Non salvarmi, Intervista all’autrice Livia Sambrotta

Abbiamo intervistato Livia Sambrotta, autrice del bellissimo romanzo Non salvarmi, attualmente disponibile in libreria e negli shop online per SEM edizioni. Ecco quello che ci ha raccontato

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Il 21 gennaio uscirà, grazie a SEM Edizioni, il romanzo Non Salvarmi di Livia Sambrotta, che torna a scrivere dopo Amazing Grace, romanzo d’esordio nel 2015, e Tango Down, uscito nel 2017.

Con quest’ultimo titolo Livia Sambrotta è arrivata tra i finalisti al Festival Giallo al Centro Rieti, ricevendo anche una menzione speciale al Festival Garfagnana in giallo.

Attualmente Livia Sambrotta vive e lavora a Milano, come coordinatrice della promozione per il Sud Europa per l’azienda internazionale UCI Cinemas. Ed è proprio al cinema che la Sambrotta guarda nella realizzazione di Non Salvarmi.

Si tratta di un thriller che ruota intorno alla scomparsa di una ragazza, sfuggita da un ranch in mezzo al deserto in cui si cerca di recuperare i figli delle celebrità che in cerca di un rifugio sicuro dove curare le conseguenze della celebrità con droga e alcol.

Ma, man mano che l’indagine per la scomparsa della ragazza procede, dopo il ritrovamento di un cadavere, a venire a galla sono soprattutto i lati oscuri e fragili di un’umanità molto spesso spezzata.

Di questo splendido romanzo, dalle forti evocazioni cinematografiche, abbiamo parlato direttamente con l’autrice, a cui abbiamo chiesto di raccontarci un po’ le ispirazioni, le sfide e gli elementi più importanti di Non Salvarmi. Potete acquistare il libro direttamente QUI!

Non Salvarmi, intervista all’autrice

L’ispirazione e la nascita del romanzo

D: La prima domanda, quella di rito, è da dove sia nata l’idea di questa storia. Da dove nasce Non Salvarmi?

R: Quando inizio i miei libri, il primo elemento su cui mi focalizzo è la scelta dell’ambientazione. I luoghi sono per me i primi protagonisti della storia e condizionano la narrazione.

I miei personaggi si trovano inseriti in contesti che spesso non gli appartengono e questo mi conduce a inscenare subito un conflitto. Un senso di estraneità fa sì che essi debbano riscostruire la loro identità. In Non salvarmi la storia si sviluppa tra il deserto dell’Arizona e Milano.

Lo spunto è nato dalla visione di una ragazza in fuga che viene ripresa in aeroporto per l’ultima volta con delle tracce di sangue sulle gambe prima che scompaia. Ho subito avvertito la seduzione di iniziare un thriller sovvertendo alcuni canoni del genere.

L’aeroporto è infatti un luogo di massima sicurezza, ci troviamo in pieno giorno e abbiamo la testimonianza inconfutabile dell’occhio della telecamera della videosorveglianza. Sembra impossibile che qualcosa possa sfuggire di mano, invece è proprio ciò che accade.

Solitamente associamo il genere mistery al buio e all’ignoto. In una hall di un aeroporto invece la tensione si scandisce in pochi minuti sotto i nostri occhi. Eppure, mi sono detta, proprio qui può esserci l’intersezione tra logica e mistero, tra interpretazione dei fatti e destino oscuro. Questo episodio ha dato il via a tutta la storia.

I personaggi e l’ambientazione

D: Non Salvarmi viene presentato come un thriller. D’altra parte non manca nessun elemento del genere: l’omicidio, l’indagine, la concatenazione degli eventi. Eppure è un romanzo che parla anche di molto altro, soprattutto di giovani vite distrutte. Perché ha scelto di pescare i suoi protagonisti – o almeno parte di essi – da una nicchia come quella dei figli delle celebrità, rovinati proprio dalla fama dei loro genitori?

R: Lo spunto del romanzo nasce da fatti realmente accaduti. Nel 2010 un ex produttore cinematografico, Jim Hanley, ha fondato la Gatehouse di Wickenburg (Arizona), un centro di riabilitazione per giovanissimi facoltosi con problemi di dipendenze provenienti da Los Angeles.

Wickenburg ha da anni una forte tradizione come mecca new age, complici la natura dagli spazi immensi e il contatto con gli animali. Da qui ho pensato di elaborare una storia su dei ragazzi figli dell’élite di Hollywood che vivono un profondo conflitto: da una parte hanno a disposizione delle grandissime risorse economiche e dall’altra sono in costante competizione con la fama dei loro genitori.

