Jean Reno: volevo che Léon sembrasse un po’ ritardato ed emotivamente represso

jean reno

“Ho interpretato Léon cercando di farlo apparire come un po’ lento mentalmente ed emotivamente represso”

In una vecchia intervista Jean Reno rivelava uno dei segreti della sua interpretazione del serial killer Léon, personaggio divenuto decisamente cult grazie all’apparizione nell’omonimo film scritto e diretto da Luc Besson.

Nella storia, ambientata a Little Italy, nasce un rapporto a dir poco bizzarro tra una giovane orfana la cui famiglia è stata trucidata, Mathilda (interpretata dall’allora dodicenne Natalie Portman), e un burbero serial killer di nome appunto Léon, che decide di adottarla ed addestrarla per poter perpetrare la sua vendetta. In realtà Léon desidera per lei un futuro del tutto diverso e presto si fa spazio dentro di lui un sentimento profondamente paterno nei confronti della piccola Mathilda.

Uno dei segreti del successo del film fu la messa in scena del delicato rapporto tra i due. Mathilda si sente già una donna e ama provocare e mettere in difficoltà Léon. Il serial killer dal canto suo è affascinato dal carattere deciso, maturo e travolgente della bambina, ma senza provare mai un’attrazione fisica nei suoi confronti. Celebre in questo senso la scena dei travestimenti in cui Mathilda sfodera una sensualità a dir poco imbarazzante, trattandosi di una bambina (Natalie Portman dimostrava in questo una padronanza recitativa assolutamente straordinaria già all’età). E invece è proprio Mathilda, che per una logica freudiana, si innamora, o crede di innamorarsi, di Léon, arrivando a dichiararsi ed indispettirsi per il suo rifiuto.

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Per riuscire nell’intento di descrivere questo delicato e complicatissimo rapporto tra la piccola Mathilda e Léon, Jean Reno dichiarò in un’intervista di aver deciso di puntare su di un personaggio un po’ tardo ed emotivamente represso. Disse che questo avrebbe aiutato lo spettatore a sentirsi a proprio agio e a non pensare mai di essere di fronte ad un uomo adulto che si approfittava di una ragazzina indifesa. Reno sosteneva che per Léon l’idea di una relazione fisica con Mathilda non era neanche concepibile e per questo durante le scene in cui tale relazione era paventata lasciava il totale controllo emotivo alla Portman.

Strategia egregia e tecnica perfetta, verrebbe da dire, con il film che restituisce l’idea di un Léon da un lato cinico e spietato serial killer, altamente efficace nel proprio mestiere, dall’altro un Léon con evidente problematiche nelle relazioni interpersonali, tanto da diventare vittima del controllo emotivo della piccola Mathilda, essendo in balìa delle sue attenzioni, ma non perché provi attrazione nei suoi confronti, bensì perché non era abituato a ricevere affetto da qualcuno.

Léon di Besson resta un’egregia pellicola anche per questo. Al netto della spettacolarità e del ritmo eccezionale, che regala scene d’azione alternate a dramma con un perfetto bilanciamento delle dosi, quello che esalta davvero il film è la delicatezza con cui il trio Besson-Reno-Portman disegna il delicato rapporto tra i due protagonisti ballando tra temi come psicologia, amore e morte.

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