Intervista ad Alessandro Bertolazzi, in nomination per l’Oscar al miglior trucco per Suicide Squad

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Al Dolby Theatre di Hollywood il 26 Febbraio 2017, l’Italia potrà vantare la presenza, tra i candidati a miglior trucco, di Alessandro Bertolazzi, makeup designer del film di David Ayer, Suicide Squad, con Margot Robbie, Jared Leto e Will Smith. Sono molto felice di fare un’intervista con voi – ci risponde via email quando lo contattiamo – l’unico problema è l’orario, sono a Los Angeles e in più giriamo di notte. Bertolazzi sta infatti lavorando ad un nuovo film ancora con David Ayer e Will Smith, una grossa produzione Netflix che vedrà la luce proprio nel 2017.

Dando uno sguardo alla sua carriera scopriamo che, piemontese d’estrazione, dagli anni ’80 in poi divide la sua vita tra Firenze e Londra e dopo aver lavorato con i più importanti registi teatrali d’Europa, tra cui Yuri Ljubimov, Luca Ronconi e Tadeuz Kantor, inizia la carriera cinematografica, prima in Italia, lavorando anche con Argento e Tornatore, per poi dedicarsi a progetti internazionali con Terrence Malick, Woody Allen, Alejandro Gonzalez Inarritu e le Wachowski. Nella carrellata dei premi vinti ricordiamo il premio Chioma di Berenice, il Saturn Award con Skyfall, il Silver Ariel per Biutiful, premio Goya per The Impossible, l’OFTA per J.Edgar ed il premio Artisan all’International Santa Barbara Film Festival per Suicide Squad. A cui si aggiunge una nomination al David di Donatello per la miniserie Caravaggio e la recente nomination dell’Academy Award ancora per Suicide Squad.

Per prima cosa Alessandro vorresti spiegarci come inizia la carriera di un truccatore cinematografico?
Il mio è stato un percorso atipico, perché ho lavorato in teatro per tanti anni come scenografo o aiuto scenografo, poi nel tempo ho iniziato a focalizzare il mio lavoro sempre più sul personaggio e in particolare sul volto. Ad un certo punto però ho iniziato a sentirmi stretto nel mondo del teatro e sono approdato al cinema col film Effetti Speciali (1978). Da lì ho continuato con la carriera di truccatore, perché era il modo più facile per me di restare nel mondo del cinema e sviluppare la mia carriera, questo anche se in un primo momento non ne fossi molto entusiasta: guardavo a questo ruolo in maniera un po’ riduttiva; solo dopo ho capito che nel mondo del cinema il truccatore ha tutta un’altra valenza.
All’estero invece le cose vanno diversamente dall’Italia, ci sono delle scuole molto referenziate che ti danno una qualifica con un reale valore e con la quale puoi cominciare un percorso. Di solito inizi come una sorta di stagista e non sei pagato, o al massimo hai uno stipendio minimo, il che permette alla produzione di assumerti senza grosse spese e permette a te di fare esperienza e farti conoscere. Trovo sia il modo più onesto e giusto di lavorare.

L’Italia in effetti  può vantare una grande tradizione internazionale tra costumisti e scenografi, basti pensare a Milena Canonero o Dante Ferretti, mentre per quanto riguarda i truccatori siamo meno rappresentati (un solo oscar italiano finora nel trucco, per Manlio Rocchetti, ndr). Cosa ne pensi?
Il fatto è che quello del truccatore è un mestiere relativamente giovane. Una volta nel cinema, come nel teatro, parliamo degli anni ’30-’40, gli attori si truccavano da soli. Poi lentamente con Max Factor (foto in basso) e altri è nata l’immagine del truccatore. Ma in Italia per tanti anni non è stato altro che una sorta di barbiere. Adesso invece si è creato un mondo, ci sono i camper-trucco che sono enormi, una cosa spropositata, e negli studios ci sono delle apposite sale trucco. Il mestiere del truccatore è diventato importante perché si è passati da una concezione di “trucco estetico” ad una di costruzione totale del personaggio, un “trucco artistico”: un vero e completo processo creativo.
Basta andare al cinema oggi per rendersi conto della trasformazione che hanno gli attori, il cui merito è spesso attribuito unicamente all’attore stesso. Invece questa trasformazione deriva da un processo collaborativo di costruzione cui partecipa sì l’attore, ma anche il truccatore, il regista e lo sceneggiatore. Il mio lavoro è questo: costruire il personaggio.

