Caparezza – Museica | RECENSIONE

Visita guidata al museo delle sinestesie.

(Fonte: tgcom24.mediaset.it)
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Il disco da primo posto in classifica, la prima mostra personale.

Dopo aver affrontato e preso in giro la libertà nel disco Il Sogno Eretico, Caparezza sceglie di compiere il passo della consapevolezza nel mondo dell’arte. Il 22 aprile 2014 pubblica Museica, il suo sesto album dopo la redenzione da Mikimix. Il concept del disco è chiaro già dal nome: guardare dentro a tutte le arti, tirandone fuori l’assurdo e le contraddizioni. Infatti, la copertina è realizzata dall’artista surrealista Domenico Dell’Osso.

Museica è il primo disco di Caparezza a raggiungere il primo posto nella classifica FIMI degli “album più venduti in Italia” nello stesso anno di uscita. Ci rimarrà due settimane. È la consacrazione anche commerciale dell’artista molfettese, che sfrutta il potere di coinvolgimento e di “straniamento” dell’arte per farci entrare nel suo museo. Il surreale di Il Sogno Eretico viene nobilitato dalla cultura e diventa l’occasione per riflettere sul senso di un artista nella società.

Caparezza fotografato nello studio dell’artista Sebastiano Ciarcia. (Credits: datamanager.it)

Il disco si apre con la grottesca Canzone All’Entrata, che serve a Caparezza per smontare l’aura di sacralità e di noia dei musei, intrattenendo come un giullare la folla che attende in fila. Avrai Ragione Tu mette subito in campo il problema della libertà dell’artista, con i comunisti nella testa di Michele Salvemini che gli impongono di “ritrattare” il suo essere (il suo “ritratto”) e baciarsi a stampo, come nel graffito My God, Help Me to Survive This Deadly Love di Dmitri Vrubel.

Benvenuti al museo: la dura vita dell’artista.

Mica Van Gogh offre il giusto tributo all’artista olandese: Caparezza dichiara di essere stato ispirato nella scrittura di brani collegati ad opere d’arte dalla visita del Van Gogh Museum, dove ha visto opere del calibro di Natura morta con Bibbia. Il confronto tra Van Gogh e i ragazzi irrequieti del primo brano viene spontaneo; lo costruisce lo stesso Caparezza su di una base elettronica altisonante, ironizzando sulla leggerezza della “follia” rimproverata al pittore olandese dalla massa di adolescenti cresciuti in un contesto tutt’altro che “normale”.

Alla fine i conti con il portafoglio bisogna farli sempre. Non me lo posso permettere è ispirata dai Tre studi di Lucian Freud di Francis Bacon, venduti all’asta per 142,4 milioni di dollari in un periodo nerissimo per l’economia mondiale, dopo la crisi del 2008 che aveva messo in ginocchio molti Paesi, soprattutto la Grecia (ecco perché Atene è arrabbiata).

Il video ufficiale di Non me lo posso permettere, primo singolo estratto dal disco. (Fonte: YouTube / telecaparezza)

Caparezza fa del citazionismo il riferimento dell’intero disco.

Figli d’arte racconta la difficile vita del figlio di Saturno divorato dal padre, come nell’opera di Francisco Goya; la dura esistenza dei figli d’arte, nati all’ombra dei loro padri, i grandi artisti che portano la pace nel mondo distruggendo la propria dimensione umana. Il peso insostenibile del nome famoso schiaccia le passioni dei figli degli artisti, mettendoli davanti ad una gara “di famiglia” che non vinceranno mai.

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La figura dell’artista è guardata nei suoi lati meno poetici e meno visibili: la pesantezza della fama, lo stigma sociale dei bohémien, i soldi che un mese arrivano e un mese no. A differenza dei dischi precedenti, Caparezza mette da parte la musica popolare e si avvicina agli arrangiamenti pop, soprattutto nei ritornelli. Il disco si costruisce sull’accostamento di stili in brani autoconclusivi, che vanno a formare l’impressione del museo, in piena sinestesia.

Una bizzarra mescolanza di jazz e proto-punk esce fuori da Comunque Dada, la musica beat in Giotto Beat e il blues desertico in Cover. Il nucleo centrale di questa tripletta di citazioni è la riflessione dell’umano-artista sulla complessità politica e sociale che lo circonda. Distaccarsene diventa una necessità. Dal dadaismo antimilitarista all’illusione degli anni Sessanta, con una sequenza di album si racconta la vita di un essere umano. O con una sequenza di opere: L.H.O.O.Q. di Marcel Duchamp (l’opera dadaista che sbeffeggia il classico), Coretti di Giotto (l’artista che ha fatto della prospettiva il suo marchio di fabbrica, la prospettiva che Caparezza cerca), e la Banana di Andy Warhol finita sulla copertina del disco The Velvet Underground & Nico.

Guardando ancora più indietro, dalle avanguardie del Novecento fino all’arte nipponica.

