Musica e film – Full Metal Jacket

L’ascolto di una delle pellicole più iconiche della storia del cinema.

Il film Full Metal Jacket di Stanley Kubrick è una sottile parodia dell’esercito americano. Della mascolinità, della virilità, dei regolamenti ipocriti e distruttivi. Della spersonalizzazione che fa da ideologia base al corpo dei marine.

Tanto sottile è questa parodia che ancora oggi molti non la colgono, prendendo sul serio per esempio i discorsi del maggiore Hartman (“Qui tu non riderai, tu non piangerai…”). E sul serio prendono i suoi insegnamenti, nonostante poi questi gli si rivolgano palesemente contro.

Come in ogni film di Stanley Kubrick, anche in Full Metal Jacket la musica gioca un ruolo chiave. In questo caso, quello di dare maggiore valore alla componente satirica. Come già in Arancia Meccanica, le canzoni sono associate ad immagini con cui c’entrano poco. Così si crea un contrasto narrativo, fatto di ossimori visivi.

Già va notato il fatto, in partenza, che Full Metal Jacket è l’unico film di Kubrick a fare ampio utilizzo di musica pop e rock (con la sola possibile eccezione di Lolita, 1962). Ciò non è dovuto tanto all’idea di una contestualizzazione storica più precisa, come nell’altro grande film sul Vietnam, e cioè Apocalypse Now (Francis Ford Coppola, 1979).

Ma l’idea, piuttosto radicale, è proprio quella di identificare l’apparato industriale musicale anglo-americano con l’apparato militare.

Entrambi sono strumenti imperialisti, il primo culturale, l’altro politico. Ma poichè Kubrick non è Che Guevara, non afferma direttamente questo concetto. Come è il suo stile, si limita a suggerirlo, inserendo le canzoni in modo da farle sembrare accompagnamenti casuali. Cosa che naturalmente non sono.

Ogni canzone trova una collocazione precisa, accuratamente studiata, nel film. Così la prima che sentiamo è Hello Vietnam. Un pezzo country pro-guerra (sì, esistevano canzoni a favore della guerra in Vietnam) del 1965, scritta da Tom T. Hall e cantata da Johnnie Wright.

La canzone accompagna i momenti in cui i capelli dei futuri soldati vengono rasati, la fase uno del processo di spersonalizzazione e omologazione all’esercito. La musica country, com’è noto, è in America particolarmente legata agli ambienti repubblicani, conservatori e militaristi, e perciò l’associazione è perfettamente appropriata.

Successivamente veniamo introdotti in Vietnam da These Boots Are Made for Walkin’, famoso successo di Nancy Sinatra scritto da Lee Hazlewood, del 1966.

La canzone è una sorta di inno femminista, nel cui testo la cantante si “vendica” di un uomo che non la rispetta. Lo fa, letteralmente, “camminandogli sopra” (“One of these days these boots are gonna walk all over you”). Il senso viene esasperato allorchè la prima cosa del Vietnam che vediamo nel film è la camminata della prostituta che di lì a poco si offrirà a Joker e Rafterman.

La femminilità viene rappresentata come potere, necessariamente sessuale, da contrapporre al potere fallico dell’esercito e dei loro fucili (“voglio che diate ai vostri fucili nomi di ragazze…”). E non è un caso che, di tre personaggi femminili del film, due siano prostitute, e la terza sia il cecchino che mette alla prova i marine nella lunga sequenza finale.

These Boots Are Made for Walkin’ anticipa come la femminilità, che esula dalla logica mascolina dei marines, possa distruggere l’esercito americano e causare la sconfitta degli yankees. Basti pensare a quanti di loro, stupidamente, cadono sotto i colpi del cecchino solo per inseguire il proprio virile cameratismo.

Questi sono alcuni esempi significativi.

Su significati simili si piazzano la famosa Surfin’ Bird dei Trashmen, pezzo surf per eccellenza del 1963, che viene associata ai momenti di “relax” post-attacco. Woolly Bully, di Sam the Sham & Pharaohs, che accompagna il ritrovo di Joker e Cowboy e disegna un clima da festa collegiale (“Vuoi fare una foto al mio amico? Oggi è il suo compleanno”). Chapel of Love delle Dixie Cups, che ancora commenta i virili commenti e battute da spogliatoio dei militi, precedenti all’offensiva del Tet.

Finezza conclusiva, la marcetta di Topolino (Mickey Mouse March, 1955), viene cantata anche orgogliosamente dai soldati alla fine del film, mentre essi se ne vanno tra le rovine fumanti.

“Who’s the leader of the Club that’s made for you and me? M-I-C– K-E-Y– M-O-U-S-E”.

Il “club” in questione è chiaramente quello dei marines, che stando a quanto abbiamo visto nel film non andrebbe preso con più serietà che lo stesso club di Topolino per il quale la canzone venne composta. Inoltre, non c’è bisogno di ricordare come Topolino (e quindi, per sineddoche, la Disney) rappresenti un’altro dei simboli dell’imperialismo culturale americano.

A chiudere il tutto, Paint It Black dei Rolling Stones (1966). Oltre a fornire un commento testuale sulla fine della guerra (date le premesse: il nero è naturalmente la morte), la canzone costituisce anche un commento visivo. Accompagna i titoli di coda, che scorrono, appunto, su sfondo nero.

La parodia di Kubrick è allora un connubio di immagini, suoni e musica, sottilmente intrecciati.