Questi ultimi, produttori, registi, attrici, hanno infatti creato il successo artisticamente grazie all’abilità dei loro talenti eccezionali. I figli si ritrovano a vivere questo confronto tagliente con la notorietà. Si domandano se anche loro abbiano le stesse capacità, se desiderano la fama e se ne sono all’altezza.

Inoltre la loro possibilità economica li porta a sperimentare qualsiasi trasgressione, in primis le droghe. A un livello più metaforico questa giovane generazione rappresenta il sisma epocale che il cinema si trova a vivere oggi. Da una parte il suo enorme potere internazionale, dall’altra il patteggiamento con l’alta finanza, con l’immaginario globale dettato dalle serie tv e con le nuove potenze asiatiche.

Così come i giovani dipendenti ricoverati al ranch si domandano chi sono veramente e quale sia il loro futuro, così il cinema sta indagando la sua prossima direzione, in un’epoca che probabilmente riscriverà le regole del business.

D: Una delle cose che mi è piaciuta di più di Non Salvarmi è il fatto che nessuno è davvero innocente. Anche il personaggio più positivo, porta comunque in sé una traccia di oscurità. È un libro dove non ci sono eroi, ma solo, in qualche modo, dei sopravvissuti. Dal veterano di guerra, allo sceriffo, al pastore della comunità. Cosa l’ha attratta di quest’umanità spezzata?

R: Credo che nelle nostre vite non esistano dei veri eroi, piuttosto delle persone complesse che anche quando hanno le migliori intenzioni devono fare i conti con dei profondi conflitti personali. Per questo i miei personaggi nascondono sempre un lato oscuro.

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In Non salvarmi ho voluto indagare uno dei temi a mio parere più scottanti di quest’epoca: la realizzazione delle ambizioni. Viviamo in una società fortemente competitiva che ci mette molto sotto pressione. Tutti vogliamo emergere e guadagnare il nostro spazio.

Ma c’è una grande distinzione tra desiderio e ossessione. Il primo è un impulso interno che se giustamente ascoltato può portare alla realizzazione di chi siamo veramente, il secondo invece arriva dall’esterno e s’impone al di là della nostra volontà. Il confine tra questi due stimoli è molto labile. I protagonisti del mio romanzo vivono costantemente questo conflitto, inseguono un sogno mentre si fanno trascinare dalla sua deriva. Per questo sembrano essere sempre sull’orlo del precipizio. E ancora una volta la metafora del cinema è calzante, perché cos’è il grande schermo se non la sublimazione dei nostri desideri?

Tra cinema e sette

D: Nel ranch al centro di Non Salvarmi sono rintracciabili alcuni elementi che fanno parte dell’immaginario collettivo legato al mondo delle sette. L’isolamento dal resto del mondo, la presenza di una figura centrale e quasi divina… si è ispirata a qualche gruppo realmente esistito per definire i contorni di questa struttura riabilitativa?

R: La storia, come ho accennato, prende spunto da fatti reali, il vero ranch è stato fondato dall’ex produttore cinematografico Jim Hanley.

Sono stata immediatamente sedotta dalla storia di Hanley: un produttore cinematografico che ha calcato le scene di Hollywood per anni che a un certo punto decide di ritirarsi nel deserto. Si può facilmente leggere nella sua vita la parabola di Karl Jones, uno dei protagonisti del romanzo. Un uomo di grande potere che anche quando si dedica a un progetto comunitario non rinuncia alla proiezione smisurata del suo ego.

Il ranch inoltre è stato il precursore di luoghi diventati famosissimi come The Meadows, sempre a Wickenburg. Si tratta di una clinica di rehab di lusso per star che hanno problemi di dipendenze di ogni tipo, compreso il sesso compulsivo. La clinica dotata di tutti i confort, dalla spa ai corsi yoga, ha ospitato le più grandi celebrità di Hollywood da Kevin Spacey a Selena Gomez.

Ha una tariffa di 3.000 dollari al giorno e garantisce l’anonimato alle star coinvolte in degli scandali che hanno bisogno di sparire per in po’. Con un grande lavoro di ricerca ho raccolto testimonianze di persone che realmente hanno lavorato al ranch di Jim Hanley e sono stata subito affascinata da alcuni elementi: l’approccio fortemente americano alla cura delle dipendenze e la suggestione dell’ambientazione del deserto.

