Saghe Mentali: rileggere Caparezza – Recensione del suo libro

Dopo 10 anni torna in tutte le librerie "Saghe mentali", con cui Caparezza si racconta attraverso le traiettorie dei suoi primi quattro album.

Caparezza

Non una biografia, né un romanzo o una raccolta di saggi.

“Con il passare degli anni, tra le classiche domande che di solito mi rivolgono, fece capolino questa: Capa, non si trova più il tuo libro, perché non lo ristampi?. Saghe mentali aveva esaurito le copie, lo si poteva comprare solo su e-Bay e costava più del libro di Kells. Poi, qualche mese fa, durante un firmacopie di Prisoner 709, album in cui il 7 e il 9 sono numeri dominanti, una ragazza mi chiese come mai sulla biografia del libro avessi inserito la data del mio decesso. Le risposi che quella era una biografia surreale e per esagerarla mi ero inventato l’anno della mia dipartita: 2052. La ragazza mi fece notare allora che nel 2052 avrei avuto 79 anni. Rimasi sbigottito”.

Così Caparezza, nella nuova introduzione a Saghe mentali, congiunge il suo presente e il suo passato. Il suo ultimo lavoro discografico, Prisoner 709, è un progetto ambizioso in cui si è raccontato come mai prima d’ora, indagando il rapporto tra la sua vita e la sua arte; allo stesso modo questo bizzarro libro cerca di ricostruire la genesi e lo sviluppo di Caparezza, già Mikimix, a partire dalla sua vita e dalle sue idee.

Saghe mentali è un’opera in cui si accumulano diversi generi letterari, supportati da trovate grafiche accattivanti e coerenti. Sempre nell’introduzione però, Caparezza ci tiene a spiegare le intenzioni di questo libro, suo primo e unico esperimento editoriale:

“Mi misi al lavoro e mi fu subito chiaro un concetto: la musica è come un origami, se la spieghi diventa un foglio. […] In pratica non volevo passare per l’artista puntiglioso, che bacchetta gli ascoltatori col piglio da professorino, e allora decisi che dovevo parlare d’altro”.

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Saghe mentali non è una guida alle opere di Caparezza, ma una raccolta di suggestioni, racconti e immagini.

Prendendo spunto dai suoi primi 4 dischi, veniamo portati alla scoperta del mondo interiore di Capa, e di quello esteriore che l’ha influenzato e formato.

Il primo tomo è dedicato quindi a ?!, vero album di esordio di Michele Salvemini come Caparezza. Quale migliore occasione per scrivere un finto diario del giovane Michele? Dal periodo milanese al tonfo Sanremese, Caparezza ci racconta tutto il percorso fatto di incontri, riflessioni e occasioni, che l’ha portato alle tracce di ?!. Il diario per Capa non è solo l’occasione di intraprendere un resoconto introspettivo della propria vita e del proprio esordio, ma anche per fornirci un giornale di bordo che ci conduce tra i suoi acerbi primi testi.

Così per tracce come Mea culpa, nato nel segno del rifiuto delle sue prime esperienze. O Il conflitto, che prende spunto dall’episodio autobiografico del servizio militare. Nascono anche brani come Fuck the violenza, nel quale Capa esprime la sua ammirazione per Gandhi e le sue idee, o Ti clonerò, dove si schiera contro la pirateria musicale. Oltre alle cronache di vita abbiamo quindi anche quel magma di idee che ribollono nel primo Caparezza, nate nel solco del rifiuto dei modelli sociali della contemporaneità.

I due filoni principali della produzione di Capa, quello introspettivo e quello dissacratorio, nascono entrambi dalla sua esperienza di vita.

Saghe mentali diventa quindi l’occasione di rileggere il vecchio e il nuovo Caparezza sotto una luce più attenta. I suoi due ultimi lavori, Museica Prisoner 709, possono essere considerati le vette dei due tronconi che prendono forma in ?!.

Così, ad esempio, ritroviamo il carattere sedativo della scrittura di China town in alcune pagine intime dedicate alla spiegazione di Chi cazzo me lo. Oppure, il problema della fruizione musicale di Ti clonerò, ripreso anni dopo nella title track di Prisoner 709.