Il Quadrato nero di Malevič suggerisce a Caparezza China Town, l’ode all’inchiostro che per primo permette all’arte di fluire fuori dalla mente. Musicalmente è una svolta notevole, la “prima ballata” composta dall’artista molfettese. Canzone a metà torna a riflettere sulla situazione dell’artista prima che diventi artista, quando lascia le opere incompiute; eppure l’ha fatto Michelangelo con i Prigioni, l’ha fatto Puccini con la Turandot, l’ha fatto Buss con Il sogno di Dickens. Teste di Modì è la storia di un gruppo di ragazzi che sono riusciti a completare le loro opere, così bene da riuscire a spacciarle per quelle del grande artista italiano Amedeo Modigliani. Lo stesso era riuscito a fare Elmyr de Hory con il famoso Ritratto di Jeanne Hébuterne). Sono riusciti a sbeffeggiare, come i dadaisti, la critica dell’arte.

Violentissima arriva alle orecchie Argenti Vive in cui Caparezza arriva a sfidare Dante Alighieri offrendo la voce iraconda a Filippo Argenti, il violento attaccato dall’Alighieri nell’ottavo canto dell’Inferno. È certo che “in futuro le giovani menti saranno come l’Argenti”: arrabbiati, pronti a menare le mani e a svecchiare l’arte (“e l’arte porterà il mio nome”: Gustave Doré ha inciso Virgilio respinge Argenti nel fiume Stige). Di violenza si parla anche in Compro Horror, del florido mercato della cronaca nera che costa poco e guadagna tanto, rifacendosi ai tagli di Concetto spaziale:attese di Lucio Fontana che sembrano squarci nella pelle.

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Di livello alto il jazz saltellante di Kitaro: sia per la delicata tematica trattata (il fenomeno degli hikikomori in Giappone) che per l’ispirazione, presa dal manga Kitaro dei cimiteri e dall’opera Hiratsuka di Shigeru Mizuki. L’apertura di Caparezza alla cultura si allunga fino al Giappone senza rimanere autoreferenziale.

Caparezza durante il tour di Museica del 2015. (Credits: Profilo Facebook ufficiale di Caparezza / Tamara Casula)

Politica e critica da quattro soldi riempiono di rumore la sala della mostra di Caparezza.


Troppo Politico risponde ad una delle accuse mosse più di frequente all’artista pugliese. Sbeffeggiando la politica “ufficiale” e guardando Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Caparezza preferisce non prenderla sul personale e constatare il suo eccessivo impegno politico. A giudicare dal quadro preso come riferimento, però, tutto sommato sembra rivendicarselo sulla base ossessivamente martellante.

“C’è sempre qualcuno più artista di qualcun altro”: Sfogati dice Caparezza a chi passa il tempo a criticare l’arte solo per trovare una scusa. Nella pratica, siamo al sedicesimo quadro della mostra personale di Capa e chissà quante volte fino a questo momento abbiamo pensato “Beh, insomma, questa barra…”. E adesso possiamo sfogarci contro di lui. Cosa vogliamo di più? Poi tutti a casa a riprodurre la Testa di tigre di Antonio Ligabue, e vediamo cosa esce fuori!

Fai da tela è il quadro (brano) più profondo del museo (o del disco, che dir si voglia), al quale ha fatto da musa l’opera La Venadita Herida di Frida Kahlo. Ridimensiona la superiorità dell’artista, riportandolo alla realtà. Questo è il pezzo che sintetizza la delusione dell’artista, lo sconforto del giudizio sprezzante degli altri. Fare delle frecciate un’icona, come il San Sebastiano di Mantegna.

È Tardi , il museo sta per chiudere. Caparezza accusa i quarant’anni e il cambiamento inesorabile nella musica. Ripensa ai diciotto brani precedenti, forse un errore, forse anacronistici. Ha in mente La Persistenza della Memoria di Salvador Dalì: il tempo liquido e relativo per un artista che si vanta di essere fuori dal tempo. Orario di chiusura: Canzone all’uscita saluta tutti quanti. “La mostra è fricchettona e buffa”.

Alla fine della mostra?

Museica è un disco ambizioso, nel quale la capacità lirica di Caparezza intreccia la consapevolezza di artista e il piano sociale visto con gli occhi dell’individuo. Nel testo di China Town, dopotutto, c’è la chiave: “Non è la fede che ha salvato la mia vita ma l’inchiostro”. La funzione catartica dell’arte per l’individuo-Michele Salvemini/Caparezza lo spinge a trattare, dopo quattordici anni, l’arte come soggetto e non come mezzo: scrivere un disco catartico sul tema della catarsi. Compie un profondissimo gesto di introspezione. E questo gesto d’introspezione vende, lo porta in cima alle classifiche e lo conferma uno dei pilastri fondamentali della musica italiana; è la prova definitiva della sua capacità di artista, e forse rimane il suo miglior disco.

Caparezza – Museica / Anno di pubblicazione: 2014 / Genere: Hip hop