Sono stata più volte in Arizona e ho sempre avvertito nella vastità delle sue alture aride una disperata solitudine ma allo stesso tempo un’estensione delle nostre possibilità più profonde. Risonanze che si avvertono in tutto il romanzo.

Per quanto riguarda le sette, sappiamo che la storia americana ne ha avute diverse. Una delle più eclatanti è stata quella fondata negli anni ottanta dal guru indiano Osho nel deserto dell’Oregon che ha avuto un impatto molto controverso sulla comunità. Fu patrocinata anche dalla moglie del produttore de Il Padrino. La liaison tra Hollywood e le sette non è un caso. Entrambi cercano di realizzare un’utopia, entrambi credono nella creazione di divinità in terra.

Non Salvarmi e Martin McDonagh

D: Non Salvarmi è quello che si potrebbe definire un romanzo cinematografico. Non solo per il grande impatto visivo che crea nell’immaginazione del lettore, ma soprattutto perché tra le pagine sembra quasi di respirare un certo tipo di cinema, come ad esempio quello dei fratelli Coen e di Martin McDonagh. Ci sono state pellicole che hanno ispirato maggiormente lo sviluppo della trama?

R: Grazie per questa domanda che coglie nel segno l’essenza del romanzo. Un certo tipo di cinema ha avuto sul mio percorso narrativo un’influenza fondamentale. Registi come i Coen, McDonagh o anche David Lynch hanno avuto un approccio autoriale e sperimentale tale da mettere in discussione i canoni dei generi stessi e rielaborarli in una chiave postmoderna. I loro film hanno condizionato Non salvarmi, ho infatti costruito una storia fortemente cinematografica, evocando le oscurità dei personaggi attraverso le immagini.

Una scena de I segreti di Wind River

Due film recenti che ho amato molto sono Hell and High water e I segreti di Wind River, entrambi appartenenti a una trilogia ideata dal regista Taylor Sheridan. Mitologie da frontiera, caccia all’uomo e luoghi dove la natura regna selvaggia sono alcuni elementi che hanno un’eco nel mio romanzo. Per rappresentare Milano come set della nuova scena cinematografica mi sono ispirata invece al thriller italiano Il testimone invisibile che rende omaggio all’architettura avanguardistica della città.

D: Rimanendo un momento sempre su Martin McDonagh, a un certo punto del romanzo c’è un riferimento a Tre Manifesti a Ebbing, Missouri. Una pellicola che condivide alcuni elementi con il suo romanzo. Una ragazza brutalmente uccisa, un omicidio che non ha ancora un responsabile, una piccola cittadina che sembra dispersa nel nulla… La mia domanda è se il riferimento al film è dovuta solo al suo gusto personale o se magari l’ha usata per dare ai suoi lettori un’altra chiave di lettura, un altro tassello per avere ancora più chiaro il mondo che stava raccontando.

R; Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è un film che ho amato moltissimo e oltretutto alcune suggestioni come la desolazione della provincia sono simili al senso di estraniamento che si avverte nel ranch immerso nel deserto in Non salvarmi. Come nel romanzo, la storia del film è corale e la tragedia coinvolge ogni personaggio.

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C’è però una possibilità di redenzione che può avvenire attraverso l’adesione a un manifesto morale, che coniuga il dramma della propria storia con le necessità della collettività. Questo accade anche nel mio thriller, dove i diversi personaggi lottano con i propri demoni ma contestualmente cercano il loro ruolo nella società a cui appartengono.

L’evoluzione dei personaggi, che in Tre Manifesti avviene magistralmente grazie all’abilità di scrittura di McDonagh (anche noto drammaturgo), è uno degli aspetti del film che più mi ha ispirata. La chiave per trasformare un protagonista è la compassione, anche quando commette i crimini più atroci. È questo l’approccio che ho mantenuto nella mia storia per regalare al lettore le profonde imperfezioni umane dei miei personaggi.

Una scena tratta da 3 Manifesti a Ebbing, Missouri

Il rapporto con il cinema

D: Alla fine del romanzo c’è una frase che ho trovato bellissima: “Il cinema ti fa credere ai segreti”. Idealmente siamo sempre spinti a pensare alla sala come a un luogo di evasione. Ma questa frase sembra in qualche modo ribaltare questa prospettiva.

