominante arriva dagli Stati Uniti.

In più aggiungerei un fisiologico susseguirsi di mode, nel senso che il rock sicuramente è stata la rivoluzione musicale più importante per decenni. Una vita utile di così tanti anni prima o poi si esaurisce. Tutti i generi musicali, bene o male, sono delle mode. E come tutte le mode, hanno una fase ascendente, un apice e poi, un declino.

Parliamo della trap, sottoposta ad una disamina interessante all’interno del tuo libro. La frase che mi ha colpito di più è quando, riferendoti alla Dark Polo Gang, dici che “riescono benissimo a comunicare che non c’è nulla da comunicare”. Se per te la Dark Polo Gang rappresenta il grado zero della poetica, qual è la tua opinione su Young Signorino, che si spinge addirittura oltre la gabbia stilistica della trap?

Con Young Signorino faccio un po’ fatica. La Dark Polo Gang, con tutti i limiti del progetto – teorici ma anche formali – a me non dispiace. Mi divertono! L’ultimo disco, Trap Lovers, mi sta piacendo parecchio, in tanti punti mi diverte genuinamente e ci ho ritrovato cose che non mi aspettavo di ritrovare. Pensavo che avessero esaurito già le loro possibilità nel primo mixtape di Pyrex, invece qua mi hanno piacevolmente colpito. La prima traccia è quella più introspettiva, dove si parla un po’ del lato oscuro del successo; in realtà non è una volontà di cambiamento, ma piuttosto un attestato di consapevolezza.

A dire: “abbiamo raggiunto il successo, perché cambiare ora?”. Infatti i pezzi successive sono le solite “sbragate” autoreferenziali dove si parla di soldi, troie e… di droga no, la droga non c’è più. I temi non sono poi tanti, ma ne parlano con delle trovate che trovo ancora divertenti. Con Young Signorino faccio più fatica, perché è talmente spinta all’estremo questa radicalità dell’approccio che non riesco a trovarlo interessante. Se non forse dal punto di vista puramente teorico. Riduci tutto all’osso.. e poi? Tiri via il vestito e sotto non c’è niente.

Suggerisci 3 dischi agli ascoltatori de LaScimmiaPensa.

Di getto, ti direi un qualsiasi disco della trilogia dei Brockhampton:

Mi è piaciuto tanto anche Kanye West insieme a Kid Cudi:

A livello di hip-hop italiano Ernia. Anche il disco di Merio, Pezzi di Merio, è una trap abbastanza variegata.

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