Elephant di Gus Van Sant – Il realismo nell’era digitale

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Il digitale nasce come innovamento dell’atteggiamento percettivo nella produzione audiovisiva. Un nuovo sistema di compressione che diventa fin da subito questione estetica: il passaggio dalla pellicola al bit ha reso l’immagine cinematografica più duttile e plasmabile ai più svariati effetti di composing e motivo del boom delle industrie dei videogames e dalle grandi factories degli special effects che propinano forme di digitale sempre più evolute.
Ci proponiamo in questo caso di analizzare la pellicola Elephant di Gus Van Sant, da sempre attratto dall’universo adolescenziale e sul rapporto tra questo e i nuovi media.

Quest’opera mette in evidenza le nuove possibilità narrative del cinema contemporaneo contagiato dai sistemi ipertestuali, i videogame e i new media.
Elephant (USA, 2003) è il secondo capitolo dell’unica trilogia di Van Sant, insieme al
primo Gerry (USA, 2002) e conclusivamente a Last Days (USA, 2005) e che ha come tematica la morte e gli ultimi giorni di vita dei suoi protagonisti.
Qualificato come lungometraggio “gelido”, “congelato”, che ripropone in maniera fedele i tragici eventi del Massacro della Columbine High School il 20 aprile del 1999.
L’atto dello spettatore si limita alla mera fruizione della narrazione fenomenologica: Van Sant lascia da parte qualsiasi indizio e si limita a mostrare lo scorrere delle immagini e del tempo stesso. I personaggi esibiscono una psicologia e personalità lievemente tracciata che sfocia nel delirio più totale ma con la stessa naturalezza e lucidità con la quale eseguono Fur Elise di Beethoven al pianoforte (la scena viene mostrata attraverso un piano sequenza girato meticolosamente con una Steadycam).

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Il dispotismo del piano sequenza probabilmente ispirato dalla tradizione di un certo cinema europeo, quello di Béla Tarr e di Ackerman. Van Sant, a suo dire, rimase scioccato nel vedere le sette ore di Sátántangó (Ungheria, Germania, Svizzera, 1994) e di come i suoi personaggi interagissero tra di loro e come grazie ai piani sequenza riuscissero a trasmettere lo scorrere del tempo.
Elephant si avvale di una narrazione aperta e ciclica dentro un’ordinamento “a spirale” degli spazi e dei contenuti del sistema ipertestuale, mentre alcune soggettive e semi-soggettive dei personaggi principali ci propongono le dinamiche visive visualizzate dai motori grafici dei principali First Persone Shooter americani, come Doom e Quake sviluppati dalla Id.Software e Unreal della GT.Interactive.

Anche la ricerca foucaultiana (che troviamo nel suo scritto “Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al College de France”) si orienta nel concertare come queste tecniche di sicurezza e di controllo introdotte dai sistemi politici interagiscano con lo spazio e la demografia di una città.
Le telecamere a circuito chiuso installate all’interno della Columbine High School sono le prime testimoni della carneficina compiuta da Eric Harris e Dylan Kleebold, immagini reali e violente, scaricabili dal web. Materiale rintracciato da Van Sant per impostare lo spazio diegetico: i corridoi e i locali principalmente.

In Elephant, Van Sant mette a fuoco unicamente il punto di vista dei vari personaggi, fa trapelare le loro debolezze, i loro disagi senza ricorrere mai all’invadenza oltre a sollevare una lampante critica contro i problemi della società occidentale: tratta il tema dell’omosessualità (la scena della doccia), quello che concerne gli stereotipi o canoni di bellezza sanciti appunto da una società contemporanea che non ammette disagi estetici (le tre ragazze che controllano le calorie con il vomito autoindotto o la ragazza con gli occhiali della biblioteca).

Mette in scena la sensazione di disorientamento dei personaggi: non sapere cosa stia succedendo – e perché – senza avere il tempo di comprendere a pieno i veri motivi. Un dubbio che non viene mai risolto, come non verrà risolto dalle vittime o dai sopravvissuti al massacro della Columbine High School.

L’indagine della pellicola si congiunge con la verità delle immagini mostrando un preciso e mero elemento fenomenico che si erge da quello che potrebbe essere il normale svolgimento di una giornata tipo in una qualsiasi scuola, in un qualunque posto nel mondo. La sequenza cronologica dell’evento è in relazione con il personaggio biondo John che funge da riferimento: segnala (con la sua presenza) tutti gli snodi fondamentali della narrazione. Così come l’inizio del film: quando arriva a scuola in ritardo per colpa del padre in stato di evidente ubriachezza ed alla fine: quando rincontra il padre rimasto nei dintorni. Van Sant sembra proprio intento a deludere le aspettative di chi si presta ad analizzare una pellicola (legata ad un reale accaduto) per motivare il gesto folle dei due ragazzi assassini e paradossalmente colpisce nel segno: non vi è ragione o perlomeno non è più accessibile.

Quindi la scelta di adottare i videotape diviene il vero elemento cardine per quanto riguarda la coesione tra reale e verosimile. Il racconto cinematografico testimonia un evento storico sociale: cerca di modificare le sensazioni e la sensibilità del pubblico che vedendo le immagini dei personaggi scorrere sullo schermo si ricorderà delle vittime reali attuando una vera e propria comprensione di una verità storica atroce.

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