Trasforma il cinema in una sorta di stanza degli interrogatori, dove attraverso una storia puoi conoscere te stesso e perderti “nelle pieghe della tua anima”, per citare sempre Non Salvarmi. Dal momento che oltre che autrice è anche una professionista che si muove nel settore, cosa è per lei il cinema? In che modo il raccontare del cinema si discosta da quello della scrittura?

R: Il cinema negli ultimi anni è stata la mia professione e ha definito il mio sguardo sul mondo. Mi occupo infatti di promozione cinematografica a livello europeo per la company UCI Cinemas. Dopo anni di lavoro nel settore, dove ho potuto raccogliere moltissimo materiale e confrontarmi con grandi professionisti, scrivere un thriller ambientato nel mondo del cinema è stata una conseguenza naturale.

Da addetta ai lavori posso confermarti che la sala cinematografica è il luogo per eccellenza dove è possibile immergersi totalmente in una storia, per questo le emozioni provate al cinema sono uniche e resteranno impresse nella nostra memoria. La partecipazione cognitiva che si prova di fronte al grande schermo permette non solo di sentirsi all’interno del film, ma di immedesimarsi a tal punto che episodi passati della nostra vita emergono anche involontariamente.

La potenza dell’immagine, del suono e delle parole predispone la nostra mente alla permeabilità all’emozione. I segreti che citi sono le sensazioni più profonde che abbiamo vissuto e che pensavamo di aver dimenticato.

In questa direzione la sala non è solo il luogo dove avviene magicamente la sospensione dell’incredulità, ma anche la stanza segreta a cui accediamo grazie alla nostra immaginazione. Per quanto riguarda la narrazione letteraria e cinematografica invece i due mondi a mio parere sono collaterali e si influenzano a vicenda in un gioco continuo di scambio di ruolo.

La scrittura del cinema è più funzionale, mentre quella letteraria può permettersi divagazioni ed estensioni. La commistione tra i due approcci è la cifra stilistica di Non salvarmi.

D:Secondo lei il mondo del cinema che ruota intorno a Hollywood è davvero così privo di anima? Nel romanzo vediamo professionisti del settore che nella migliore delle ipotesi abbandonano tutto per seguire un’utopia, o che invece sono personaggi così ancorati alla loro immagine pubblica da aver perso quasi ogni contatto con la loro sfera privata.

R: La fabbrica dei sogni è sempre stata un mondo spietato per la dittatura finanziaria e ha dovuto lottare per celare la sua anima nera: scandali, crimini e divismo dai risvolti agghiaccianti. È un’industria che muove milioni di dollari in tutto il mondo legata a doppio filo con l’alta finanza e le speculazioni in borsa. Hollywood è sempre stato anche vincolato alla politica, sia come mezzo di propaganda che come riferimento per gli ideali dell’American way of life.

Il cinema allo stesso tempo ha anche accolto e creato decine di geni visionari, incredibili talenti che hanno saputo parlare al cuore di milioni di spettatori. Questa doppia anima determina il suo mito e la sua immortalità. E mai come oggi, nell’epoca dei social media e dell’immagine, coloro che gravitano nella sua galassia sono assoggettati al perfezionismo del corpo e ai trend del pubblico con tutte le sue conseguenze.

Consigli cinematografici per il dopo lettura

D: Se dovesse consigliare dei film da vedere dopo la fine della lettura di Non Salvarmi, quali sarebbero?

R: Consiglierei This Must be the Place di Sorrentino per il racconto di un ex rockstar in un on the road americano. Sorrentino descrive l’America senza farne parte, un punto di vista simile a quello di Non salvarmi, e ci regala grazie ai suoi virtuosismi un personaggio al crepuscolo indimenticabile e tutta l’intensità degli scenari americani.

Suggerirei anche il thriller Animali notturni di Tom Ford, un film che racconta il mondo privilegiato dell’upper class dei collezionisti d’arte. La protagonista del film, una gallerista di fama, riceve dal suo ex marito il libro che ha scritto.

Amy Adamas in una scena di Animali notturni

Così il regista insinua con grande suspense il pericolo della deformazione letteraria nella vita perfetta della donna. Come nel mio libro, Ford racconta un mondo elitario con le sue crepe interne che a mano a mano si ispessiscono. La tensione psicologica è il tratto distintivo di questo film, e ci porta a porci la stessa domanda dei protagonisti di Non salvarmi. Cosa si nasconde dietro l’apparente felicità delle vite patinate?

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