Il Petroliere – Recensione del film di Paul Thomas Anderson

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2020

Il Petroliere 

Daniel: Sei uno arrabbiato tu, Henry? […] Sei invidioso? Conosci l’invidia? […] Io sento la competizione in me. Io non voglio che altri riescano. Odio la maggior parte della gente, io. […] Alcune volte io guardo le persone e non ci trovo niente di attraente. Voglio guadagnare così tanto da poter stare lontano da tutti.  

Un personaggio estremamente negativo quello di Daniel Plainview. Un uomo corroso dall’odio, dall’invidia e dall’avidità. La sua brama di conquista lo ha reso un individuo privo di legami ed affetti. Se n’è privato volontariamente, nel momento stesso in cui quei rapporti sono diventati un ostacolo per la volontà di soddisfarre il suo desiderio. L’avidità e la sete di potere lo hanno plasmato, rendendolo un uomo arrabbiato; in lotta con il mondo e con sé stesso. Un misantropo che identifica in ogni altro uomo un rivale, un competitore.

Il dialogo sopra riportato esprime pienamente la sua vera natura.

L’essenza di un uomo maligno manifestatasi, palesemente, nel momento stesso di enunciazione del medesimo dialogo. Plainview si cela, indossa una maschera per perpetrare la propria causa. Ipocrita, si vende come padre di famiglia, uomo religioso, pioniere del progresso economico americano, ma nel profondo dell’animo cova il suo rancore e la sua ira. Spietato, è disposto a spazzare via chiunque intralci il suo cammino, che sia un antagonista o meno.

Il petroliereIl regista scava a piene mani nei reconditi abissi dell’animo di un uomo perfido, strappando dal suo petto un odio viscerale, lasciando che emerga e prenda forma sullo schermo. Allo stesso modo in cui Daniel Pleinview scava la terra, strappandone le ricchezze sepolte. Una rabbia che tutto inghiotte, fino ad imporre il suo controllo sulla vita e le azioni dell’individuo, mosso ormai dall’ira che si fa paranoia. Il petrolio, che con forza emerge e sgorga, bagnando e ottenebrando il suolo attorno, si fa metafora della catarsi emotiva. L’oro nero che tutto macchia e tutto corrompe.

Dalla penna di Upton Sinclair, “Petrolio”. Romanzo dal quale Paul Thomas Anderson trae il soggetto per la sua opera cinematografica più imponente e pura. La vastità del paesaggio, di un atipico ovest ormai sula strada della modernità, esprime l’isolamento emotivo del protagonista. Un spazio vuoto nel quale, solitario, Plainview si muove. Diventa un luogo riflessivo, di contemplazione della propria corsa al successo personale.

il petroliere Uno spaccato di storia americana, ora messa in scena ne Il petroliere.

Con il suo cinema Anderson decide di raccontare, ribaltandolo, il falso mito del sogno americano. Un cinema che mette a nudo la società statunitense, rivelandone i vizi, il cinismo e la falsa morale. Anderson, in questo senso, potrebbe essere considerato un regista anti-americano, o meglio contro-americano. Di contro la tendenza pomposamente patriottica del cinema hollywoodiano dell’autocelebrazione della propria storia, allo scopo di vendere un’immagine di sé irreale. Egli palesa allo spettatore l’inganno di un falso storico. Nella filmografia del regista, prende forma una nazione costruita sull’avidità, l’opportunismo e la menzogna. Anderson ne svela gli intrighi e il marcio. Mette in scena e racconta momenti significativi di fondazione dell’impero socio-culturale ed economico “America”.

 E’ questo il caso de Il petroliere 

La macchina da presa volge ora lo sguardo ad un passato non troppo lontano, proiettando sullo schermo la visione delle origini delle oligarchie economiche americane. Plainview diventa il simbolo di una frangia di imprenditori disposti a pagare ogni prezzo per soddisfare la propria brama di dominio; uomini corrotti e manipolatori. Così Plainview inganna e mente, facendosi beffa dell’ignoranza di comunità rurali e promettendo loro ricchezze e progresso, di cui in realtà sarà il solo beneficiario. La pellicola contiene un’opera critica di cruda e amara satira sul capitalismo sfrenato e spietato dei padri fondatori di una nazione, che conquistarono l’ovest col sangue.

Daniel Day-Lewis, figura istrionica, si muove sulla scena imponendo agli altri interpreti la sua presenza fisica. Protagonista di quasi la totalità delle inquadrature. Attore dal talento straordinario, capace di immedesimarsi con una volontà ossessiva nei suoi personaggi, fino ad assumerne realmente la personalità e corporeità.

il petroliere La macchina da presa lo segue e ne mostra, secondo un spirale ascendente, la catarsi emotiva. Lo sguardo di Anderson, inizialmente, ne mostra una visione condivisa dai personaggi a lui rapportati, mascherandolo, così come egli si maschera e si vende. Solo in un secondo momento il regista svelerà allo spettatore la natura autentica del personaggio di Plainview. Un’essenza che esplode, inaspettata, e fluisce con la forza di un fiume in piena tutta la rabbia e l’odio. Troviamo così, parallelamente ad una spirale di ascesa politco-economica, una complementare discesa etico-morale. Il petrolio lo arricchisce finanziariamente, ma gli svuota l’animo, finendo per ottenebrare anche il suo cuore e la sua coscienza. Fino al raggiungimento del pathos massimo, sfociato nella simbolica sconfitta finale di Plainview.

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