Synecdoche, New York – Analisi del dramma di Charlie Kaufman

Synecdoche, New York

Synecdoche, New York, il debutto alla regia di Charlie Kaufman, non è un capriccio stravagante, retorico e manierista.

I confini tra i due universi sfumano impercettibilmente, confondendosi e scambiandosi fra di loro, fondendosi. Come se Synecdoche, New York fosse metafora di uno scenario postmoderno, dove la finzione della realtà virtuale è ormai una concretezza tangibile. Come se fosse metafora di un presente in cui reale e illusorio si identificano, così uniti tra di loro da essere indistinguibili, così simili da non avere linee di confine. Come se fosse metafora del nostro presente.

Un’opera iperrealistaSynecdoche, New York. Così la definirebbero i teorici della semiotica. Un’opera in cui risulta difficile, se non impossibile, distinguere tra reale e simulazione del reale.

La pellicola diventa simbolo della volontà umana che, desiderando fortemente la geometrica suddivisione e la certa conoscenza del reale, tenta di fabbricare una realtà nuova. Una realtà falsa. Una realtà che ha gli stessi caratteri del vero; caratteri così sfumati, così consumati da apparire reali. Una realtà doppia e parallela.

Si ripetono immagini oscure, apparentemente incomprensibili. Si susseguono rapidamente, senza essere accompagnate da spiegazioni in grado di schiarire la nebbia in cui sono avvolte. Sono immagini offuscate. Immagini in grado di trasmettere allo spettatore una pluralità di significati, di punti di vista. Immagini capaci di rivelare l’essenza più celata della realtà. La simbologia è la via regia tramite cui sviscerare, analizzare, e comprendere l’opera magna di Kaufman.

A causa del suo essere dramma postmoderno, Synecdoche, New York presenta una narrazione complessa, in cui viene sottolineato in maniera massiccia il potere evocativo dell’immagine simbolica.

Synecdoche, New York

Simulacro dell’incertezza. Ovvero, lo specchio.

Ricostruito abilmente da Kaufman, il microcosmo distorto dalle lenti consumate del protagonista si trasmuta in specchio: rappresentazione altamente simbolica dell’identità frantumata dell’uomo moderno, lo specchio diventa punto di intersezione tra reale e irreale, immagine sospesa tra la fragilità della realtà e la certezza della sua rappresentazione.

Anche le rappresentazioni teatrali messe in scena nella pellicola si trasformano in riflessi allo specchio. Diventano opere nell’opera. Diventano riflessione meta-cinematografica che riflette sulla dualità, essenza dell’arte cinematografica.

In un’epoca in cui l’apparenza risulta essere l’unica dominatrice, Synecdoche, New York diventa pellicola fondamentale, da guardare e riguardare, cercando di dedurne i significati nascosti, celati e latenti in una narrazione fatta di finzione e doppi.

L’ossessiva presenza del topos dello specchio all’interno della pellicola, oltre ad essere narrativamente funzionale, diventa rappresentazione magistrale dell’indistinguibilità tra attuale e virtuale, in quanto il doppio è il carattere essenziale della superficie speculare. Tale carattere, fortemente presente, si manifesta a partire dal titolo, il quale risulta essere un gioco di parole tra Schenectady, città che sorge nell’area newyorkese in cui viene ambientata la maggior parte del film, e il concetto di sineddoche – procedimento linguistico che si basa sulla sostituzione tra due termini legati secondo una relazione quantitativa.

Synecdoche, New York

Sulla comicità del vivere. Ovvero, le miniature invisibili.

Entrare in una galleria d’arte per assistere all’esibizione della propria moglie. Sale bianche dalla sterilità farmaceutica gremite di figure. Fantasmi che camminano lentamente di fronte alle opere d’arte. Persone irriconoscibili, il cui volto è celato dietro alla pesantezza di lenti spesse. Persone passive che diventano spettatori. Nel mero atto di osservare, perdono la loro umanità. Diventano occhiali. Occhiali bizzarri posti a pochi centimetri da opere altrettanto bizzarre. Opere microscopiche, miniature invisibili.

Nel carattere bizzarro e apparentemente insensato dell’arte di Adele – le cui opere mostrate nel film sono state realizzate dall’artista Alex Kanevsky – si scopre la delicatezza: Adele, mondegreen di “a delicate art“, un’arte delicata. Nell’arte bizzarra e apparentemente irragionevole di Adele si scopre la sensatezza: esposti in una galleria d’arte, conosciuti dal mondo intero, le opere dell’artista sono un’entità tangibile, effettiva, reale. A differenza del desiderio di Caden, un sogno purtroppo irrealizzabile.

Caden e Adele. Marito e moglie. Entrambi artisti. Innamorati dell’arte, trovano in essa il loro unico punto di contatto. In realtà, sono mondi antitetici, universi per quanto fermamente pressati tra loro, incapaci di unirsi indissolubilmente. Caden alla ricerca della grandezza che possa replicare il mondo; Adele alla ricerca della piccolezza che possa replicare la vita. L’infinitamente grande collide con l’infinitamente piccolo; e il piccolo trionfa, è questa la comicità del vivere.

Synecdoche, New York

Sulla paura del vivere. Ovvero, le malattie psichiatrice.

Spunti filosofici si dipanano dall’opera in questione: Synecdoche, New York può essere interpretato come rappresentazione cinematografica del processo di individuazione, teorizzato dall’analista svizzero Carl Jung.

Licenziando Sammy, Caden scopre sé stesso. Conosce finalmente la sua essenza. Attraverso la distruzione dell’altro, individua la propria ombra, maturandone una propria concezione, riconoscendo ciò che, in lui, è male. Abbandona sé stesso, sostituendosi con Ellen. Lasciando il suo essere uomo, si riconosce donna. Diventa conscio dell’esistenza di anima e animus. Incontra, come uomo, la sua componente femminile. Nel corpo di Ellen, conosce l’odio e l’amore, la vita e la morte.

Raggiunge la verità.
E, nella morte, raggiunge sé stesso.

Fortemente influenzato dagli studi psicologici del primo Novecento, Kaufman delinea una trama in cui si annida il disagio della malattia, una storia immersa in un’atmosfera di nevrosi e di morte.

La morte rimbomba all’interno del teatro di Synecdoche, come se fosse una eco. Assente, ma perennemente presente, la decadenza aleggia come un fantasma, impercettibile. Caden viene ritratto, fin dall’inizio del film, come un malato immaginario, un uomo tormentato dall’ansia della paranoia, la cui esistenza viene vissuta in compagnia di una paura patologica che assume le sembianze della convinzione illusoria di essere morti, della sindrome di Cotard.

Synecdoche, New York

L’intera pellicola, lasciando da parte simbologie e allusioni nascoste, si potrebbe condensare in un’unica frase, nella cui semplicità si potrebbe all’apparenza intravedere solamente banalità, ma dietro alla quale Charlie Kaufman ha nascosto pensieri esistenziali ed intriganti:

la pellicola è la rappresentazione della vita di un regista teatrale –interpretato da Philip Seymour Hoffman –, costantemente ossessionato dalla volontà di mettere in scena un’opera dal realismo estremo.

Film più semplice da guardare che da raccontare, Synecdoche, New York è un’opera dal sapore fortemente meta-cinematografico. Un rappresentante esemplare di un cinema intellettuale e indubbiamente complicato. Un’emblema della postmodernità.

 

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