Midsommar – Il Villaggio dei Dannati, entra di diritto tra gli horror migliori di sempre

Midsommar - Il Villaggio dei Dannati uscirà nelle sale a partire dal 25 luglio.

Midsommar - Il Villaggio Dei Dannati

Che Ari Aster fosse un regista da seguire ad occhi spalancati, lo si era già capito con il suo esordio Hereditary. L’attesa era tantissima per questo Midsommar – Il Villaggio dei Dannati, soprattutto dopo le dichiarazioni della sua controparte, Jordan Peele. Perché quando il regista di Noi-Us e del film Oscar Get Out-Scappa dice che il film di Aster è tra le cose più estreme che abbia mai visto, non si può certo rimanere indifferenti. Ebbene, se possibile, la dichiarazione di Peele minimizza, e anche parecchio, quanto abbiamo potuto vedere. Midsommar – Il Villaggio dei Dannati è definibile un capolavoro per moltissimi aspetti. E consacra definitivamente Ari Aster nel golgota del cinema horror, grazie ad un’estetica innovativa e che ragiona sull’horror contemporaneo stesso. Non esageriamo se pensiamo che cambierà totalmente il mondo di concepire il genere da qui in avanti.

L’incubo di un giorno di mezza estate inizia in maniera analoga ad Hereditary. Un dramma familiare di dimensioni apocalittiche devasta la vita di Dani, in crisi nera col suo fidanzato, Christian. Indeciso sul lasciarla o meno, si tira indietro all’ultimo un po’ a causa del dramma di cui sopra, un po’ perché non gli riesce. Gli amici di lui, nel frattempo, organizzano un viaggio in Svezia insieme a Pelle, che li porta nella comune dove è nato e dove c’è un evento pagano che si ripete ogni 90 anni. Un evento unico, soprattutto per Christian e il suo amico Josh, aspirante antropologo. Tra un fungo ed un thé allucinogeno, eccoli invischiati in questa festa che avrà ben poco di ridente e gioioso.

Midsommar - Il Villaggio Dei Dannati

La trama potrà sembrare banale, se raccontata. Ma se al cosa si sostituisce il come, ecco che la percezione cambia totalmente. E anche l’apparente banalità della trama diventa, appunto, solo apparenza. Oscillando tra grottesco ed elementi comedyMidsommar – Il Villaggio dei Dannati presenta una struttura molto sofisticata, che ha la pretesa di ragionare sul cinema horror contemporaneo e le sue contaminazioni, insieme alla divisione netta che c’è tra il commerciale e quello più underground. Una divisione messa in scena durante una delle sequenze più d’impatto di tutto il film e che non sveleremo per non rovinarvi l’infausta sorpresa. Basti sapere che la sua costruzione è emblematica. Un inquadratura dall’alto vede gli abitanti della comune fermi impassibili. E in questa sequenza, dove domina il bianco, si muovono come formiche i protagonisti americani in preda alla paura per quanto accaduto.

Ari Aster riesce ad esasperare la recitazione di Florence Pugh così come fece con Toni Colette. I suoi pianti e la sua mimica facciale, osservata da vicino con moltissimi primi piani, esaltano l’attrice già vista in The Little Drummer Girl di Park Chan-wook. La sua disperazione diventa la nostra disperazione, i suoi incubi, i nostri incubi.

Quello descritto da Midsommar – Il Villaggio dei Dannati è un mondo surreale ed onirico, dove la fotografia splendente è dicotomica rispetto quanto si vede.

Ogni evento a cui assistiamo, una volta che i protagonisti giungono in Svezia, accade sotto la luce del sole. Non c’è più il buio ad assistere la messa in scena ma un sole perennemente splendente, come accade d’altronde nell’estate dei paesi nordici. Un’idea visiva che tende ad estraniare lo spettatore sin dal principio. La notte diventa l’unico momento in cui tutto si ferma e nessun mostro interiore viene a galla, nemmeno simbolicamente. L’antitesi dell’horror. Non mancano certo le citazioni, anche se indirette. Se in Hereditary si può riscontrare Sussuri E Grida, per stessa ammissione di Aster, qui ci troviamo di fronte ad un vero tripudio. Il fuoco di Sacrificio di Tarkovskij, le urla dell’Adjani in Possession, la danza evocatrice del Suspiria di Guadagnino, Che Cosa Sono Le Nuvole? di Pasolini.

Midsommar - Il Villaggio Dei Dannati

Il montaggio è ridotto al minimo indispensabile. Moltissimi i long take e anche di pregevole costruzione. Come ad esempio la memorabile discussione tra Dani e Christian, a telecamera fissa, sfruttando uno specchio. Intuizioni registiche geniali che prevedono sempre inquadrature perfettamente speculari e studiate al millimetro. Non di meno, i virtuosismi che Aster fa con la macchina da presa: movimenti che riescono ad annullare lo spazio ed il tempo, catapultandoci da un luogo all’altro ed in giorni diversi. Ci si potrebbe scrivere un intero saggio su Midsommar – Il Villaggio dei Dannati, analizzando ogni singola inquadratura e sequenza. Non di meno, si potrebbe parlare anche del finale da capogiro ma per godersi il film è meglio non fare spoiler.

Con Midsommar – Il Villaggio dei Dannati, Aster continua con la sua idea di horror partendo sempre dall’orrore tangibile da tutti noi, quello del dramma familiare, per poi andare verso quello più onirico-esoterico. E se in Hereditary si è usato il possession movie, in Midsommar – Il Villaggio dei Dannati viaggiamo nel folk-horror ma senza cambiare la costruzione filmica, quanto più la messa in scena. Ambedue i film sono caratterizzati da particolarissime aperture che distaccano lo spettatore per poi farlo immergere nella storia immediatamente. Colpi di genio narrativo-stilistici che consacrano Ari Aster come regista di film che riscriveranno il genere. Dopo Jordan Peele, gli amanti dell’horror avranno le spalle coperte. Speriamo per molto tempo ancora.