Il Processo ai Chicago 7, Recensione del film di Aaron Sorkin su Netflix

Un film straordinario che vi farà inc**zare di brutto!

Recensione Il Processo ai Chicago 7
Sacha Baron Cohen e Jeremy Strong in una scena del film

Arrivato nei cinema a settembre grazie a Lucky Red e distribuito poi in tutto al mondo da Netflix, Il Processo ai Chicago 7 (The Trial of the Chicago 7) è l’ultima fatica di Aaron Sorkin. Un film sorprendente, potente, con uno straordinario Sacha Baron Cohen.

Se vi va di mettervi in gioco e di confrontarvi con noi, eccovi la nostra recensione di uno dei film più belli del 2020.

Trama

Dopo i sanguinosi fatti avvenuti a Chicago nel 1968, al giovane avvocato Richard Schultz viene affidata l’accusa nel processo contro i 7 capi ed “istigatori” dei manifestanti, direttamente dall’entrante procuratore generale John Mitchell.

Il processo si rivela fin da subito un circo mediatico messo in piedi dal governo Nixon nel tentativo di spezzare l’opposizione politica popolare. Tra negligenza e macchinazioni ai limiti della legalità, il processo-farsa smaschera le tensioni ideologiche che hanno dilaniato la storia recente della società intera.

Cast

Yahya Abdul-Mateen II: Bobby Seale

Sacha Baron Cohen: Abbie Hoffman

Joseph Gordon-Levitt: Richard Schultz

Michael Keaton: Ramsey Clark

Frank Langella: Julius Hoffman

John Carroll Lynch: David Dellinger

Eddie Redmayne: Tom Hayden

Mark Rylance: William Kunstler

Alex Sharp: Rennie Davis

Jeremy Strong: Jerry Rubin

Il Processo ai Chicago 7: la Recensione

Il processo ai Chicago 7 è uno di quei film che ti fanno incazzare, che più lo guardi e più senti crescere dentro una tale rabbia, ma anche disprezzo, per quello che è stato, e quello che sfortunatamente ancora è.

Si, perché nonostante il film di Aaron Sorkin tratti di eventi avvenuti nel “lontano” 1969, risuonano attualissimi e forti ancora oggi, e sono un’eredità di cui è difficile liberarsi. E proprio per questo l’ultimo film di casa Netflix si aggiunge ad una lunga lista di film necessari, necessariamente arrabbiati, che giocano l’importantissimo ruolo di ricordare quello che non deve essere più.

Sorkin qui si fa carico dell’onere e l’onore di raccontare una pagina tristissima, e squallidissima, della storia recente degli Stati Uniti d’America: Il processo ai Chicago 7. Il racconto, il cuore pulsante del film, taglia nelle sue due ore e poco più un processo, o meglio farsa, che ha estenuato per le sue 180 sedute gli imputati colpevoli solo di professare una diversa fede politica.

Il susseguirsi dei momenti centrali della storia finiscono con lo stremare anche lo spettatore, inorridito dalla legalità delle barbarie promosse dalla “giustizia” americana. Ma a differenza di chi scrive, Sorkin non si lascia mai sopraffare dall’emotività, eludendo lo scontro ideologico e muovendosi al di sopra, con la semplice intenzione di mettere in scena uno spregevole capitolo dei bellicosi anni ’60.

Tutto il mondo ci guarda

Se Sorkin si mostra un sceneggiatore validissimo, grazie alla sua solida scrittura che emerge in The Social Network, lo stesso si può dire del suo lavoro da regista. Il processo ai Chicago 7 viene gestito con una tale capacità ed eleganza che tutto, ogni scena e ogni personaggio, si trova perfettamente al suo posto all’interno di una struttura filmica serratissima.

Attorno alle singole figure, che solo raramente agiscono individualmente e che si muovono come una macchina corale, si costruisce il dramma legale che smaschera il circo mediatico del processo. Su tutto troneggia il gigante Frank Langella nei panni dello spregevole giudice Hoffman, conduttore e pagliaccio di questo circo.

Di fronte, sul tavolo degli imputati i 7 (o meglio gli 8 se si considera l’ingiustamente accusato Bobby Seal, leader delle Pantere Nere) costituiscono, compatti, l’ossatura del film. Non mancano tra loro scontri interni di tipo ideologico-pratico.

Ma proprio quei personaggi, seppur interpretati magistralmente da ognuno degli attori chiamati a recitare la parte, sono investiti, come il film stesso, di una patina che sembra purtroppo l’unica pecca di un film altrimenti perfetto.

Sorkin per quanto abile sceneggiatore e regista si muove con fare tradizionale, immergendo Il processo ai Chicago 7 in un rivestimento fin troppo classico.

Ne scaturisce un’atmosfera stantia, che si percepisce con forza nel personaggio dell’avvocato dell’accusa Richard Shultz, che sembra ricucito addosso a personaggi proveniente da un altro mondo, tra Gary Cooper e James Stewart.

Nelle grida di denuncia del film di Sorkin riecheggiano le voci di un’Hollywood d’oro che si confronta, e si scontra, con le necessità di un cinema crudo e di spessore sociale.

Per non dimenticare

Tra i fatti cruciali della rivolta scoppiata a Chicago nel 1968, come inevitabile conseguenza a tutte le tensioni sociali e politiche, e momenti ai limite della legalità durante il processo, il film metabolizza l’indignazione nei confronti di un governo che abusa del proprio potere, ieri come oggi.

Da Il processo ai Chicago 7 emerge uno spirito popolare che avverte ed incita, necessariamente, alla memoria delle vittime e dei martiri delle lotte passate, e di quelle presenti. Risulta impossibile non unirsi al grido, o meglio, allo sfogo, di protesta che echeggia in quell’aula di tribunale, segno della grande componente emozionale ed emotiva del film di Sorkin.

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