Federico Fellini e Oriana Fallaci: un’amicizia piena di rancore

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federico fellini

Federico FelliniOriana Fallaci sono stati amici per molti anni, da prima che il leggendario regista diventasse il Maestro che oggi noi tutti conosciamo. Entrambi erano noti per il carattere difficile, a tratti ostile ed irruento. Tale comune caratteristica li portò ad allontanarsi l’uno dall’altro irrimediabilmente.

“Conosco Fellini da molti anni, ad esser precisa da quando lo incontrai a New York per la prima americana del suo film Le notti di Cabiria e diventammo un po’ amici”

Con queste parole, la nota giornalista apre la sua intervista al grande cineasta, una premessa necessaria che dona all’incontro una nota umana che ci rende più semplice capirne i caratteri e le circostanze. Oriana Fallaci inizia a dipingere un uomo particolare, in un certo senso stravagante: Mi chiamava Pallina, si faceva chiamare Pallino, in certi casi Pallone, si abbandonava a stravaganze innocenti come piangere al bar del Plaza Hotel perché il critico del «New York Times» aveva scritto male di lui. Un’uomo che sembra fare l’artista anche nell’intimità del proprio Io, ruolo che neppure la realtà è riuscita a sottrargli facendolo incappare in avvenimenti degni di un film: Frequentava […] la bionda di un gangster e questi gli telefonava ogni giorno all’albergo dicendo “I will kill you”, ti ammazzerò. Lui non sapeva l’inglese e rispondeva “Very well, very well”: alimentando la fama di prode. La fama durò fino a quando io non gli spiegai che “I will kill you” vuol dire “Ti ammazzo”. Mezz’ora dopo la spiegazione, Fellini era sopra un aereo e viaggiava alla volta di Roma. E aggiunge: Faceva anche altre cose come girare la notte in Wall Street, esaminare con l’aria di un ladro le banche, indurre al sospetto i poliziotti più sospettosi del mondo che finalmente gli chiesero i documenti, lo arrestarono perché non li aveva, e lo chiusero fino alle sei del mattino in una cella dove rimase a gridare l’unica frase che conoscesse in inglese: “I am Federico Fellini, famous Italian director”. Alle sei del mattino un poliziotto italoamericano che aveva visto non so quante volte La strada lo udì: “Se sei davvero Fellini, esci fuori e fischia il motivo de La strada”. Fellini uscì fuori e con un filo di voce, lui che non distingue una marcia da un minuetto, fischiò tutta la colonna sonora del film. Un trionfo. Un Fellini ritratto dalla Fallaci come un uomo curioso e che incuriosisce, un uomo diverso da quello che poi sarà, come si può intuire dal lapidario commento conclusivo della scrittrice: a quel tempo Fellini era proprio simpatico.

Meno simpatico e cortese fu sicuramente all’epoca in cui l’intervista per la Fallaci, di cui vi stiamo proponendo degli estratti, doveva essere fatta. Siamo nel 1963, Fellini è ormai un gigante del cinema:  era conscio della gloria che lo illuminava: il suo volto aveva un piglio quasi mussolinesco, i suoi occhi eran gravi, si capiva che non avrei più potuto chiamarlo Pallino o Pallone. Del resto, esauriti gli abbracci, me lo fece capir quasi subito. M’aveva ricevuto, disse, solo perché io ero io; aveva pochissimo tempo e l’unico modo di far l’intervista era farla mangiando. M’invitava per questo nel ristorante dove in quel momento entravamo.

Questo primo tentativo si risolse in un nonnulla, la confusione all’interno del ristorante, la situazione poco formale impedirono alla Fallaci di ottenere un’intervista degna di essere chiamata tale. Da quel momento in poi terminare l’intervista sarebbe diventata un’odissea. Prima ci furono numerosi appuntamenti nella stanza di albergo della giornalista, puntualmente mancati dal regista, poi un fantomatico incontro su un aereo per Milano, mai avvenuto perché Fellini perse l’aereo. Tutto intervallato da telefonate di scuse da parte di quest’ultimo alla scrittrice, telefonate melliflue e piene di senso di colpa. Oriana Fallaci iniziò ad infastidirsi e le remore nei confronti dell’amico e del grande genio stavano scemando, sentiva solo la mancanza di rispetto perpetratale. Lo mandò all’inferno, invitandolo a restarci. Ma non si manda all’inferno Federico Fellini sennò Federico Fellini si arrabbia, si arrabbia come una bestia e vi telefona insultando il babbo, la mamma, la zia, la nonna, i cognati, i nipoti, i cugini, e vi ricorda che lui è un grande regista, un artista, un grandissimo artista, e in virtù di questo può mancare a tutti gli appuntamenti che vuole, perdere tutti gli aerei che vuole, anzi gli aerei farebbero bene ad aspettarlo perché Federico Fellini si aspetta, ciascuno di noi è nato per aspettare Federico Fellini eccetera eccetera, amen. 

Ed è proprio così che andò. Una telefonata rovente nel cuore della redazione in cui Oriana scriveva all’epoca, una telefonata che fu un lungo monologo di insulti. Immaginavo il suo piglio mussolinesco, la sua saliva che copriva come rugiada il telefono, il suo faccione sudato d’ira ed orrore per la blasfemia che avevo osato commettere. Tentai di girare con garbo gli insulti, di spiegargli quel che pensavo in quel momento di lui. Non mi udì, non mi udiva. E mentre tutti ridevano commentandone gli urli, dolcemente deposi il ricevitore. Travolto dai sensi di colpa e vergognandosi per il suo crudele ed infantile comportamento, Fellini invitò immediatamente la Fallaci per sostenere l’intervista. Accolta da un mellifluo Tesorino, amorino, Orianina, bambina…, la giornalista non si seppe scrollare di dosso una strana sensazione che fece di quell’incontro una sinistra serata. Il risultato fu una intervista poco sincera estremamente pilotata: l‘intervista Fellini volle rileggerla e la rilesse tre volte: ogni volta apportando alle sue risposte correzioni diverse, opinioni nuove, pentimenti improvvisi. È l’intervista meno genuina di tutta la serie, non una frase di essa è stata scritta senza pensarci e ripensarci. Il Codice napoleonico e la Costituzione americana costarono certo meno fatica di questo documento prezioso. Un disastro sia umano che professionale, che portò la Fallaci a concludere con una amara e malinconica riflessione: Io gli volevo bene davvero a Federico Fellini. Dopo quel tragico incontro gliene voglio assai meno, ho anche smesso di dargli del tu. Lui può anche negarlo. Ma, come dice Jeanne Moreau un po’ più in là, egli è un tale bugiardo che la menzogna diventa alla sua buona fede verità sacrosanta. 

Tali sentimenti sono palesi nell’arco di tutta l’intervista, con cui vi lasciamo, poiché non vorremmo togliervi il piacere di leggere un acceso confronto tra due personalità che hanno fatto la storia dei loro rispettivi campi e del nostro paese.

INTERVISTA COMPLETA : http://www.oriana-fallaci.com/fellini/intervista.html

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