 

Talvolta il trucco di un personaggio può essere estremamente impegnativo, anche solo in termini di tempo, quindi ti chiedo tu quanto partecipi attivamente al momento del trucco?
Per rispondere bisogna contestualizzare e conoscere le fasi del mio lavoro.
C’è una fase preparatoria iniziale, che può durare mesi, la quale serve a definire il personaggio, studiato e valutato anche con l’ausilio dei camera-test. Poi il risultato viene acquisito, visto e approvato dal regista e dallo studios.
Il giorno delle riprese comincia una nuova fase del mio lavoro, più coordinativa se vogliamo, poiché, tenendo presente quello che è il modello pensato e definito, ho la responsabilità di mantenere la qualità e la continuità del personaggio (o meglio di diversi personaggi) per i mesi della durata delle riprese. Va da sé che non posso occuparmi personalmente del trucco di tutti gli attori, ma ho delle persone che mi aiutano.
Prendiamo Fury ad esempio, c’è stato un momento in cui dovevamo organizzare il lavoro di 400 comparse e avevamo per questo 70-80 tra truccatori e parrucchieri. In queste giornate il mio lavoro è puramente amministrativo e non trucco proprio. Tuttavia questa fase non è meno importante della precedente, in quanto il tempo è denaro nel mondo del cinema: non si può sbagliare. Dipendono da me anche le ordinazioni dei materiali necessari per il trucco e per le acconciature.
Parallelamente a questo tengo sempre presente il mio lavoro col main cast, sul quale generalmente intervengo io personalmente, come nel caso di Suicide Squad.

Veniamo proprio a Suicide Squad e parliamo del Joker. Si tratta di un personaggio molto complesso e sfaccettato, che nel  cinema è già stato rappresentato più volte da interpreti illustri. Come ti ci sei approcciato e come ti sei sentito a doverne creare uno tuo?
Devo ammettere che all’inizio ero un po’ spaventato, anche perché se io avessi dovuto fare un Joker, personalmente avrei fatto quello di Heath Ledger. Mi piaceva tantissimo e l’ho trovato bellissimo. Questo mi ha messo molto in difficoltà, allora ho iniziato a  studiare il personaggio e tutte le sue rappresentazioni per trovare un punto di partenza che mi conducesse ad un Joker che fosse mio, ma che al contempo rispettasse certi punti base che non puoi tradire (in questo caso sono il colore dei capelli e l’incarnato).
Alla fine ho deciso di tornare proprio al principio: c’è un’immagine bellissima
 (foto in alto), cui si era ispirato l’autore del Joker per la sua creazione, tratta dal film The Man Who Laught (1928), con protagonista Conrad Veidt e anche io sono partito da quell’immagine.
Poi ho parlato molto col regista per comprendere il Joker, per capire lui chi è, cosa è, capire come la sua storia di amore con Harley Quinn si concilia la loro stessa pazzia. Joker è completamente pazzo, diciamo anche un po’ un poeta romantico, ma con una follia pura, quasi maniacale: è da questo presupposto che sono partito.
Il giorno che Jared Leto si è presentato sul set, c’era anche David Ayer e abbiamo iniziato a parlare del Joker. Ma Leto aveva barba e capelli lunghi, un look quasi rozzo, per cui abbiamo iniziato a grattare via dalla faccia tutto il possibile per poter iniziare a trovare la vera immagine, con i vari strati, la sporcizia (il Joker non si lava mai), i denti per metà di ferro, cicatrici sulla faccia fatte la mattina per folle divertimento. Questo è l’elenco dei dettagli attorno ai quali ho cercato di girare, anche se purtroppo poi sono state tagliate molte scene che hanno impedito di godere a pieno di tutti questi particolare. In particolare alcuni primi piani molto belli in cui si leggeva bene il personaggio. Comunque alla fine non posso che dirmi soddisfatto del mio lavoro col Joker e anche della positiva risposta di pubblico e critica.

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