Tutto ciò avviene con una prosa confidenziale e accessibile, arricchita da foto di repertorio che ci fanno entrare in intimità con il libro e con il racconto che Capa fa di sé stesso. Linguaggio che si arricchisce nel tono fiabesco del secondo tomo, nel quale gli episodi reali della sua vita vengono sostituiti da racconti fantastici che fungono da specchio della canzone che introducono.

I protagonisti di queste storie sono personaggi vivi ma spesso grotteschi e assurdi, destinati alla tragedia, simboli e metafore della realtà bersagliata dal rapper. Così Caparezza crea, per ogni traccia di Verità supposte, una “fiaba senza fronzoli”, ma anche senza lieto fine.

Magnifica è, ad esempio, la fiaba che nasce da Vengo dalla luna.

Riesce a creare delle corrispondenze perfette con la realtà odierna, quasi profetizzata quindi nel 2008, quando il libro è stato scritto. La realtà del complesso problema dell’immigrazione, fatto di campagne imperialistiche ed eurocentriche nel passato e di tragedie nel mare e razzismo nel presente, trasfigurata in un mito spaziale. Gli alieni Ganymeds sono costretti a lasciare il loro pianeta, per via del conflitto con Europa, satellite di Giove, che sta cercando di rubare tutte le loro risorse di gas energetico.

Sfuggiti arrivano in prossimità della Terra, dove captano il segnale RAI che trasmette Affari tuoi: attratti dalla speranza di ricchezza decidono di dirigersi verso l’Italia, ma la navicella precipita nel Mediterraneo. Recuperati dai militari, un imprenditore offre loro un lavoro nella sua fabbrica di scarpe, dove possono mettere all’opera le loro 10 braccia. Il lavoro però è svolto in condizioni disumane persino per degli alieni, che finiscono infine in prigione per aver protestato. Lì però finalmente possono almeno guardare Affari tuoi.

Caparezza muore nella conclusione di Verità supposte e il suo funerale avviene all’inizio di Habemus Capa, da lui stesso definito “l’album del suicidio“. Capa osserva tanti personaggi diversi, come Dante Alighieri nel suo viaggio spirituale accompagnato da Virgilio. Habemus Capa diventa quindi la personalissima Divina Commedia del rapper, in cui il cantante si eclissa per lasciare spazio al Dottor Gutzemberg, che appronta un commentario ricco e preciso dell’opera.

In questo modo Caparezza non tradisce le sue intenzioni iniziali e non spiega la sua musica.

Si limita ad osservare i gironi infernali che crea intorno a politici e politicanti in maniera impersonale. E tutto attraverso il suo rimare che si fa più pungente e complesso, quasi poetico. I testi infatti vengono impaginati come canti della Commedia e ognuno di essi è accompagnato da una magnifica incisione in bianco e nero. Le incisioni  rappresentano Caparezza, in vesti dantesche, a scrutare i mostri che decanta. Già solo queste illustrazioni varrebbero l’acquisto del libro.

Ma se Habemus Capa ha avuto necessità di un vero e proprio commentario, l’ultimo tomo del libro si spoglia di ogni guida o spiegazione. La musica diventa essa stessa racconto, “fonoromanzo”, mutuando la definizione dello stesso Caparezza.

Poche righe si inframmezzano alle tracce de Le dimensioni del mio caos, a completare le vicissitudini di Capa, Ilaria, Luigi Delle Bicocche e gli altri personaggi che nascono dal vortice spazio-temporale creato da Caparezza spaccando la sua Stratocaster contro gli amplificatori.

Dalle confessioni giovanili alla poesia, Caparezza ci racconta il percorso tortuoso dei suoi primi 4 album come solo lui avrebbe potuto fare. Rileggerlo oggi ci permette di riascoltarli con una consapevolezza diversa, ma anche con più ironia o tristezza. Il rapper non vuole avere segreti con i suoi lettori, non nasconde nessuna carta. Tramite tanti espedienti narrativi trova il modo di rendersi originale e vero, creando un qualcosa che si legge con facilità e passione. Il passato di Caparezza si ricongiunge ai suoi ultimi lavori tramite la ripubblicazione di questo volumetto prezioso. Cosa che ci permette di interpretare il suo percorso unitario in una maniera sempre nuova.

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