Gorillaz – Gorillaz | RECENSIONE

I Gorillaz degli esordi tra promesse, intuizioni e rivoluzione musicale

Gorillaz
Credits: Gorillaz / YouTube
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La virtual band più famosa di sempre in un primo album ormai leggendario: i Gorillaz

È piuttosto facile parlare dei Gorillaz a distanza di tanti anni. Abbiamo potuto vedere la creatura di Damon Albarn e Jamie Hewlett crescere, diramarsi (musicalmente) in tutte le direzioni, conquistare le classifiche e resistere alla prova del tempo. I Gorillaz si sono dimostrati un essere dai molti volti ma sempre vivo e incapace di riposare.

Quando la band esordisce, nel 2001, nessuno è ancora in grado di prevedere tutto questo. Damon Albarn è un artista geniale ma in gran parte ancora incompreso. Il suo progetto, i Blur, già da anni non trova posto nel panorama britpop inglese, nè sembra trovarne uno nella scena rock in generale. La creatività di Albarn è troppo eclettica e urge di sfogarsi.

Il musicista ha quindi questa intuizione, quella che conosciamo: una band virtuale, che in quanto tale può fare tutto e suonare con tutti. I quattro componenti sono 2-D, Murdoc Niccals, Noodle e Russel Hobbs. L’estensione fumettistica e animata delle loro caratteristiche consente la creazione di un progetto che abbracci la dimensione multimediale del nuovo millennio.

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Ma è solo una copertura, si può dire. In questa fase (come per gran parte della loro carriera) i Gorillaz non sono che una facciata per le esigenze di ricerca stilistica di Albarn. Che, infatti, qui sembra abbandonarsi ad una schizofrenia sonora senza pari. Nel disco trovano posto, approssimativamente: house, elettronica, rock, hip-hop, trip-hop e musiche di genere indefinito.

In questo primo disco i Gorillaz non sono ancora improntati alla precisione stilistica che giungerà con Demon Days (2005). Invece, provano un po’ di tutto. Se per esempio Re-Hash, la traccia d’apertura, suona come il Beck di Odelay (2004), New Genius (Brother) accoglie l’influenza di un trip-hop che non può non richiamare i suoni recenti di Massive Attack e Portishead.

Clint Eastwood e Rock the House, due dei singoli, accolgono il rapper Del the Funky Homosapien su basi fortemente house. La traccia conclusiva, M1 A1, si abbandona ad un alt rock chitarristico che sembra quasi piangere l’assenza di un Graham Coxon, mentre il trionfo house/pop di 19-2000 rappresenta più o meno l’apice dell’insieme.

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Ma non è finita qui, anzi. Una delle cose che colpiscono di questo album, a risentirlo oggi, è come tutte le tracce funzionino e spesso i “tesori” si trovino anche lontano dai singoli e dai pezzi più passati in radio o su MTV. Parliamo per esempio del pregevole strumentale Double Bass; della desolante Slow Country; dell’intrigante e strana Latin Simone (Que Pasa Contigo).

In questo senso il primo album dei Gorillaz è metafora e riassunto di quella confusione musicale che, a inizio anni ’00, conduce parecchi artisti a perdere la strada in una commistione di suoni che ritrova tutto il nichilismo e la crisi di valori di quel tempo. Musicalmente, il progetto di Albarn anticipa, vive e passa oltre il proprio tempo con una concretezza impressionante.

Gorillaz – Gorillaz / Anno di pubblicazione: 2001 / Genere: Alternative House, Art Rock
Scrivo di musica, cultura, arte, spettacolo e cinema. Ho pubblicato su Cinergie, Digressioni, Radio Càos, Rock and Metal in My Blood.