La Hollywood Classica – I misteri di Shanghai

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I MISTERI DI SHANGHAI

di Josef Von Sternberg  (1941, USA)

«Shanghai Gesture (il titolo originale) rovescia tutti i miti di Sternberg con una meravigliosa violenza, esaltandoli ancora una volta, al massimo della loro carica, e sbeffeggiandoli subito dopo, o contemporaneamente», così scriveva Giovanni Buttafava nella monografia del Castoro dedicata al regista. Un’anima complessa come quella di Sternberg merita una piccola introduzione biografica, prima di analizzare le sue opere, poiché (come del resto in ogni regista “autoriale”, ma in lui in modo ancora più evidente) essa si riflette direttamente su queste ultime, soprattutto quelle più personali e di cui è anche sceneggiatore, come in questo caso.
Dopo un promettente inizio con il cinema muto (suo è Le notti di Chicago, uno dei primi lungometraggi gangster),  la sua carriera è indissolubilmente legata alla femme fatale per eccellenza, Marlene Dietrich.
Suo è il merito di averla scoperta e lanciata nel mondo del cinema, la loro collaborazione ha portato alla realizzazione di ben sette film (L’angelo azzurro, Marocco, Disonorata, Shanghai Express, Venere bionda, L’imperatrice Caterina e Capriccio spagnolo), prima di una separazione irreparabile (legata all’infatuazione del regista verso lei). Marlene Dietrich sono io” dice il cineasta, ormai solo e soffocato dai rimpianti e dai rancori del passato, nell’intervista di Peter Bogdanovich nel famoso libro Chi ha fatto quel film?.
Dopo il noto “divorzio”, il regista austriaco girerà lavori su commissione o film che si riveleranno dei veri e propri disastri al botteghino. I, Claudius (da lui ritenuto il suo migliore film insieme al suo ultimo lavoro, L’isola della donna contesa) addirittura rimarrà incompiuto.

Di rilevante importanza è il suo pensiero riguardo all’autorialità. In un periodo in cui a primeggiare era il montaggio invisibile classico e in cui cineasti affermati come Ford, Hawks, Curtiz o Capra cercavano sempre di annullarsi registicamente in favore di una totale immedesimazione dello spettatore, Sternberg invece ostinatamente continuava a “mettere in scena sé stesso”, cercando di non nascondersi mai né attraverso il montaggio (usava spessissimo le dissolvenze incrociate) né con le inquadrature iper-barocche e volutamente eccessive.

Sinossi:

Sir Guy Charteris (Walter Huston) è un potente uomo d’affari che è deciso a chiudere la bisca a Shanghai di Mother Gin Sling (Ona Munson). La proprietaria però riesce a far rimandare la cessazione dell’attività per il giorno del capodanno cinese.
Parallelamente, la figlia di Sir Charles, Poppy (Gene Tierney), innamoratasi di Omar (Victor Mature), truffatore collaboratore di Mother Gin Sling, finirà vittima della dipendenza da gioco, nella stessa bisca che il padre vuole far chiudere. Vendette, rancori e bugie non tarderanno ad arrivare.

 

In una Shanghai mai così fasulla, magniloquente e quasi volgarmente sfarzosa, Sternberg costruisce un melodramma disperato e pessimista. La metropoli cinese (ma che poteva benissimo essere qualsiasi altra città) diventa un luogo metafisico, una specie di purgatorio incontrollato, dove tutti gli arrivisti, imbroglioni, truffatori, magnati invischiati in affari sporchi, donne dalla dubbia morale ecc. vivono liberamente, lontano da qualsiasi autorità. Tutto è traboccante e smisuratamente sopra le righe, dalla recitazione, alla stilizzazione dell’oriente, ai dialoghi e alla messa in scena immaginifica (come i primi piani luccicanti che ci fanno immergere, fin da subito, in un’atmosfera totalmente onirica e fiabesca). L’inverosimiglianza regna sovrana, ma se ci armiamo di pazienza e scaviamo più a fondo, questo difetto diventa il più grande pregio dell’opera. Nonostante gli attori principali e le comparse palesemente non siano cinesi, nonostante una visione estremisticamente occidentale del sud-est asiatico (se non proprio ego-etnocentrica), nonostante un evidente ed estetizzante esoticismo e l’implausibilità di alcuni passaggi chiave della sceneggiatura, il film ti scuote dentro, ti avvolge e non ti lascia più. Ciò che conta veramente e che ci lascia estasiati è la libertà con cui il regista mette in scena il film. E non mi riferisco soltanto all’autonomia tecnica e narrativa, al non scendere mai a compromessi, ma alla totale libertà di immaginazione: tutto è ricreato e falso (una Shanghai mai così diversa dalla realtà). Sternberg sembra quasi ricercare primitivamente e ossessivamente l’immagine ideale che un bambino di 4 anni può avere dell’Oriente (al primo contatto con esso) dopo aver ascoltato i racconti de Le mille e una notte. E se ogni aspetto del film dovesse apparire visibilmente fasullo? Pazienza, il tutto è sacrificato in nome di un’idea rigorosamente personale di Cinema. Lo stile del regista è quasi conservatore, come se fosse un regista del cinema muto che, nonostante l’utilizzo del sonoro, continui a pensare alle immagini come se il suono non esistesse (ed è paradossale che il film sia verbosissimo).

Interessante poi è la lettura meta-cinematografica che possiamo dare (e che molti altri hanno già analizzato). Il film sembra un atto d’accusa verso la Hollywood del periodo. La Shanghai non è altro che la città del cinema, dove produttori megalomani cercano di distruggere chiunque non si adegui alla loro visione dell’industria, produttori disintegratori di sogni con un dubbioso passato alle spalle. Un film fatto letteralmente con il cuore, di uno Sternberg veramente arrabbiato e deluso che ci inietta tutto sé stesso (alcune foto mostrano addirittura il regista ammalato che dirige il film sdraiato su un lettino). Un vero e proprio atto di amore e di odio (se non di morte) verso il Cinema.

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